CULTURA

IL “PICCOLO PRINCIPE” COMPIE 75 ANNI

Il Piccolo Principe, capolavoro dello scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry,  fu pubblicato il 6 aprile 1943 a New York da Reynal & Hitchcock.

Ciò che l’ha reso così amato da un vasto pubblico è, indubbiamente, la trama semplice e diretta, ma dal significato profondo, motivo per cui risulta essere un romanzo adatto ad ogni età. Oltre alle illustrazioni disegnate dallo stesso autore, e celebri quanto il testo.

L’autore, anche giornalista e aviatore, scrisse quella che, successivamente, diventò la sua opera più importante, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Più esattamente durante una missione che lo vedeva protagonista negli Stati Uniti per convincere il governo americano ad entrare in guerra contro i nazisti. Poi si unì nuovamente all’aviazione francese e fu disperso durante una missione nel Mediterraneo nel luglio 1944.

Quello che “Il piccolo principe” rappresenta per ogni lettore, grande o piccino, è un concentrato di valori, di principi spesso dimenticati nell’attuale società.

Vengono messi  in risalto i sentimenti di amicizia e affetto per altri esseri viventi. L’essenzialità delle cose e la cura verso il prossimo ricoprono un ruolo cruciale all’interno dell’intero romanzo. Imparare a conquistare la fiducia del prossimo, e la solitudine quale chiave per vivere con se stessi ed aprirsi al mondo. La bellezza in generale, intesa come atto poetico e rivoluzionario.

Ma qual è la reale eredità che il piccolo aviatore dai capelli dorati ci lascia?

  1. “Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano)”.

È quasi l’incipit del racconto, la dedica che l’autore fa a Leone Werther. O meglio, a Leone Werther quando era un bambino.

Questa frase potrebbe racchiude il senso dell’intera opera: non dimenticare di essere stati bambini.

Amare facendolo all’ennesima potenza, odiare esattamente allo stesso modo. Quindi vivere le emozioni e i sentimenti, di qualsiasi natura, senza filtri, proprio come solo un bambino sa fare.

Che altro non significa se non guardare il mondo con gli occhi di un bambino, continuare a stupirsi nonostante lo scorrere del tempo e dell’avanzare dell’età. Saper leggere tra le righe, andando oltre le apparenze.

Detto in altri termini saper riconoscere un elefante dentro un boa e non scambiarlo per un cappello.

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Illustrazione contenuta nel libro

  1. “Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra che siano così belle”.

La morale è che le apparenze possono ingannare.

Forse quei bruchi che abbiamo intorno si trasformeranno in farfalle, ma non lo sapremo mai se non diamo il tempo e lo spazio vitale per potersi trasformare. Se non li aiuteremo a sopravvivere, senza allontanarli da noi non ritenendoli all’altezza.

Il rispetto per gli altri è dato da questo grande insegnamento, lasciare che l’altro esprima se stesso e la propria opinione.

  1. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. […] Ci vogliono i riti”.

Ciò che rende vivo un rapporto, che sia di amicizia o di amore, sono i riti.

Le gestualità legate all’attesa, alla trepidazione, alla felicità del gesto. Un rito è «quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore».

 È il sentimento di unicità a caratterizzare un rito e, conseguentemente, un rapporto.

  1. “L’essenziale è invisibile agli occhi”.

L’incontro con la volpe rappresenta, per il piccolo principe, una conoscenza cruciale.

È il momento esatto in cui comprende il significato dell’amicizia, coglie in modo profondo l’accezione della frase «non si vede bene che col cuore», il cuore come strumento per superare il logorio della consuetudine e per abbandonare la visione miope della quotidianità.

È quindi il tempo, la cura e le attenzioni che rendono un rapporto diverso dall’altro, donando ad ogni relazione l’unicità che solo l’aver dedicato del tempo può dare.

Infatti la volpe continua precisando e delucidando il concetto «È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante».

  1. “Certo che ti farò del male. Certo che me ne farai. Certo che ce ne faremo. Ma questa è la condizione stessa dell’esistenza. Farsi primavera, significa accettare il rischio dell’inverno. Farsi presenza, significa accettare il rischio dell’assenza”.

Sono le semplici regole della vita e dell’amare.

Si rischia per stare bene accettando, implicitamente, il pericolo di soffrire.

Ma così come bisognerà accettare qualche bruco per conoscere le farfalle, è necessario rischiare tutto per essere felici.


Copyright foto: 1;

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