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SIRIA: UN’EMERGENZA DIMENTICATA

Siria. Sentiamo nominare questo nome chissà quante volte al giorno, lo leggiamo sui giornali, magari abbiamo visto dei video su internet in cui scorci di questo paese martoriato compaiono come accuse che preferiamo dimenticare in fretta.

Eppure, la Siria è una ferita che non si vuole rimarginare. L’attuale situazione è figlia di quella Primavera Araba che ha destabilizzato lo scacchiere politico arabo, toccando sia il Medio Oriente che la fascia meditarrena del nord Africa. Per quanto anche in altri stati coinvolti da quello che sembrava un vento di rinnovamento socio-culturale si sia riscontrata una violenta transizione, in Siria la situazione è, probabilmente, una delle peggiori, se non la peggiore in assoluto.

La sua posizione, strategicamente vitale nella guerra tra ISIS e mondo occidentale, la ha resa una preda ambita, inasprendo vecchi dissapori tra le diverse etnie presenti nella zona. Per noi occidentali nomi come sunniti o salafiti sono echi di un paese lontano, ma ben poco sappiamo delle motivazioni che separano queste diverse ideologie. Quello che però dovremmo sapere, e non dimenticare, è l’impatto che questo conflitto ha avuto sulla popolazione locale.

Un dato su tutti: nel 2016 sono morti 652 bambini. Il numero di rifugiati ha sfiorato i 2,5 milioni di persone. Sono numeri spaventosi, che spesso fanno una fugace apparizione nei notiziari, prima di venir dimenticati, perché aveva ragione De Andrè quando cantava “E tu, tu la chiami guerra. E non sai che cos’è“. La sensazione è che la guerra in Siria non sia più di importanza, un conflitto lontano che viene vissuto come un fugace passaggio di nomi come Rakka, Damasco o Aleppo. In realtà, le conseguenze di questa guerra civile segneranno almeno due generazioni future di quella zona del mondo.

Dalla Siria è partito uno dei più imponenti flussi migratori, che quotidianamente viene usato più come molla per bagarre politiche che non come strumento di impegno morale. La Siria, oggi, non è più una nazione, ma un’immensa cicatrice sulla coscienza della comunità internazionale. L’emergenza umanitaria che ha colpito questo scenario di guerra ha portato migliaia di siriani a cercare rifugio verso nazioni limitrofe, con la speranza di allontanarsi dal contesto mediorientale.

A ospitare questo flusso di anime perdute sono principalmente Libano, Giordania e Turchia, che hanno visto transitare dai propri confini ogni giorno migliaia di profughi. L’inasprimento dei controlli ai confini non ha fermato questa ondata di disperati, che cerca ogni possibile via di fuga da una guerra che dura dal 2011. Sono ormai più di cinque milioni i siriani che hanno ingrossato le fila di questo esodo, al punto che la comunità internazionale viene spinta da più parti a prendere una posizione a tutela di queste persone.

Quella che viene identificata come la più grande emergenza umanitaria dei tempi moderni non pare avviarsi alla conclusione nè a ottenere un sostegno dalle nazioni estere. I campi profughi sono poco più di tendopoli, e gli stati limitrofi non sono più in grado di assorbire questo ingente flusso migratorio. L’American Medical Society, attiva nei centri accoglienza per profughi, ha più volte evidenziato come come poco più del 10% dei rifugiati sia ospitato in strutture in grado di sostenere le loro necessità, mentre il restante della popolazione in fuga si ritrova a vivere in condizioni di sussistenza.

L’emergenza umanitaria siriana non può esser risolta solo accogliendo i profughi, ma anche aiutando questi sopravvissuti a convivere con quanto vissuto. Sono specialmente i più giovani a necessitare di un supporto psicologico, vittime innocenti di una guerra che spesso non sono nemmeno in grado di comprendere.  il vero problema è che, di questo passo, è più che probabile che un’intera generazione di giovani siriani potrebbe non crescere nella propria nazione, vista l’incredibile durata di questa guerra civile.

Per dare un’idea, nei sei anni del conflitto più della metà della popolazione siriana è stata sfollata, tra chi è riuscito a lasciare il paese e chi invece è ancora intrappolato tra le macerie di una nazione che sembra destinata ad una lunga agonia.

Manuel Enrico

Fonti: RaiNews , Repubblica , BBC , Worldvision.

Foto: Ron Paul Institute

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