CULTURA

QUANDO ESSERE SUPERBI PUÒ RIVELARSI UNA “TRAGEDIA”

La superbia è probabilmente il più complesso tra i Sette Peccati Capitali. In modo molto elementare potremmo definirla semplicemente come la smoderata stima di sé, ma la verità è che la superbia è molto più di tutto questo. Essa si presenta come una costellazione di più peccati: arroganza, orgoglio, atteggiamento di supponenza volto a disdegnare gli altri per emergere.

Ma la cosa che forse più la distingue dai restanti peccati, è che non arreca alcun tipo di vizio, come può accadere, invece, per la lussuria o per la gola. La superbia determina, così, un modo di essere e di agire. Guardando da un’altra prospettiva, paradossalmente, le si potrebbe affiancare anche un’accezione positiva, in quanto spinge l’uomo a migliorarsi. Questo peccato, infatti, ha principi rigidi, un diktat, ci mette in riga e ci sprona a superare i nostri limiti, in una perpetua lotta con il prossimo. E allora perché viene visto come un peccato? E non uno qualsiasi, uno dei Sette Peccati Capitali.

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Ebbene, la pretesa di prevaricare sugli altri ci porta inevitabilmente a sminuire le capacità altrui, per poter assurgere a quello status di primus inter pares che quasi ci avvicina a Dio. Non dimentichiamoci che il peccato originale è proprio un peccato di superbia: Dio aveva vietato ad Adamo ed Eva di mangiare la mela, frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, posto simbolicamente come limite invalicabile al quale l’uomo avrebbe dovuto mostrare rispetto, data la propria condizione di creatura. E Adamo ed Eva cosa fanno? Mangiano la mela, sfidando Dio.

Evocando i due personaggi biblici, capiamo bene che se volessimo scorgere i più grandi e celebri peccatori di hybris della storia, la nostra ricerca si perderebbe nella notte dei tempi. Alessandro Magno, Tarquinio il Superbo, Napoleone, personaggi storici, sono tutti accomunati da una cosa: la superbia. Tra i tanti peccatori, però, ce ne sono alcuni che non sono realmente esistiti, ma che sono frutto del genio di autori capaci di miscelare sapientemente ad un caratteristica così predominante e controversa come la superbia, altri ingredienti per ottenere figure interessanti e prismatiche per le loro opere.

Prendiamo Macbeth, King Lear, Amleto, tutti protagonisti, e titoli, di tragedie (non a caso) Shakespeariane. Se anche non dovessimo essere cultori del tragico e romanticissimo William, solo leggendo i nomi sopracitati, l’associazione di pensiero con la superbia sarebbe immediata. Si tratta di drammi così famosi da essere, per cultura generale, conosciuti dai più. È risaputo che Macbeth fosse un tipo piuttosto superbo, basti pensare che dopo aver visto il fantasma di Banquo esclamò: “Ay, and a bold one, that dare look on that/Which might appal the devil”, ovvero: “Sì, e coraggioso: oso guardare in faccia quel che farebbe sbigottire il diavolo(ndr).

superbia

Macbeth pensa di poter stravolgere ciò che è soprannaturale, dunque, la sua ambizione è così grande da fargli dimenticare di essere un mortale. In King Lear la superbia è incarnata dalle ipocrite figlie Gonerilla e Regana, per le quali il Re divide il suo regno in maniera abnorme, ripudiando la sincera Cordelia, l’unica a provare un vero affetto paterno verso Lear. La bramosia di potere delle due sorelle nel voler ereditare ogni ricchezza dal padre, così accentuata da avere quasi un aspetto parodico, finisce per mostrarci un Re distrutto dalla vecchiaia, debole e infermo, come esso stesso mai si sarebbe immaginato, così da dare adito ad Edgardo per dire: “Didst thou give all to thy daughters?”, e più semplicemente: “Hai dato tutto alle tue figliole che sei ridotto così?”, ripetendo la battuta per ben due volte.

E poi c’è Amleto, un uomo convinto di poter cambiare le sorti del mondo, che si porta dentro la nostalgia dei tempi in cui la parola “essere” conservava una certa sacralità e l’uomo sembrava ancora fatto a immagine e somiglianza di Dio. La superbia e l’ambizione, che dunque, tendono a determinare un modo di essere e di comportarsi, in Amleto stanno nel suo voler chiedere troppo alla ragione: “To be, or not to be, that is the question”.

Claudia Cantelmo

Copyright Photo: 1; 2; Copertina

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