CULTURA

AMERICAN BEAUTY: STORIA DI UNA MASCHERA SOCIALE

Lester Bunrham è un uomo come tanti e lo sa bene. La sua vita ordinaria, forse quasi banale, si svolge in una cittadina americana di cui nemmeno conosciamo il nome; vive l’imposizione di un ruolo e di una vita familiare in maniera passiva, come se vi fosse costretto dal fatto di essere diventato adulto; nel percorso dell’esistenza – si sa – quando si diventa grandi ci si sposa, si mette su famiglia, si va al lavoro (un lavoro che il più delle volte non piace) e si diventa vecchi così, perché è questo che normalmente accade.

Ma Lester non è vecchio e soprattutto quando decide di “svegliarsi” dal torpore nel quale è ingabbiato è già tardi, Lester è già morto. Lo scopriamo dalla sua stessa voce, mentre sotto la doccia dà sfogo ad una delle poche pulsioni che gli sono rimaste, masturbandosi.

È proprio quella della morte la prima consapevolezza del personaggio, una presa d’atto che viene raccontata allo spettatore senza alcuno sgomento; Lester “vive” la morte con la medesima passività con cui ha vissuto la sua esistenza.

Il nostro Lester non era così quando tutto è cominciato, lo è diventato a furia di misurarsi con una famiglia apparentemente perfetta ma in realtà totalmente “incasinata”, con Carolyne, la moglie che vive la frustrazione di volere a tutti i costi eguagliare Buddy, leader indiscusso del mercato delle vendite immobiliari, con il quale – pur di ottenere un pò di successo – finisce pure a letto, in perfetta osservanza dello psicodramma al femminile della donna che vuole fare la professionista ma in fondo non stima sé stessa e spera di prendere una scorciatoia per arrivare ad una notorietà che diversamente non otterrebbe; e con Jane, la figlia che si è innamorata di Ricky, lo strano dirimpettaio (strano lui e strano pure il padre, con quell’aspetto così marziale, tipico della carriera militare che ha perseguito) e che cerca di scappare a New York proprio con lui.

Con loro Lester non ha affatto coronato il sogno dell’affermazione familiare, ha piuttosto visto morire ammazzata la sua individualità, ed ha iniziato a calarsi in un ruolo che, suo malgrado, la società gli ha imposto; una maschera sociale, che può sfilarsi solo sotto la doccia, l’unico momento in cui è solo con se stesso, ogni mattina, e non può certo mentire.

Questo fino a che un bel giorno non è arrivata la biondina, quella piccola Lolita (o forse aspirante tale) dall’aspetto così angelico, della quale Lester si invaghisce a prima vista; non è di certo amore, ma lui non ci capisce nulla; è un’irruzione quasi violenta quella che la bella Angela fa nella vita del nostro uomo, rompendone gli schemi monotoni e monotòno che fino ad allora ne scandivano i tempi.

Inizia da qui la metamorfosi di Lester, il suo tentativo disperato di togliersi la maschera e reinventarsi, ricostruire il suo ruolo, senza sapere che questa ricostruzione comporterà inevitabilmente la necessità di indossare una nuova maschera.

Vuole un corpo nuovo il nostro amico Lester, un uomo che ci può fare anche un pò di tenerezza in fondo, quando si dedica all’attività ginnica per pompare i muscoli e diventare “figo” per piacere a quella ragazzina dall’aspetto erotico che ha risvegliato i suoi sensi e le sue pulsioni, quella fanciullina che apre la bocca e ne escono petali di rosa, di colore rosso come l’eros; o ancora quando si mette a fumare erba con il figlio del generale dei Marines anti-gay e anti-disordine, quel ragazzo dall’aria tormentata che passa la sua vita a farsi percuotere dal padre come un sottoposto insubordinato e che, incurante di ciò, spaccia sostanze psicotrope e riprende con la sua videocamera ogni oggetto che abbia un minimo di movimento vitale.

Quello che si percepisce dal film è una forsennata ricerca di affermazione e di rispetto delle regole ad ogni costo, ma solo in apparenza, perché in fondo tutti i personaggi indossano la loro maschera e nell’intimo sono ben diversi da come devono apparire agli occhi degli altri.

È il tipico modello sociale nel quale se sei un vincitore (nel senso canonico del termine) la tua vita avrà un senso; la corsa è all’affermazione sociale, perché tutti possano vedere che ci sei arrivato.

Lester decide di ribellarsi a questo sistema, cambia lavoro, diventa l’ultima ruota del carro in un fast food nel quale è destinato all’invisibilità e dove scopre, ma senza scomporsi più di tanto, che la moglie lo tradisce con l’imprenditore affermato del mattone e delle vendite, fa palestra, fuma le canne e medita di possedere la bella Angela, unico e solo obiettivo della sua nuova esistenza.

Ma proprio quando è finalmente giunto ad un passo dalla soddisfazione di quello che è diventato il suo chiodo fisso, ecco il colpo di scena; Angela, quel bocconcino sexy che ha tutta l’aria della donna sgamata e di apparente esperienza, gli confessa di essere ancora vergine.

È come una nota stonata che rovina un equilibrio e destabilizza il nostro Lester, mandando in fumo i suoi piani; è a questo punto che egli prende coscienza del fatto che Angela è solo una ragazzina, potrebbe essere sua figlia; insomma, non si infilano le mani – e nemmeno qualcos’altro – tra le gambe di una ragazzina.

È così che fallisce la ricerca di una nuova identità per Lester Burnham, ma ormai è troppo tardi, è già morto e non si può tornare indietro.

Questa l’amara consapevolezza che all’improvviso rende l’idea dell’irreversibilità di alcune cose.

American Beauty è un film del 1999, diretto da Sam Mendes e sceneggiato da Alan Ball, un’opera magistrale che descrive i costumi della società americana, che parla di sessualità e repressione, solitudine e sentimenti, bellezza e conformismo, con un incedere incredibilmente accattivante.

Riesce a trattare tematiche di spessore con grandiosa leggerezza, senza stancare e lasciandoci con la voglia di rivederlo ancora, e ancora.

La realtà è che noi tutti siamo un po’ Lester Burnham, sebbene non vorremmo vivere proprio il suo stesso destino.

Facciamo i conti con il nostro contesto di riferimento, con i doveri che il nostro ruolo ci impone, con le nostre pulsioni, con i desideri che spesso non possiamo appagare e nemmeno rivelare, con quel modello che inevitabilmente abbiamo dovuto costruirci per poter stare al mondo e che rappresenta – in fondo – la maschera della nostra esistenza.

 

 

 

 

 

Copyright foto: https://www.psicologiaimmagine.it/wp-content/uploads/2016/03/American-Beauty-DI.gif

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