CULTURA

ECO, È CIÒ CHE RIMANE. PARTE III

Note nella sua mente, campane nel suo cuore, luce nei suoi occhi, la deformità della carne che sempre è l’anticamera della perdizione. Lui pensava a questo, e si sentiva vivo, poteva strofinare le mai contro il suo viso e sentire brividi, emozioni, poteva morire e avrebbe divorato fino in fondo quell’essenza di vita che ormai stava perdendo per trovarne un’altra. Voleva stravolgere la sua condizione, voleva perdersi, ma un uomo da solo non può perdersi, morirebbe, come un animale braccato ritornerebbe indietro sul sentiero che porta alle sue convenzioni. Paul come unica e solitaria compagnia aveva sé stesso. La spasmodica ricerca lo tediava, lo irritava, ma aveva bisogno di qualcuno, di un’essenza con cui potersi perdere per le vie del suo inconscio già troppo turbato e così lineare, così troppo ordinato. Voleva distruzione, amore, morte. Tante volte si era

ricoperto di spine, troppe volte aveva impugnato forbici per poter tagliare via la sua ombra che copiava beffarda i suoi movimenti. Voleva spegnere tutti i quegli accecanti soli che rendevano visibile quella nera figura.

Tornò a casa, e dopo aver chiuso la porta alle sue spalle, il telefono iniziò a squillare. Sembrava quasi che quel suono lo lacerasse dentro, tanto i suoi sensi erano intorpiditi. Ma si addormentò.

Le mani sulla collina, Paul era su quel sentiero ciottoloso che lo avrebbe portato verso l’essenza della sua vita. Da lontano riusciva a scorgere quell’altura e giocando con la prospettiva faceva scorrere le sue dita su di essa. Si accorgeva, guardandosi intorno che tutto era cambiato, gli alberi erano invecchiati e le case erano ormai disabitate, in quella strana vallata che lo aveva visto crescere. Era la casa di suo nonno quella dal tetto rosso che si riusciva a scorgere dietro gli alti cipressi. Ma forse Paul la immaginava solamente, forse quella casa non c’era, forse erano solo i suoi ricordi che continuavano a vivere e fargli del male. Era un inutile sogno, era la vita che continuava a scorrere come fotogrammi di un film già montato di cui non poteva cambiare la successione, ma poteva solamente riavvolgere il nastro. Tutto era così fuorviante, così ambiguo.

L’eterno ritorno circolare, dell’arco di vita trascorso, si schiudeva accecante davanti al suo sguardo. Gli occhi erano impotenti, non dicevano nulla, potevano solo guardare senza comprendere quello strano susseguirsi di immagini, antiche come una tenda bucata da tarli. Tutto era stato sofferenza. Ma proprio tutto? No, rimaneva la speranza. Il pessimismo silenico tramutatosi in saggezza, lo proiettava oltre la dimensione naturale delle cose, era nel mondo dell’arte, l’unica cosa che può rendere accettabile il nostro vivere. E ora, all’esterno della sua vita, Paul contemplava ciò che era stato, guardando tutto attraverso una specie di specchio, costituito dal suo occhio viziato dal vizio di una vita svuotata di ogni significato e non per questo priva di senso; vizio necessario, data la continua contraddizione in cui cadeva, la contrapposizione tra l’immagine e la vita.

Ma a Paul era dato ancora sperare, proprio grazie all’umano vizio di vivere. Si spera poiché si vive e poiché non si conosce. E Paul non conosceva, aveva ricercato e non trovato, desiderato e non avuto, ma aveva vissuto come meglio poteva, tra una sigaretta e l’altra, tra un sogno e un risveglio.

Quella mattina Paul si svegliò e riprese in mano la scatola verde. La osservò bene, da ogni lato, ogni sfumatura di colore, ogni rifinitura del legno. La rigirò tra le mani e poi la strinse al petto. Si alzò, con la scatola tra le mani, dal divano sul quale aveva dormito, forse tutta la notte, forse no, e si diresse verso il pianoforte posto dalla parte opposta della stanza. Dapprima osservò lo strumento, poi, delicatamente, posò la scatola sulla coda del pianoforte. Si sedette sullo sgabello di pelle nera, aprì lo sportello che custodiva la tastiera e accarezzò lievemente il panno scarlatto su di essa, poi lo tolse, lo piegò e lo pose su uno dei margini dello sgabello. Iniziò a suonare ‘Love dreams’ di Franz Liszt, quando a metà dell’esecuzione vide delle gocce di sangue posarsi sui tasti color avorio, e continuando a suonare, alzò lo sguardo verso il soffitto e vide il mare.

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