IL TEATRO E LA MASCHERA – DA TRADIZIONE AD AVANGUARDIA

Sulla maschera teatrale si sono scritte milioni di pagine. Dalla critica letteraria alla filosofia, tutti i più grandi interpreti del pensiero antico e contemporaneo hanno espresso la fascinazione per quella che è l’arte interpretativa per eccellenza, il teatro. To be or not to be diceva Amleto e questa è la sinossi ufficiale di cosa sia in realtà il teatro e la maschera in sé. Essere e non essere non vi è una mediazione tra finzione e realismo che continua ad essere finzione scenica. 

 

Ne “La Nascita della Tragedia“, Nietzesche pone le origini del teatro nella contrapposizione tra spirito apollineo e dionisiaco in quanto il primo è la magnificenza, e il secondo è lo sguardo verso l’abisso, verso l’ignoto e inconoscibile, forse della essenza umana e delle arti, più in generale. Potremmo dire che le basi per conoscere le forze che animano il teatro siano proprio queste due istanze contrapposte, da una parte la finzione, dall’altra l’oscurità dell’animo umano. Il teatro ha da sempre posto l’accento sulla ironia della vita umana, quand’anche fosse interpretato in forma di tragedia. Il vero protagonista della scena teatrale è, dunque, lo spettatore il quale si trova travagliato dalla finzione scenica ma in essa riconosce tutte gli aspetti della sua vita, a volte miserabile a volte comune ma, allo stesso tempo, incompresa. 

La funzione della maschera teatrale è quindi quella di celare e mostrare al contempo. Mascherando la verità la si comunica, la si mette in scena in tutta la sua forza distruttiva. L’interpretazione dell’attore è nient’altro che un dire con una forma diversa quello che le altre arti fanno. L’artifizio, proprio delle arti in generale, è da ricercare nella scrittura e nella interpretazione. Quest’ultima, quindi, risulta essere ciò che più ci avvicina a un invisibile, un non noto e quindi degno di elevazione artistica. Essere spettatori a teatro equivale a indossare una maschera che ci distacca dalle nostre ansie quotidiane e che ce le fa vedere da un’altra prospettiva, quella dell’arte e dell’artificialità della messa in scena. 

LA COMMEDIA DELL’ARTE E IL RITORNO DELLA MASCHERA

La commedia dell’arte, particolare genere teatrale nato in Italia nel XVI secolo, ha segnato una svolta epocale, se non per altro, sicuramente per il ritorno sulle scene della maschera in tutta la sua accurata finzione. Indossare la maschera di Arlecchino o Pulcinella significava dare l’opportunità alla parte più nascosta dell’attore di emergere e far “baccano”, piangere e ridere a squarciagola. Nella commedia dell’arte, infatti, la centralità dell’opera era regalata all’attore, alla maschera, il quale non seguiva un copione ma un canovaccio. Della commedia dell’arte fanno parte le più note maschere carnevalesche, quelle della tradizione più antica. 

Dal ‘500 fino alla riforma teatrale goldoniana, la commedia dell’arte è stata una delle forme teatrali più famose e più amate. Guardare sulla scena Arlecchino che serviva due padroni era esilarante e faceva, allo stesso tempo, pensare alla vita quotidiana e al rapporto degli spettatori con il burlone salta banchi di turno. Ovviamente, queste maschere non avevano lo spessore e la complessità di personaggi studiati appositamente per uno spettacolo teatrale tradizionale, ma, essendo la rappresentazione più che altro un business, svolgevano il ruolo di attrarre il pubblico più diversificato possibile. 

A farla da padrone erano i costumi bizzarri (come quello di Arlecchino), lingue non consuete (come lo spagnolo del Capitano), o l’uso delle maschere, che li ricollegava a periodi di libertà come il carnevale. Uno spettacolo era composto in genere da una o due coppie di giovani innamorati; uno o due servi (per es. Arlecchino e Buffetto); una servetta (per es. Colombina); due vecchi (come Pantalone e il Dottore); il Capitano. Alcuni di questi personaggi ritornano anche in commedie scritte, in particolare in quelle di  Gozzi e Goldoni.

L’AVANGUARDIA E LA MASCHERA PIRANDELLIANA

Nel Novecento si assiste a una vera e propria rivoluzione artistica in tutti i generi letterari. Dal romanzo alla poesia e, ovviamente, al teatro molti furono i cambiamenti che l’avanguardia apportò al concetto classico di arte. Citiamo Pirandello perché nella letteratura italiana il suo concetto di teatro e metateatro è ciò che di più colpisce lo spettatore e il critico. 

Un personaggio, signore, può sempre chiedere ad un uomo chi è. Perché un personaggio ha veramente una vita sua, segnata di caratteri suoi, per cui è sempre “qualcuno”. Mentre un uomo – non dico lei, adesso – un uomo così in genere, può non essere “nessuno”.

Pirandello, nel romanzo Uno Nessuno e Centomila se da una parte riprende l’idea Nietzchiana di “relatività”, in cui la realtà è un gioco di forme illusorie in cui non è possibile conoscere la verità, dall’altra guarda al concetto sviluppato da Gustav Yung di “persona” in cui ogni “individuo” indossa una maschera in determinate circostanze per rispondere alle richieste del mondo esterno il cui uso eccessivo può sfociare nell’ombra della personalità. Il relativismo conoscitivo pirandelliano non è altro che l’ammissione di una verità non assoluta proprio perché la verità possibile è quella che identifica l’essere con il suo apparire.

DEUS EX MACHINA

Parlare di teatro in poche righe e in articolo di approfondimento non è facile e può risultare sminuente. Come detto in principio, tanto si è scritto a tal proposito e tanto si scriverà sul teatro. L’unico Deus Ex Machina che può ricongiungerci all’interpretazione e alla visione complessiva dell’opera teatrale è andare a teatro. Le magnifiche sorti e progressive dell’arte teatrale sono nelle nostre mani quindi andiamo a teatro e godiamo della magnificenza e irripetibilità dello spettacolo teatrale. 

 

FOTO: http://www.b-hop.it/primo-piano/globe-theatre-viaggio-una-notte-di-mezza-estate-romana/
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http://www.milanoinscena.it/teatro/piccolo-teatro-grassi/
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