ATTUALITÀ

GIUSTIZIA E TELEVISIONE TRA PROCESSI SHOW E LIBERO CONVINCIMENTO DEL GIUDICE

È una questione particolarmente delicata ed attuale, una problematica che sempre più frequentemente la magistratura giudicante si trova ad affrontare e a dover combattere; rimanere organo terzo ed imparziale nello svolgimento della sua funzione nelle aule di giustizia, nell’ambito di quelli che comunemente vengono definiti processi-show.

Ciò che si indaga è l’intricato rapporto tra giustizia e televisione, un rapporto che spesso genera delle distorsioni tanto nell’opinione pubblica quanto e soprattutto nella mente e nella sfera emotiva di chi è chiamato a giudicare e non è messo nelle condizioni di farlo serenamente, sgomberando il campo dalle influenze mediatiche.

Risale al 2009 l’adozione del nuovo codice di autoregolamentazione in materia di rappresentazione delle vicende giudiziarie in ambito radiotelevisivo sottoscritto dall’Ordine dei Giornalisti e dalle principali emittenti nazionali anche in conseguenza dei ripetuti moniti pervenuti da parte dell’allora Capo dello Stato, ed il cui precipuo scopo era ed è quello impedire la trasmigrazione arbitraria e non controllata dei processi che, per la delicatezza delle imputazioni o per l’importanza dei soggetti coinvolti, venivano trasferiti impropriamente dalle aule di giustizia al piccolo schermo con rappresentazioni che possano distorcere la comprensione dei fatti trattati, in violazione dei diritti della persona e nella totale mancanza di distinzione tra cronaca e commento, tra indagato, imputato e condannato, tra accusa e difesa.

E’ necessario, in ambito processuale e prima ancora nella fase delle indagini, che la televisione non si sovrapponga alla funzione della giustizia attraverso la tecnica della spettacolarizzazione dei processi e la suggestione di soluzioni alternative a quelle che derivano dall’esame delle prove che vengono costituite e formate in ambito processuale e che sono le sole sulle quali deve fondarsi la decisione del giudicante.

Eppure non sempre ciò avviene. C’è un secondo processo che vive in parallelo rispetto al processo penale, un processo mediatico che è ben diverso da quello che si svolge nelle aule di giustizia; un processo nel quale tutti possono avere un ruolo e possono esprimere il proprio giudizio, un giudizio di valore che può anche fedelmente rispecchiare l’opinione pubblica ed il sentire comune, ma che non sempre e non necessariamente deve (o dovrebbe) essere determinante nella decisione del giudice, che, invece, deve tendere alla ricerca della verità processuale; un processo nel quale si delineano, a suon di opinioni intrise di moralismi da salotto televisivo, i tratti caratteristici del colpevole che, da autore del delitto, diviene protagonista di un reality, come in una sorta di Truman Show.

È la finalità di divulgazione della notizia tipica del processo mediatico a tenerlo distinto dal processo penale, una finalità utilmente perseguita se, nell’esercizio del diritto di cronaca e nella libertà di critica, non svilisce i valori costituzionalmente garantiti quali il diritto di difesa, il principio di personalità della responsabilità penale e quello della presunzione di innocenza e della facoltà di limitare la libertà personale del soggetto se risulta colpevole solo all’esito di un giusto processo e oltre ogni ragionevole dubbio.

La funzione dell’informazione è cruciale ma deve essere utilizzata nella maniera e nella misura più corretta. E’ necessario garantire obiettività alle dinamiche processuali e riservatezza alle posizioni delle parti coinvolte contemperando tali esigenze con il diritto–dovere di informazione e di cronaca; se tale contemperamento di contrapposte esigenze comporta che si rinunci a qualche punto di share, non può che convenirsi sul fatto che ciò porti un notevole beneficio per la tutela dei diritti del cittadino e della società civile.

Questo almeno in linea teorica, perché da un punto di vista pratico sappiamo bene che non sempre è così e spesso si dimentica che ciò che si fa nelle aule di giustizia non deve essere strumentalizzato da un giornalismo di scarso livello tecnico che non può che arrecare danno alla funzione giudiziaria.

C’è un problema di fondo che è di essenziale importanza e riguarda la diversa velocità a cui viaggiano televisione e giustizia, se è vero come è vero che nell’ambito del processo mediatico si perviene più frettolosamente ad una conclusione senza che l’iter attraverso il quale viene individuato il responsabile di un fatto sia disciplinato in alcun modo specifico, laddove nel processo giudiziario i tempi sono scanditi da regole procedurali che dilatano le tempistiche necessarie al raggiungimento di un verdetto; ciò determina spesso l’inconveniente per cui si crea un ovvio condizionamento dell’opinione pubblica che rischia di vanificare il lavoro e la fatica di chi cerca la verità.

La spettacolarizzazione della realtà processuale insegue troppo spesso verità emotive diverse da quella storica e processuale e forma un convincimento collettivo destinato a radicarsi fino al punto che, se la sentenza non rispecchia il sentire collettivo, si ingenera nella gente il pericolosissimo sospetto che quella sentenza non sia giusta.

Ed allora dispensatrice di perle di saggezza si rivela la filosofa e scrittrice Hanna Arendt nel sostenere che “giudicare impone di non vedere, perché solo chiudendo gli occhi si diventa spettatori imparziali, operazione impossibile in un universo saturo di immagini – spesso ritoccate – come il nostro”.

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http://duels.it/…/adesso-vi-faccio-vedere-come-guarda-la-tv-un-italiano-2

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