CULTURA

ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE: IL FRUTTO MATURO DI UNA LOGICA IRRAZIONALE

Due persone, due vite ma un unico corpo: Charles Lutwidge Dogson, meglio conosciuto come Lewis Carroll, ha condotto l’intera esistenza restando in perfetto equilibrio tra una disarmante razionalità e la più creativa illogicità. Nato a Darwsbury, nel territorio scozzese del Cheshire, Charles mostrò fin da bambino una spiccata capacità matematica e un’altrettanta stupefacente propensione all’affabulazione. Passava in pochi minuti dal risolvere problemi aritmetici sempre più complessi all’inventare storie per bambini cariche di personaggi fantastici e situazioni surreali.

La ferrea logica lo portò ad avere una cattedra in matematica all’università di Oxford, dove fu docente per tutta la vita. Il suo lato creativo lo condusse, invece, nel paese delle meraviglie, dal quale riuscì a far emergere una serie di personaggi tanto fuori dalle righe quanto capaci di far sognare generazioni di bambini. Se il professore Charles si presentava nel suo essere rigoroso e impeccabile, il romanziere Lewis passava il tempo libero a scrivere fiabe, racconti e letterine per le sue piccole amiche.

Nella puritana Inghilterra vittoriana mal veniva vista la sua predilezione per le bambine tra i quattro e i dieci anni, alle quali indirizzava storie e che spesso fotografava nei parchi. Fu “pedofilo” nel senso letterale del termine, ovvero “amante dei bambini”, ma non commise mai nessun reato nei loro confronti tale da renderlo meritevole dell’accezione negativa che ha oggi la parola.

Il suo capolavoro “Alice nel paese delle meraviglie” e il suo sequel “Alice attraverso lo specchio” sgorgarono dalla sua penna sotto la richiesta quasi assillante di Alice Liddell, la bimbetta di cinque anni alla quale raccontò la storia inventata sul momento durante una gita in barca e che la vedeva protagonista.

Fu  per lei che  successivamente la mise per iscritto.

Carroll era amico del padre delle tre piccole Liddell, ragazzine argute e amanti dei racconti fantastici di quell’uomo dall’aria melanconica che accompagnava spesso il loro papà. Fu proprio quest’ultimo a volere che la descrizione dell’Alice romanzata fosse, in vista di una pubblicazione, totalmente diversa da quella di sua figlia: da qui i boccoli biondi della versione letteraria rispetto al caschetto scuro della piccola dalla quale il personaggio prese ispirazione.

Un mondo fatto di contraddizioni e no sense ma anche di tentativi della protagonista di ripristinare un ordine razionale.

Il “paese delle meraviglie”, però, è opera di Lewis, non di Charles, motivo per il quale ogni speranza della bambina di trovare spiegazioni logiche a ciò che avviene in quel luogo fantastico resta inappagata e le sue domande ricevono non-risposte cariche di nuovi punti interrogativi. Tuttavia, sta proprio nell’equilibrio razionale-irrazionale la grandezza dell’opera di Carroll, nelle filastrocche prese dal mondo popolare e sapientemente rivisitate, nei personaggi pieni di spirito ma anche caratterizzati da una coinvolgente e strabiliante pazzia.

Nel mondo rovesciato di Carroll, però, essere matto non è un difetto ma un senso di appartenenza ad una terra che si lascia il diritto della libertà. Liberi da ogni schema dettato dalla razionalità, i matti di Wonderland giocano a scacchi, si arrampicano sugli alberi, appaiono e scompaiono dietro la luminosità di un sorriso furfante, sorseggiano tè nell’immobilità di un tempo fermato in eterno, tagliano teste e corrono restando comunque sempre in ritardo.

E’ un romanzo di formazione a tutti gli effetti, perché Alice impara ad accettare le infinite possibilità e varianti offerte dalla vita proprio lì dove può avvenire l’impensabile e accadere l’assurdo. Diventa grande mentre continua ad ingigantirsi e rimpicciolirsi ad intermittenza, e lo fa grazie alla sua capacità di andare oltre gli schemi logici e al suo coraggio di attraversare lo specchio.

Antonella Fortunato

 

 

 

copyrigh foto:

http://piccadillyinc.com/products/alice-in-wonderland-coloring-book/

 

 

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