MOSTRI SOTTO IL LETTO – PARTE III

  1. La giratempo

Claudia aveva su di lei una sorta di potere “curativo”, calmante, rassicurante, nonostante quella fosse una delle situazioni che più l’agitavano nell’ultimo periodo.

Le bastava guardarla per placare ogni suo rancore, ogni suo nervosismo. La guardava e il cuore le balzava dritto in gola, per una frazione di secondi smetteva di respirare.

Poteva giurarlo.

Le si annebbiava la vista, per poco, per pochissimo, e poi, all’improvviso, si regolarizzava il respiro, tutt’intorno diventava nitido e i colori più vividi.

Sì, poteva giurare anche quello. Non aveva mai visto un arancione più arancione di quello.

Il battito cardiaco si placava e riusciva anche sorridere della merda degli ultimi mesi.

A volte pensava che ciò che le piaceva maggiormente di quella situazione, fosse proprio quella tensione di quando qualcosa deve ancora succedere e la si immagina, si fantastica, ma non si sa se realmente accadrà e in che modo.

Quella situazione le piaceva per quello e, forse, non voleva che accadesse qualcos’altro. Era perfetta così, un corteggiamento in continuo equilibrio tra fantasia e realtà.

Quando le cose si concretizzano bisogna sempre fare i conti con tutte le complicazioni del caso.

Le aspettative, ad esempio, se disilluse potrebbero completamente distruggere una situazione. E se invece arrivano a superare addirittura ciò che si era immaginato, cosa succede?

Si tenderà a pensare che è la volta giusta, che non ci si può far sfuggire questa occasione, e magari passeranno anni vivendo in quell’illusione legata a delle aspettative soddisfatte.

Siamo sicuri che l’assenza di problemi evidenti e liti furenti, corrisponda alla soddisfazione? E quando poi si protrae una situazione per anni e ci si accorge un giorno di essere insoddisfatti, che si fa? Si molla tutto, chiaro.

Ma farlo mieterà vittime e la prima sarai tu che hai iniziato a credere che tutto potesse funzionare.

Fanculo. Fanculo ai sentimenti. A quel fuoco che senti in mezzo al petto quando allarga le braccia per stringerti in un abbraccio. A quel crampo alla bocca dello stomaco quando ti cerca con lo sguardo e poi sorride incrociando il tuo.

Fanculo.

BLACK OUT EMOZIONALE.


La giratempo” prima di diventare una realtà, un luogo fisico, composto da sedie, tavoli, scaffali, molte mensole e inutili suppellettili, libri sparsi ovunque, tazze di caffè usate come reggi carte. Un luogo di puro caos dove trascorrere del tempo. Prima di tutto questo era un concetto. Un’idea.

Un concetto inteso nel senso più astratto del termine.

Il senso era quello di ore di libertà, di una pausa dalle scadenze impellenti, da se stessa o qualche parte di sé.

Dalle domande, a cui c’è sempre qualcuno in attesa di una risposta.

Dagli impegni quotidiani, che un giorno sembravano divertirla e il giorno seguente affannarla.

Dalle attese disilluse.

Dalle responsabilità scansate, mancate, ignorate.

Prima di qualsiasi concretizzazione, prima di tutto, la gira tempo  non era che questo: una fuga dalla realtà.

Quella realtà che le stava già così stretta, e da cui tentava di sfuggire in ogni istante, assentandosi mentalmente, cadendo in una specie di trance in cui SoloDioSa dove realmente si trovava. Apparentemente era tutto nella norma, lei era fisicamente presente alle scene che le si svolgevano intorno, e con il passare del tempo aveva anche affinato le proprie tecniche di partecipazione simulata, imparando a fingere un certo interesse alle situazioni circostanti, pur essendo totalmente assente, sporadicamente annuiva, borbottava qualche frase di assenso o disappunto, cercava sempre di seguire le espressioni facciali dell’interlocutore, spalancava gli occhi di tanto in tanto e, a onor del vero, riusciva anche a registrare una buona dose di informazioni. Le essenziali. Per natura era portata a sintetizzare i concetti e a notificare solo i dati essenziali.

Incredibile come la mente di una donna riesca ad essere cosi multitasking.

In realtà la sua mente viaggiava in una dimensione parallela, la cui complessità dei pensieri si infittiva con la durata del finto interesse e della conversazione, iniziava con il chiedersi se aveva mandato quell’e-mail per cui temporeggiava da giorni, poi con il fare un elenco puntato degli impegni della giornata e dei successivi giorni.

Ma quanto sono belli gli elenchi puntati? Tutta quell’eleganza e quel rigore nell’avere ben chiaro il focus di ogni questione, senza fronzoli e inutili note a margine, e postille sparse qua e là. Niente di tutto questo. Un punto, un obiettivo.

Finché erano questioni lavorative era sempre tutto sotto controllo, la sua espressione facciale, il battito cardiaco, il dondolare da un piede all’altro, l’inclinazione della testa dal lato destro, come se le pesasse tenerla dritta. E poteva anche cavarsela solo con un elenco puntato.

Ma se per caso il suo divagare arrivava a toccare la sfera dei love affaire, era la fine, tutta la sua copertura sarebbe potuta saltare da un momento all’altro.

Sarebbe di certo arrossita, così come una qualunque persona di indole timida tende in modo spontaneo a reagire.

Avrebbe poi iniziato a balbettare, a perdere sicurezza nello sguardo, fino ad arrivare a tentennare nei gesti, e il suo interlocutore se ne sarebbe accorto. Sbugiardata dal suo stesso imbarazzo.

Ma la percentuale di incappare in tale pericolo era minima, non era solita addentrarsi in queste divagazioni. Non in pubblico. Non avrebbe mai corso il rischio di far perdere di credibilità alla sua figura austera, per cedere ad un pensiero romantico.

Non lei.

Non ora.

È cosi inse-nse-nsato.

  • Certo che per questo fine settimana potrei azzardare un pranzo a base di ricci e vino bianco. Ghiacciato. Fermo. 
  • Certo che sì, certo che no, certo che non si puuuò.
  • No, è meglio se risparmio per il viaggio.
  • Oddio, è andata.
  • Non ho più visto i voli.
  • È andata.
  • Sì, ma sappiamo tutte dove se ne andrà tra un po’?
  • Potrei anche mettere i biglietti nel libro che volevo regalarle.
  • E ora, pure il libro?
  • La mia copia o una nuova?!
  • No no, il libro mi sembra esagerato.
  • E invece il volo, una di quelle cose che fai con la prima che incontri.
  • Io voglio partire, è solo un incentivo per fare il viaggio.
  • Ma quando dici queste cose, ci credi davvero?
  • Per auto convincersi delle cavolate che dice e che fa, farebbe qualsiasi cosa, anche scendere a patti col diavolo.
  • Perché non ci era già scesa quando ha iniziato a dimostrare 6/7 anni in meno di quelli che ha?
  • Quella è genetica, certo che siete proprio maligne.
  • No, è l’illuminante.
  • Vero, da quando ha imparato ad applicarlo non c’è più ragione.
  • La smettete per favore? Sto cercando di mantenere una qualsiasi forma di contegno con il mio interlocutore, mi sarò persa almeno le ultime tre battute, qualcuna ha seguito il discorso?
  • Al massimo hai seguito solo le prime tre.
  • Oh oh oggi siete in formissima, perché non vi sfratto?!?
  • Illuminaci, ora che puoi!
  • Sei in ritardo, dovevi arrivare circa 10 battute fa.
  • Davvero, non vi sopporto più.

Questo è un classico esempio di riunione condominiale che può avvenire in un qualsiasi momento della giornata, nei momenti più impensabili e imbarazzanti, sicuramente nei meno opportuni.

Quando tutte le parti di sé decidevano di dire la loro e intervenire era la fine, erano incontenibili e non le fermava davvero più nessuno.

Dotate, poi, di quel tempismo nell’intervenire tutte contemporaneamente e mai quando venivano interpellate.

Ciò per cui chiedeva maggiormente supporto a tutte le parti di sé era, come sempre più spesso accadeva nell’ultimo periodo, legato a questioni lavorative.

E proprio su quei tasti dolenti loro tacevano, non una parola, né un consenso o, al contrario, un dissenso. Silenzio. Le domande le rimbombavano in testa, sentiva tutto il peso delle scelte fatte e di quelle rimandate, ignorate, e peggio ancora non fatte.

Cosa ne avrebbe della sua nuova avventura, la libreria?

E delle sue passioni accantonate?

Sentiva l’esigenza di coltivarle, di dar loro un reale spazio di azione. Voleva, almeno per una volta, sentire di non lasciare nulla per strada, nulla di intentato, di assecondare quelle che per lei erano esigenze vive e pulsanti, ma sottaciute.

Aveva bisogno di sentirsi viva. Più viva che mai.

E le riusciva bene solo con una penna in mano, assorta fra i suoi pensieri, che balzavano da un ricordo all’altro.

O con un nuovo libro da leggere, che si traduceva in nuove avventure e personaggi da scoprire.

Una cosa che aveva sempre fatto, fin da piccola, era fissare nella mente un determinato avvenimento con il libro letto in quel preciso periodo. C’è chi usa le date, chi i luoghi fisici, e lei usava i libri. Una delle cose che difficilmente avrebbe dimenticato.

La vita scorre, a volte anche troppo velocemente rispetto ai nostri tempi, ma i personaggi intrappolati nelle pagine sono un po’ come degli amici che consigliano cosa fare, che restano in silenzio a contemplare il vuoto con te, o ti passano qualcosa di forte da bere.

Ecco, sono così i personaggi dei libri. Osservatori silenti che possono uscire a farti compagni ogni volta che vuoi.


Non si incontravano da mesi. Più che una scelta ponderata, più che una reale volontà, era solo la naturale conseguenza di una non scelta.

Di quello standby non voluto, non cercato. Forse imposto dalle circostanze.

Quando la vide attraversare la strada, e venire verso di lei, pensò quasi che avrebbe preferito essere in un altro posto in quell’esatto momento.

Avrebbe preferito teletrasportarsi lontano, anziché incrociare quegli occhi.  Quegli occhi che le avevano tolto il sonno troppe notti. Si svegliava all’improvviso pensandola e restava così per ore. Pensava ai suoi occhi, a tutte le volte che li avevano abbassati a vicenda pur di non proseguire quel discorso che non sapevano sostenere a parole. Quegli occhi scuri, luminosi, che parlavano e dirottavano. E poi parlavano ancora. Ma ciò che dicevano non coincideva mai con le parole, quelle vere.

Avrebbe preferito essere in un qualsiasi altro posto, eppure era lì, a pochi centimetri da lei. Dalle sue braccia spalancate. Dal suo sorriso esploso.

Era lì, a pochi centimetri da lei, e l’unica cosa che riuscì a fare, l’unica possibile – certo, la meno logica-, fu lasciarsi andare a quell’abbraccio. Affondò il viso nello spazio tra la spalla e il collo. Quello spazio in cui i pensieri si annullano.

Respirò  a fondo.

Respirò quei frammenti di vita.

Si riempì i polmoni per poter resistere almeno un altro paio di mesi.

Si sciolsero da quell’abbraccio, in cui si raccontarono molto più di quello che realmente riuscirono a dirsi. Il tempo sembrava essersi fermato. La folla intorno svanita nel nulla.

C’erano solo le loro braccia strette. I loro battiti, così forti, che andavano oltre i cappotti. Oltre gli scudi costruiti a protezione di quei cuori malandati. A volte affannati.

Avevano appeso il cuore a un chiodo. Dove altro avrebbero potuto riporli?

Eppure erano lì. Battevano così forte che quasi abbattevano il muro del suono. Quasi all’unisono. Ma non se lo dissero mai.

Tutto nella norma.

  • Devi darmi un finale.
  • Dipende solo da te.

M.F.

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