ATTUALITÀ

L’INSEGNAMENTO DI GIOVANNI FALCONE

Strage di Capaci

 

“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande.Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

Giovanni Falcone

 

Con queste parole indimenticabili e che ancora oggi risuonano martellanti nelle nostre menti, il magistrato Giovanni Falcone concludeva e consegnava alla giornalista francese Marcelle Padovani il suo testamento, il libro pubblicato nel 1991 da Rizzoli, Cose di Cosa Nostra.

Un testo prezioso di informazione e di formazione sulla lotta alla mafia che ha voluto lasciare in eredità ai suoi successori, al popolo e soprattutto alle giovani generazioni.

Sì, perché qualcosa è pur cambiata da quel tragico 23 maggio 1992, in cui persero la vita all’altezza dello svincolo di Capaci – l’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo- il giudice Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta: Antonio Montanari, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

 

Quel sabato di maggio che preannunciava l’arrivo dell’estate a Palermo, lasciava intravedere anche qualcos’altro.

La strage di Capaci non è da ricordare come un anniversario di morte ma come celebrazione di una vita straordinaria, quella di un uomo, di un magistrato che ancora sa sorprenderci e darci speranza.

Non voleva essere considerato un eroe, Falcone.

Il suo lavoro, il suo “spirito di servizio”, il suo impegno in prima linea nella ricerca della legalità e della Giustizia non era da considerarsi un atto eroico bensì come l’unica via possibile per vincere con disciplina e incorruttibilità quella grande battaglia.

La battaglia non è stata del tutto vinta ma il rifiuto dell’omertà, del pizzo, del silenzio, dell’umiliazione si è radicato bene nella società del Mezzogiorno e non solo.

Ha smosso le coscienze.

Oltre ad aver lasciato agli addetti ai lavori un importante metodo d’indagine imitato e ripreso da tanti altri Paesi, il suo operato è andato ben oltre le aule di Tribunale estendendosi in massicce azioni “culturali”.

Il suo nome risiede nelle scuole, nelle associazioni, nelle strade, nei progetti dedicati alla sua memoria.

Alcune iniziative, basti pensare all’associazione Libera di Don Luigi Ciotti, che fa fruttare le terre confiscate alla mafia, un tempo non sarebbero state possibili.

Il suo nome è familiare a più generazioni, come non accade quasi mai.

I valori in cui credeva continuano ad essere presenti nella nostra società e condivisi soprattutto dagli insegnanti e dai tantissimi giovani delle scuole italiane.

Ogni 23 maggio, infatti, la nave della legalità porta a Palermo, studenti e studentesse di tutto il Paese, per gridare il loro no alle mafie e alla criminalità organizzata.

Non è soltanto il giorno della memoria, ma come lo ha definito Maria Falcone, sorella del giudice attivamente impegnata nella Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, “la meta, il punto di arrivo, l’abbraccio di un Paese che lavora tutto l’anno per non dimenticare”.

 

capaci_strage_commemorazione_falcone_morvillo_02

Falcone è vivo, continua a guardarci da quell’albero cresciuto davanti alla sua casa palermitana e che dal 1992 la gente continua a riempirlo di pensieri e messaggi. Quello sguardo, quel sorriso che nessuno riuscirà mai a spegnere. Un uomo che fu e sarà per sempre immortale.

In questo periodo storico e culturale abbiamo più che mai bisogno di andare avanti facendo tesoro del suo insegnamento e che diventi patrimonio importantissimo per la formazione civica delle giovani generazioni. Solo così la sua missione non sarà vana.

 

Copyright

Foto 1

Foto 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

Rispondi