EDITORIALE XXVI: MASCHERE E VOLTI

“Imparerai a tue spese che lungo il tuo cammino incontrerai ogni giorno milioni di maschere e pochissimi volti.”

Pirandello

In una società come quella odierna dove impera l’Io egoista, l’interesse personale, il primeggiare e il voler apparire in stile agonistico, ecco spuntar fuori allegoricamente un accessorio indispensabile: la maschera.

Sinonimo di menzogna, di mistero, si tende a interpretare la maschera come un metodo per nascondersi al prossimo e per non rivelare uno o più aspetti di noi stessi (cfr. Pizzorno 2008).

Simbolo che caratterizza l’umanità, mutevole ed enigmatico, la maschera continua a cambiare e a evolversi con lo scorrere inesorabile delle  sabbie del tempo.

Di certo una maschera è un travestimento, un oggetto che nasconde il nostro vero viso e distorce il nostro aspetto fisico. Ma proprio per questo, a livello metaforico, una maschera è anche un modo di coprire la nostra personalità e di far vedere un’identità diversa da quella reale.

Nascondersi è una reazione umana iniziale che si verifica per colpa della paura di essere giudicati, come vi abbiamo appena detto. Possiamo essere acidi per paura di far vedere la nostra vulnerabilità; comportarci gentilmente, perché ci interessa mantenere il nostro lavoro; ammorbidire il nostro punto di vista per essere più diplomatici

Una delle cause inconsapevoli più frequenti della necessità di presentarci agli altri come quelli che non siamo è la paura di non essere rispettati, amati o accettati.

Dobbiamo sapere che, al contrario di quanto crediamo di solito, quella maschera che credevamo così sicura prima o poi cadrà o inizierà a sgretolarsi. E, da quei piccoli fori, uscirà tutta la verità della nostra essenza. È questo ciò che accade a molte persone: le maschere le rivela, perché il tempo le tradisce.

“Quando ci guardava, sembrava star cercando la verità dentro di noi. Sembrava sapere che dietro ogni cosa c’è qualcos’altro.
-Clara Sánchez-
Nel corso dell’ultimo secolo, attraverso studi di psicologia, psicanalisi e psicopatologia, si è riscontrata una tipologia di mascheramenti in cui l’oggetto in sé non ha più una forma fisica, ma esiste nella mente del paziente come metafora della propria condizione – in questo caso infatti chi è affetto da una patologia nervosa, spesso, non ha altro modo di comunicare con il mondo che lo circonda se non attraverso delle simbologie che gli permettano di tradurre il proprio caos interiore (cfr. Callieri-Faranda 2001).
Da qui il bisogno patologico di indossare un travestimento che lo renda il più possibile simile all’altro.
Si può trovare un riscontro anche in quei travestimenti che non hanno altro scopo se non quello ludico e della celebrazione del costume, come negli ambiti delle rievocazioni storiche, del gioco di ruolo dal vivo o del cosplay (dalla crasi dei termini costume e play, è la pratica di ricreare e indossare gli abiti di un personaggio di film, fumetti serie animate e altro), tutte attività e hobby che negli ultimi anni sembrano aver attratto una cerchia sempre più diversificata di appassionati. In questo caso, la maschera vuole essere un metodo di espressione personale che va dalla semplice presentazione di un costume accurato e ben fatto, alla creazione di interi mondi e nuovi personaggi.
In questo XXVI numero di Metis Magazine abbiamo voluto affrontare il tema delle maschere e dei volti anche in concomitanza dell’arrivo della festività più folle e caotica dell’anno: il carnevale. Abbiamo voluto farlo come sempre affrontando la tematica a 360°: molteplici saranno i nostri articoli di approfondimento, le interviste esclusive e le nostre immancabili rubriche.
Senza alcuna pretesa di essere stati esaustivi sull’argomento ma solo con l’intento di offrirvi alcuni spunti di riflessione, vi invitiamo a non perdervi questo originale numero di febbraio.
Buona lettura.
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