CULTURA

BINGE WATCHING: STORIA E STORIE DEI SERIE-DIPENDENTI

Inutile girarci attorno: fino a qualche anno fa il modo più semplice e immediato per poter seguire una serie tv non era affatto la televisione, con buona pace della scatola responsabile dell’intrattenimento della nostra infanzia, ma il contributo dei team di fansubber.

Con la tv tradizionale sempre troppo in ritardo e comunque legata agli orari dei palinsesti e con la pay tv troppo costosa e comunque in ritardo rispetto alle release originali, ci siamo tutti affidati al recupero delle fonti e ai sottotitoli creati da gruppi di appassionati, soprattutto per le lingue più esotiche.

Così sono nate anche le prime community, attorno a serie tv in grado di coinvolgere e incantare ma ancora tanto di nicchia da richiedere sforzi non indifferenti per poterle apprezzare. È questo forse il caso di The Big Bang Theory, How I Met Your Mother e Lost (solo per citare le più famose), nate in un periodo in cui i diritti italiani erano ancora lontani dall’essere acquistati ma già con tanti spettatori nel nostro paese.

Questo è anche il caso dei cartoon e degli anime, ancor più di nicchia rispetto alle loro controparti in carne ed ossa, per cui il lavoro dei traduttori appassionati era (ed è) fondamentale, anche se spesso basato sulle versioni sottotitolate in inglese.

A stravolgere questo mondo, fatto di ricerca e nuove scoperte, ci hanno pensato i colossi dello streaming on demand a basso costo, incredibilmente efficienti e forniti, e le diverse alternative gratuite nate negli anni.

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Il primo esempio che sarà balenato nella mente di tutti non può che essere Netflix. Con il suo abbonamento accessibile anche per una sola persona, figuriamoci per un gruppo di amici, e le sue serie autoprodotte, di qualità altalenante ma sempre ambiziose, ha decisamente avuto un impatto enorme sull’intero mercato.

Tra i servizi gratuiti (e legali) a disposizione degli appassionati italiani, nati anche prima dell’arrivo di Netflix in Italia, non possiamo non ricordare PopCorn Tv e VVVVID, entrambi forse più ferrati in ambiente anime che serie tv live action, e ovviamente Youtube, anche se con un obbiettivo e una gestione diversa.

Con tante piattaforme a disposizione, ognuno di noi ormai controlla i cataloghi di questi servizi di streaming quando vuole godersi una nuova serie, proprio per non doversi gettare in una forsennata ricerca nel vasto mondo del web.

 

Come dicevamo, anche YouTube ha cercato di gettarsi nel mondo delle serie on demand con aziende come Yamato Video, che si sono affacciate sulla piattaforma per cercare di monetizzare le proprie serie su licenza tramite la pubblicità presente sul sito (operazione purtroppo non sempre riuscita al meglio n.d.r.), e con tanti gruppi di aspiranti attori/registi/editor o semplicemente content creator che volevano farsi notare.

Poco invece è cambiato per il mercato home video: i dvd o i blu ray erano e continuano ad essere oggetto da collezione per gli appassionati più affezionati, con la possibilità di poter fruire di serie tv quasi in qualsiasi momento e senza grande sforzo. Nonostante il prezzo di intere serie tv sia diventato man mano più accessibile, al contrario di quando erano solo disponibili in dvd di singoli episodi, il mercato non riuscirebbe di certo a basarsi solo sulle vendite dei supporti fisici.

La comodità di servizi come Netflix è innegabile, con le nostre serie preferite ad appena un paio di click di distanza e con la possibilità di vederle nella migliore qualità disponibile e con la possibilità di scegliere tra lingua originale e doppiaggio senza grandi impedimenti e, in un mondo dell’intrattenimento trasformatosi in questo modo, non sorprende la guerra spietata messa in atto da Google e Amazon con il colosso americano, combattuta a colpi di produzioni originali e esclusive con i creators.

Non c’è da meravigliarsi della mossa di Disney di gettarsi sullo stesso mercato, con diverse e impressionanti armi nel suo arsenale. Soprattutto dopo l’acquisizione di Fox, la casa di Topolino avrà dalla sua tutte le produzioni animate più amate e seguite dai più, con tanto di prodotti targati Star Wars e Marvel e con la recente inclusione di serie come i Simpson. Sicuramente l’arrivo del servizio streaming Disney darà un forte scossone agli equilibri, ma la guerra sembra combattersi anche sulla disponibilità sui dispositivi e non solo sulla disponibilità nel catalogo.

Con le smart tv ancora non diffusissime nel nostro paese, molti dovranno fare i conti con la compatibilità e la presenza dei servizi di streaming su periferiche come il Chromecast o Amazon TV, elemento in più che guiderà la scelta dell’abbonamento da sottoscrivere prima di avere accesso ai nostri contenuti preferiti.

Da non sottovalutare anche il mercato degli streamer, soprattutto quando si parla di videogiochi. Con Twitch (nella famiglia Amazon) tra i servizi più apprezzati e fruibili per la scoperta dei videogiochi e dell’intrattenimento passivo ad esso legati, YouTube si è sentito obbligato ad aprire la sua sezione legata al gaming, anche se con risultati piuttosto discutibili.

Indipendentemente da quello che cerchiamo per allietare le nostre serate, la tv sembra essere sempre meno il punto di riferimento per le generazioni attuali e future, con la comodità dell’on demand e dello streaming sempre più forti sul mercato. Il problema, quindi, non sarà più cosa guardare, ma a quale piattaforma abbonarsi per avere la “videoteca” virtuale più assortita… con buona pace (finalmente n.d.r.) dei pirati e della caccia ai sottotitoli online.

Alessandro D’Amito

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1 risposta »

  1. Ora che l’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’ultima versione dell’ICD, International Classification of Disease, il manuale che racchiude la classificazione di tutti i disturbi, ha introdotto ufficialmente la dipendenza da videogame tra il novero delle malattie, mi aspetto che tra non molto ci rtoveremo a curare persone per dipendenza da serie tv!

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