CULTURA

LA VENERE DI MILO, UN’OPERA AVVOLTA NEL MISTERO

Mi chiamo Yorgos Kentrotas e sono un contadino greco vissuto intorno alla prima metà dell’ 800.  Ai più il mio nome non risulterà famigliare ma divenni noto al mondo per aver scoperto sull’isola greca che porta il suo nome,  una delle più celebri statue della storia: la Venere di Milo. 

Quando mi ritrovai davanti questa meravigliosa opera ellenistica era scomposta in due parti. Era un regalo delle stelle, incantevole per gli occhi persino di un uomo umile come me che non potesse capirne il valore. Inizialmente, preso da un sentimento di sgomento e felicità per il ritrovamento di una bellezza divina scolpita nel marmo, ebbi l’istinto di nasconderla agli occhi del mondo. Me ne appropriai. Ma il destino della Venere di Milo era quella di essere ammirata dall’universo intero. Infatti, non molto tempo dopo,  venne ritrovata da  alcuni ufficiali dove uno di questi, appartenente alla marina francese, Olivier Voutier, ne riconobbe il pregio e, grazie alla mediazione di Jules Dumont d’Urville e del Marchese di Rivière, ambasciatore francese presso gli ottomani, riuscì a concluderne l’acquisto.

Dopo alcuni interventi di restauro, la Venere di Milo fu presentata al re Luigi XVIII nel 1821 e collocata al museo del Louvre, dove è tuttora conservata.

Venere-di-Milo-Alessandro-di-Antiochia

Osservate bene l’opera:

Non si conosce precisamente quale episodio mitologico della vita di Venere venga rappresentato: si ritiene possa essere una raffigurazione della Venus Victrix che reca il pomo dorato a Paride: tale interpretazione ben si accorderebbe con il nome dell’isola dove è stata ritrovata (milos, in lingua greca, significa infatti “mela”). Del resto, alcuni frammenti di un avambraccio e di una mano recante una mela sono stati ritrovati vicino alla statua stessa.

Molte sono state fino ad oggi le ipotesi ricostruttive che hanno tentato di spiegare cosa stesse facendo la Dea. Un mistero che scaturisce dalla mancanza delle braccia che non consentono di comprendere cosa la statua, la cui paternità è ricondotta ad Alessandro di Antiochia, volesse rappresentare.

In origine, gli studiosi hanno ritenuto che l’autore di questa statua, fosse Prassitele; in seguito, dopo aver effettuato delle analisi più approfondite, grazie alla scoperta di una scritta presente sul basamento della statua, la Venere di Milo tornò ad essere attribuita effettivamente al già citato  Alessandro di Antiochia.

La statua, fin dal suo ritrovamento, fu largamente apprezzata sia da critici sia da artisti (unicamente Pierre-Auguste Renoir, autore della celebre La colazione dei canottieri, la ritenne un’opera di poco conto); con il passare del tempo, la sua fama crebbe notevolmente, ed insieme a tanti altri lavori come la Venere del Botticelli, costituisce uno dei simboli più popolari rappresentanti la dea della bellezza.

Guardando la statua, è possibile notare come il corpo della dea sia costruito su uno schema a chiasmo; inoltre, grazie al bel gioco di chiaroscuro, viene messa in risalto la perfezione della pelle della divinità.

Nonostante i capelli siano legati, si nota la grande attenzione per quest’ultimi, leggermente ondulati; la capigliatura, unita al panneggio della veste che copre le sue gambe, permette di ammirare l’eccezionale gioco di luci che ha contribuito a rendere eterna la bellezza di questa statua.

 

Leggi anche: La nascita di Venere

@Copyright foto:

http://blog.ilgiornale.it/nannipieri/2017/10/01/la-venere-di-milo-e-transessuale/

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