CULTURA

OCCHI D’ARTISTA: REALTÀ E FOLLIA ATTRAVERSO L’ARTE

L’arte fa da medium tra l’artista e la tela, la quale come uno specchio “deformante” riflette ciò che l’artista vuole rappresentare.

La razionalità e la follia rappresentate nell’arte si potrebbero far risalire a due correnti: il Realismo francese degli anni ’40 dell’Ottocento, e l’Espressionismo tedesco degli anni tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.

Il Realismo francese nasce con l’intenzione di liberare l’arte da contenuti mitologici e fantastici, per dare non solo una fotografia del reale ma anche una lettura personale del mondo che evidenzia le problematiche sociali dell’epoca. Gustave Courbet ne è caposcuola, ed egli stesso dipinge l’attuale quadro storico e sociale senza ricorrere ad idealizzazione alcuna, come ad esempio nel dipinto Funerali a Ornans (1849): il paese natale del pittore, Ornans, diventa lo sfondo di un funerale a cui partecipano circa una trentina di persone, il tutto in un paesaggio arido e spoglio che si estende per quasi sei metri di tela (tali dimensioni erano solitamente riservate a quadri di storia o scene di genere); il dipinto fu criticato per l’aggressivo realismo considerato un omaggio alla bruttezza, con personaggi anonimi, colori spenti e una realtà quotidiana cruda e spoglia, mai stata oggetto di rappresentazione pittorica fino ad allora. Anche per questo, l’opera è stata considerata da Courbet stesso “il funerale del Romanticismo”.

funerale a ornans

Gustave Courbet, Funerali a Ornans (1849), olio su tela, cm 314 x 663. Parigi, Musée du Louvre.

L’Espressionismo tedesco nasce a sua volta con l’intento di dare una interpretazione intensamente soggettiva e drammatica della realtà: l’immagine tende a comunicare i sentimenti dell’artista e in qualche modo a ribellarsi a canoni e ideologie sociali del periodo (tale corrente si afferma in parallelo ai movimenti futuristi). Importante artista espressionista fu Edvard Munch, che in qualche modo rende attraverso la sua pittura un percorso autobiografico degli eventi tragici che hanno segnato la sua vita, dalla perdita prematura dei cari alla malattia mentale. Le sue opere esprimono spesso un sentimento di angoscia, inquietudine, confusione e paura. La sua opera più importante e conosciuta è Il Grido (1893), emblema dell’uomo moderno che urla la propria paura e disperazione, un grido di abbandono, secondo la descrizione dell’artista stesso che fa risalire il dipinto a un suo personale ricordo: “Camminavo per la strada con due amici – poi giunse il tramonto – il cielo divenne di colpo rosso sangue – mi fermai, appoggiandomi al parapetto mortalmente stanco –  e sul fiordo neroazzurro e sulla città si posavano sangue e lingue di fuoco – i miei amici proseguirono e io restai indietro tremante di paura- e sentii che un grande grido senza fine traversava la natura”.

Il paesaggio stesso, con la figura indefinita dell’uomo che lancia un grido disperato, appare in movimento, fluido e contrastante delle forte tinte di rosso e blu.

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Edvard Munch, Il Grido (1893), particolare, olio su cartone, cm 84 x 67. Oslo, Munch-museet.

Attraverso occhi d’artista la realtà può quindi assumere forme e colori diversi, affinché l’oggetto rappresentato manifesti forte e chiaro il proprio messaggio, che si tratti di dare una “fotografia” sociale della spoglia realtà quotidiana alla quale Courbet aveva dato maggiore dignità, ponendola sotto gli occhi di tutti per far sì che non fosse più dimenticata, o che si tratti di raffigurare il mondo attorno a noi attraverso la lente emozionale del proprio io, come l’urlo angosciante di paura di Munch.

Alessia Monte

 

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