CULTURA

ECO, È CIÒ CHE RIMANE – PARTE I

Ancora le pagine lunghe e scarne scorrevano sotto le sue dita, senza che si accorgesse di quanto infimo fosse quel libro, ma andava bene così, voleva solo perdere un po’ di tempo aspettando che la pioggia finisse di battere, ininterrotta, il suo incalzante ritmo. Mentre leggeva però, la sua memoria iniziò a ricordare ciò che forse, leggendo un libro più interessante, sarebbe rimasto nei cassetti dell’oblio. Come se si fosse staccato dalla sua identità iniziò a rivivere ciò che era stato, a provare sensazioni già provate, ma ora completamente nuove. Il profumo del caffè , schizzi di acqua sulla sua pelle cotta dal sole, ferite di quando insieme ai suoi amici giocava nel parco, il sapore della prima sigaretta che non riusciva ad aspirare. Tutta questa memoria che involontariamente faceva capolino risultò essere spiazzante, inquietante, soprattutto quando sovvenne il ricordo frammentario di qualcosa di indefinito. Un volto in uno specchio che urla la propria angoscia, la propria verità davanti a qualcosa che non si riusciva a scorgere in maniera chiara. Impressionato da quell’immagine venuta fuori così senza un preciso motivo distolse gli occhi dal libro, si guardò intorno e cercò di dimenticare quel volto urlante, alzandosi dalla sua sedia si diresse verso la finestra e aspettò, non pensando a nulla e lasciandosi ipnotizzare dalle gocce di pioggia. Voleva rimuovere la visione appena avuta, aveva bisogno di qualcosa che presto sarebbe arrivata. Quella sera aspettava qualcuno o qualcosa, aspettava con ansia, incerto, fino a quando qualcuno bussò. Andò ad aprire la porta, ma non c’era nessuno, c’era solo una scatola verde di metallo. Sorrise, si chinò per prendere la scatola, la portò dentro, la posò sul tavolo, la aprì e ascoltò quel dolce ronzio, fiero di poter cogliere per qualche istante quel suono e di vedere ciò che non tutti possono vedere e comprendere. Assorto totalmente da quella scatola ci mise un po’ a udire il telefono che squillava, si alzò, rispose, sorrise e disse -“Si, mi è piaciuto molto il tuo regalo”.

E riagganciò.

Il carillon smise di ronzare. Era già la terza volta che ascoltava in silenzio le note malinconiche. Era curioso come il signore dell’annuncio potesse ricreare qualunque oggetto, basandosi solo su una descrizione. Era passata a mala pena una settimana. Sette giorni da quando si era recato nel suo scantinato, dove riceveva solo per appuntamento. Lì quasi per gioco, gli aveva descritto un oggetto che non vedeva da molti anni. Un piccolo carillon a cui erano legati tanti ricordi di quando era bambino. Ed eccoli lì quei ricordi affiorare nella mente, spinti dalle note di una melodia italiana. Trovarsi con i piedi bagnati su una riva di un mare tanto azzurro quanto profumato. Il vento del mare che soffia sul viso e riempie i polmoni fino a farli scoppiare. La luce del sole che abbaglia coloro che la vedono sempre eclissata dalle sagome dei palazzi. Ed ecco, un nome, una voce. Suo nonno. Di nuovo la luce che abbaglia. Ed eccolo suo nonno, inginocchiato, mentre gli insegna a dare un nome alle dita della mano. Ora, nella penombra della sua stanza imitava gli stessi gesti, come se, passato e presente coincidessero in quell’istante. “Pollice”, “Indice”, “Medio”. “Pollice”, “Indice”, “Medio”. “Pollice”, “Indice”,”Medio”. Non riusciva a completare la cinquina. Complice lo stordimento dell’alcol, complice il ricordo che si interrompeva in quel frangente. Perchè proprio lì? Si alzò di scatto, nervoso, punto dall’insolenza della memoria che non rispondeva alla volontà di tornare indietro. Tornare indietro, negli anni, negli avvenimenti, e imparare che esistevano anche l’anulare e il mignolo. Aveva un buco che non riusciva a colmare.Chiuse gli occhi, appoggiato al pianoforte. Si calmò, si rese conto che era normale non ricordarsi di particolari accaduti ventisette anni prima. Giustificò così tutto quanto e accese una sigaretta. Fece due passi per avvicinarsi alla luce gialla che proveniva dalla finestra e in quello stesso istante riniziò a contare “Pollice”,”Indice”,”Medio”. Ora capiva tutto, doveva iniziare dal medio. Come al solito . Prese la giacca, le sigarette e

senza ricontare tre volte aveva già chiuso la porta alle sue spalle scendendo frettolosamente i gradini delle scale.

Tre alla volta.

FINE PRIMA PARTE

Foto: Edward Hopper dettaglio di Hotel by the Railroad, 1952
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