ATTUALITÀ

FACEBOOK E CAMBRIDGE ANALITICA: STORIA DI UNO SCANDALO

Nel 2001, A.I. Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg interpretava i tempi correnti e future con la frase “In this day and age, David, nothing costs more than information.”, dando alle informazioni il loro giusto ed enorme valore.

Facendo un passo avanti di ben diciassette anni, possiamo renderci conto non solo di come questa idea fosse esatta ma anche di come noi utenti non siamo riusciti a comprenderla a pieno, nonostante la nostra avidità che ci spinge a volere sempre tutto, credendo di pagare nulla. Cosa c’entri questa considerazione con lo scandalo Cambrige Analytica e Facebook è presto detto.

La storia ha inizio dall’applicazione sviluppata dal professor Aleksandr Kogan, “thisisyourdigitallife”, che permetteva retribuzioni tra 1 e 2 dollari per gli utenti che avrebbero permesso l’accesso ai propri profili Facebook. Nominalmente per uno studio psicologico, l’app ha raccolto localizzazione, interazioni sulle pagine e con gli utenti e dati pubblici di oltre 270.000 utenti, il tutto con il loro permesso e senza violare le regole del social network.

Cambridge Analitica

A questo punto, fermiamoci un attimo, prima di passare alla valanga che questi permessi hanno avviato. Oltre 270.000 utenti hanno consapevolmente venduto le loro informazioni e le loro abitudini registrate (anche qui consapevolmente e volontariamente) su un social network (di una società privata) al prezzo di 1$. È importante parlare di questo ora, prima di arrivare alle violazioni degli accordi, perché il problema vero e proprio è qui: siamo disposti a cedere dati importantissimi per le aziende senza avere idea di come verranno usati, ricevendo un compenso che, sicuramente, non ci cambia la vita?

Ripensate a tutte quelle volte che vi siete iscritti tramite Facebook ad un qualsiasi sito o applicazione, dando il permesso di accedere al vostro account, solo perché più comodo. Ripensate a tutti quei test sulla personalità, sulla somiglianza con persone famose, su quanto siete compatibili con i vostri amici e amanti. Ripensate a queste e altre cose che avete fatto tramite il vostro profilo Facebook (o Twitter, o Google+, ecc) e chiedetevi: a chi ho concesso i miei dati? A quali dati ho dato accesso? Come verranno usati? Ne valeva la pena per sapere se sono un Jedi o un Sith?

Mentre ci ripensate, torniamo sulla storia. L’app di Kogan, oltre ad avere accesso ai dati di chi consenziente, però, ha avuto accesso anche ai dati di tutta la cerchia di amici di questi utenti, il tutto in piena conformità con le regole di Facebook e senza che “gli amici” potessero saperlo o potessero dare o negare il permesso. Ma, sottolineiamolo, siamo ancora in quello che era permesso dal social network e, così facendo, il numero di 270.000 utenti è aumentato improvvisamente a 50 milioni.

Quello che invece non era e non è permesso dal social di Zuckerberg è la vendita di questi dati a fonti terze, almeno secondo i permessi ottenuti tramite “thisisyourdigitallife”. Tristemente Kogan ha successivamente concesso i dati raccolti a Cambridge Analytica, ed è qui che si sono violati i termini di servizio, che ne ha potuto fare l’uso che meglio ha creduto opportuno.

ZUkemberg

Nonostante si sia parlato di falle nella sicurezza, quindi, il sistema ha funzionato esattamente come avrebbe dovuto. È stato chiesto un permesso, ci si è mossi secondo i termini delineati dal social e si è effettuata la raccolta della grande mole di dati a cui si mirava. Nessuna falla, nessun malfunzionamento, ma tutto secondo accordi tranne che per la vendita dei dati a terzi.

Tutto questo è venuto a galla recentemente grazie alle confessioni di Christopher Wylie, ex dipendente di Cambridge Analytica e attualmente bannato da Facebook, che hanno portato diverse testate giornalistiche a realizzare le loro inchieste che hanno portato la notizia a rimbalzare sui diversi media. Facebook, però, era a conoscenza della questione da ben due anni.

Cambridge Analytica, infatti, si era autodenunciata al social di Zuckerberg proprio per tutelarsi in caso di violazione di termini e “mal interpretazione” di ciò che era e non era permesso secondo le regole interne della società privata che gestisce il social network. Facebook, dal canto suo, non ha fatto altro che aggiornare i termini di servizio, impedendo ora di avere accesso ai dati delle cerchie di amici, e chiedere a Cambridge Analytica di cancellare i dati in loro possesso. Cosa che la società non ha fatto.

La grande colpa di Facebook, colpa che sta pagando in questi giorni con il crollo del valore delle proprie azioni, è stata quella di trattare con leggerezza quello che è diventato lo scandalo di cui stiamo parlando. La scelta ottimale e necessaria sarebbe stata quella di iniziare un’investigazione, pretendere le prove della cancellazione dei dati e, perché no, dare un annuncio pubblico relativo alla situazione rendendo più stringenti le libertà di accesso ai dati degli utenti.

Proprio il suo “non far nulla”, seguito da dichiarazioni di Zuckerberg non date attraverso il suo social ma attraverso i media classici su pressioni di governi e utenti, ha creato una forte sfiducia sulla solidità dell’azienda in termini di credibilità al pubblico. Non parliamo di stabilità economica o di numero di utenti (diciamocelo, non basterà questo scandalo ad affossare un social che è riuscito a farci schedare volontariamente), ma di percezione di coerenza e credibilità, piuttosto necessaria quando si decide di investire grossi capitali sulla delineazione di piani di marketing.

Non stiamo parlando del modo in cui Cambridge Analytica abbia usato questi dati, perché non è importante ai fini della storia. In questa occasione lo abbiamo scoperto ma non abbiamo idea di cosa fanno tutte le altre aziende con i dati che abbiamo gentilmente messo a disposizione.

Ed è proprio qui, in chiusura, che torniamo sulla riflessione proposta: vale la pena concedere con così tanta leggerezza i nostri dati a società di cui non sappiamo nulla e che non sappiamo esattamente a cosa avranno accesso e come lo utilizzeranno per avere accesso a servizi spesso inutili o compensi irrisori? Tutto questo è nato dai nostri comportamenti e dobbiamo cercare di non dimenticarlo.

Alessandro d’Amito

Copyright Photo: CopertinaCambridge Analytica; Facebook

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