CULTURA

MELANCHOLIA, L’ARTE DEL DOLCE FAR NIENTE

L’ozio è il padre dei vizi, ma senza di esso molte cose non esisterebbero. Non esisterebbe l’arte e la riflessione filosofica, non esisterebbe l’introspezione e il riposo. Il tanto amato otium latino, caro ai poeti, altro non è che un dolce far niente che porta però a una produzione, quella artistica, che ha bisogno proprio del “far nulla” per essere realizzata.

Il grande scrittore francese Victor Hugo scriveva della malinconia che è “la gioia di sentirsi tristi”. Si potrebbe definire come il desiderio, in fondo all’anima, di qualcosa che non si ha mai avuto, ma di cui si sente dolorosamente la mancanza. A differenza della nostalgia, dalla tristezza o dalla depressione, la malinconia può non essere diretta verso alcun oggetto o situazione particolare e può anche costituirsi come un tratto tipico della personalità.

pigrizia

Il termine in realtà deriva da una deformazione della parola “melancolia”, usato nell’antica medicina ippocratica per indicare uno stato di abbassamento dell’umore che si credeva dovuto a una eccessiva secrezione di bile nera da parte del fegato (in Greco: melanos = nero e chole = bile ). Questa condizione generava nel soggetto debolezza, pallore, magrezza e umore triste: da qui lo stereotipo del  “malinconico”. L’ozio è conosciuto anche attraverso l’espressione accidia, o melancholia, parola che somiglia molto a melanconia. Effettivamente, se ci pensiamo bene la melanconia non è nient’altro che una riflessione che quasi ci atterrisce e non ci permette di far nulla.

La melancholia è però non solo “pesantezza” e senso tragico della fine, ma anche potenza fantastica, Schwärmerei, dona una sensibilità e una preveggenza che gli individui normali non posseggono. Infatti, il malinconico-saturnino è l’uomo di genio che sia esso poeta, artista o profeta, proprio come abbiamo detto all’inizio.

Quindi, se la malinconia, l’ozio, l‘accidia è funzionale alla produzione artistica, lo è meno alla vita di tutti i giorni. Pensate a quelle mattine in cui vorreste solo rimanere a letto, dormire, essere coccolati dal tepore delle coperte. Ecco, avrete più o meno, l’esempio di quanto tempo possiamo effettivamente sprecare non facendo nulla, soprattutto se non abbiamo spiccate qualità artistiche e contemplative.

L’ozio è forse il più grave dei vizi che conosciamo proprio perché ha una particolare accezione, come il peccato della gola, è un vizio che fa male soprattutto a noi che ce ne macchiamo. Crogiolarsi nel dolce far niente è come subire passivamente il tempo che scorre senza, effettivamente, produrre qualcosa di concreto e senza vivere la vita che ci sfugge, invece, tra le dita.

 

 

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