CULTURA

IDI DI MARZO: LE 23 PUGNALATE AL DIVO GIULIO CHE CAMBIARONO LA STORIA

Narrato da scrittori e poeti, musicisti e cantastorie, immortalato nell’arte da pittori e scultori come sinonimo di vittoria e tradimento:

” egli è forse l’unico fra i potenti della terra che tanto nelle grandi quanto nelle piccole cose non abbia mai agito per inclinazione e per capriccio, ma, senza eccezione, secondo il suo dovere di statista, e che guardando indietro nella sua vita abbia avuto da lamentare molte disillusioni, ma non da rimproverarsi errori commessi per passione. Un romano nella più profonda intimità del suo essere. Cesare è l’uomo intero e compiuto. ”

Mommsen 1856

Numerosi sono coloro che conobbero il fascino della sua persona, l’ammirazione per una parte delle sue scelte da statista e il ribrezzo per il resto, ma soprattutto l’angoscia nel riconoscere quanto fu grande l’influenza del suo potere.

Conosciuto con tantissimi nomi, il pontefice massimo, il dittatore perpetuo, il capo militare che ha assoggettato il mondo intero alla lex romanail Divo Giulio è un uomo di 56 anni quando, stanco e malato, fiaccato dalle interminabili campagne militari e dalla politica rimane vittima di una congiura ordita all’interno della Curia di Pompeo, sede provvisoria del Senato distrutto da un incendio.

Erano le Idi di Marzo del 44 a. C.

In Storie, civiltà e vita ai tempi di Roma Antica ( Ed. De Agostini, 1999) è Cesare stesso a presentarsi ai posteri con queste suggestive parole:

” Discendo da sangue reale e sono imparentato con gli Dèi immortali. Porto con me l’ inviolabilità dei re, padroni del mondo e la santità degli Dèi, padroni dei re. Io fui predestinato alla gloria di Roma.”

Una gloria divina e regale che ha minato la vita della repubblica portando l’impero verso la dittatura. Ecco la scintilla che ha generato la congiura probabilmente più famosa della storia.

Una ventina di senatori, contrari a ogni forma di potere personale, custodi e difensori delle tradizioni dell’ordinamento repubblicano, temendo che Cesare potesse proclamarsi re di Roma, ordirono una congiura guidata da Gaio Cassio, Marco e Decimo Bruto. Tra i congiurati oltre ai Pompeiani e ai repubblicani vi erano i sostenitori di Cesare che furono spinti a compiere questo assassinio prevalentemente da motivi personali: per rancore, invidia e delusioni per mancati riconoscimenti e compensi.

I presagi che si manifestarono nelle ore precedenti alla congiura, così come  gli storici raccontano, non servirono a fermare il destino: deflagrarono le idi di marzo.

23 PUGNALATE CHE CAMBIARONO LA STORIA

Le Idi di Marzo erano un giorno festivo dedicato a Marte, Dio della guerra. La seduta in Senato in questo preciso giorno era probabilmente l’ultima occasione propizia per i congiurati di eliminare Giulio Cesare poiché, tre giorni dopo, sarebbe dovuto partire per una campagna contro i Geti e i Parti.

Ecco di seguito, il racconto di Svetonio, scrittore biografico latino di età imperiale, sull’assassinio del divo Giulio:

« Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono con il pretesto di rendergli onore e subito Cimbro Tillio, che si era assunto l’incarico di dare il segnale, gli si fece più vicino, come per chiedergli un favore. Cesare però si rifiutò di ascoltarlo e con un gesto gli fece capire di rimandare la cosa a un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle e mentre Cesare gridava: “Ma questa è violenza bell’e buona!” uno dei due Casca lo ferì, colpendolo poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì con lo stilo, poi tentò di buttarsi in avanti, ma fu fermato da un’altra ferita. Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l’orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, con anche la parte inferiore del corpo coperta.

Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si precipitava contro di lui: “Anche tu, figlio?”.

Cesare cadde ai piedi della statua di Pompeo, suo nemico nella guerra civile del 49 a.C., e morì colpito da 23 coltellate.

Rimase lì per un po’ di tempo, privo di vita, mentre tutti fuggivano, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che pendeva fuori, fu portato a casa da tre schiavi.

QUOQUE TU BRUTI FILI MI ?

Secondo Svetonio, quindi, Cesare avrebbe pronunciato queste ultime parole prima di morire: “Anche tu figlio”; e lo avrebbe pronunciato in greco ”καὶ σύ, τέκνον” (Kai su teknòn), perché quella era la lingua dell’élite romana.

Secondo altri, invece, la vittima non avrebbe pronunciato nulla se non gemiti. Ma, se si vuole accettare l’idea che Cesare abbia pronunciato tali parole, un post scriptum è d’obbligo: alcuni ritengono che egli non si stesse riferendo a Marco Giunio Bruto  ma a Decimo Giunio Bruto Albino, uno dei suoi legati in Gallia e uno dei comandanti di rilievo durante la guerra civile, uomo di completa fiducia per il dittatore che lo citò anche nel suo testamento. Fu quest’ultimo a convincere Cesare a recarsi in Senato, allontanando le preoccupazioni della moglie Calpurnia che aveva avuto cattivi presagi e che stava facendo pressione sul marito per restare a casa: lo stupore verso Decimo sarebbe stato perciò molto più giustificato che riguardo Bruto.

DOPO LA CONGIURA…

Vana fu la congiura poiché fu impossibile arrestare il processo irreversibile della fine della repubblica. Poche ore dopo il cesaricidio, i senatori coinvolti si sparpagliarono e si diedero alla fuga.  Ci pensarono, poi, Marco Antonio e Ottaviano Augusto ( suo erede) a vendicarne la morte.

Dopo la disfatta, Bruto e Cassio, invece, si tolsero la vita. Dante Alighieri, nella sua Commedia, li inserirà nella parte più profonda dell’Inferno, la Giudecca, tra le fauci dello stesso Lucifero, assieme a Giuda Iscariota. Essi sono infatti considerati traditori dell’impero.

L’EREDITÀ DEL DIVO GIULIO: 300 SESTERZI PER OGNI CITTADINO ROMANO

Il 20 marzo del 44 a. C. vengono celebrati i solenni funerali di Cesare. Emerge la figura di Marco Antonio, suo luogotenente: legge alla folla il testamento del dittatore, che dona al popolo ai giardini del Gianicolo  trecento sesterzi ( corrispondenti a circa 600 euro di oggi) per ogni plebeo.

”…ho qui con me una pergamena scritta, col sigillo di Cesare;

l’ho rinvenuta nel suo gabinetto: è il suo testamento.

Se solo udisse la gente del popolo quello ch’è scritto in questo documento

– che, perdonate, non intendo leggere –

andrebbe a gara a baciar le ferite di questo corpo, e a immergere ciascuno i propri lini nel suo sacro sangue; e a chiedere ciascuno, per reliquia, un suo capello, di cui far menzione in morte, per lasciarlo in testamento, prezioso lascito, ai suoi nipoti. (…)

Gentili amici, no, siate pazienti, non lo debbo leggere. Non è opportuno che voi conosciate fino a che punto Cesare vi amasse. Non siete né di legno, né di pietra, ma siete uomini, e, come uomini, sentendo quel che Cesare ha testato, v’infiammereste, fino alla pazzia.

È bene non sappiate che suoi eredi siete tutti voi...”

IL  SIGNIFICATO DEL CESARICIDIO OGGI

Oggi, con il termine cesaricidio si fa riferimento ad un atto di eliminazione fisica di chi si ritenga possa pregiudicare la libertà per fini di potere personale. Nel tempo ha assunto anche un significato ideologico per coloro che vertono a difendere in maniera estrema i valori di libertà civile e le tradizioni esposte a rischio dal un potere dispotico.

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«La colpa, caro Bruto, non è nelle stelle, ma in noi stessi, che ne siamo subalterni.»

Giulio Cesare , W. Shakespeare

 

 

 

 

 

Copyright foto copertina:

La morte di Cesare di Jean-Léon Gérôme (1859)

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