CULTURA

CONFESSIONI DA URLO: EDVARD MUNCH VA DALLO PSICOLOGO

Ottobre 1909, Copenaghen

Munch: <<[…] Senza paura e malattia la mia vita sarebbe una barca senza remi.>>

Psicologo: <<Si spieghi meglio, signor Munch. Lei pensa che tutto ciò che lei è, il suo modo di gesticolare, le sue scelte, i suoi gusti ed i suoi disgusti dipendano unicamente dalla sua sofferenza?>>

Munch: <<Mmmmh…si! Suppongo sia così!>>

Psicologo: <<Provi a pensare che sia, per un attimo, il contrario di ciò che afferma. E se invece fosse ingabbiato in questa visione che lei ha di se stesso?>>

M: <<La vita con me è stata troppo aggressiva. Non penso di esagerare, dico semplicemente di essere frutto del mio trascorso. Provi lei, soltanto per un attimo, ad immaginare cosa possa significare veder morire i propri genitori e sopravvivere o non aver potuto aiutare mia sorella Laura, rinchiusa in una clinica a causa di gravi crisi psichiche. Cosa possa significare aver assecondato i suoi sbalzi d’euforia e consolarla nei suoi momenti di abissale e cupa depressione…aver assistito alla morte di mio fratello Andreas e quella di mia sorella Johanne Sophie.>>

P: <<E dunque lei crede che in questo suo inferno l’arte sia stata la sua ancora di salvezza?>>

M: <<No, l’arte purtroppo non ha un potere terapeutico su di me. Non mi fa stare meglio, non riesce a farmi sorridere, non mi trasmette né forza né speranza.>>

<<La mia arte è una libera confessione, un tentativo di chiarire a me stesso il rapporto con la vita…credo sia fondamentalmente una specie di egoismo, ma non perdo la speranza che grazie ad essa riuscirò ad aiutare gli altri e vedere più chiaro.>>

P: <<La sua lucida autocritica mi sorprende ad essere sincero. Mi riservi la possibilità di esser schietto, signor Munch. Dalla sua cartella clinica apprendo che lei ha sofferto di alcune crisi causate da particolari condizioni psichiche. Le va di parlare un po’ di questo? Sono incuriosito, da psicologo, dal fatto che lei riesca ad essere in egual misura paziente e medico di se stesso.>>

M: <<Le voglio raccontare un episodio se lei avrà voglia di ascoltarlo.>>

P: <<Certamente, faccia pure!>>

M: <<Una notte, qualche anno fa, ero solo nel mio appartamento a Parigi e non riuscivo ad addormentarmi. Cambiare posizione non mi aiutava allora mi alzai. Iniziai a passeggiare nervosamente nel corridoio, nulla! Ancora più sveglio di prima. D’impulso allora presi la mia tavolozza e mi posizionai di fronte ad una tela bianca. Quello sfondo così chiaro ed accecante mi infastidiva, così presi prima il colore nero, poi il blu notte ed infine il marrone, fino a non lasciare traccia del bianco che da solo si vantava di essere protagonista. Mi guardai intorno, ero solo. Solo con la mia nostalgia, perso in una desolazione che le parole faticano a descrivere. Solo con un ricordo, solo con un’angoscia che aveva un sapore preciso, amaro e familiare. Disegnai, su quello sfondo, una sagoma, immaginando che mio padre fosse li con me, immaginandolo con quel suo strano e lungo cappello nero. Così nacque il mio dipinto Night in Saint- Cloud, correva l’anno 1890.>>

pastedGraphic.png Night in Saint-Cloud, Edvard Munch, 1890

P: <<Lei ha una fortuna: la sua naturale tendenza all’introspezione. Sono sicuro che questa predisposizione la salverà. Sono quasi certo, se non altro, che la realizzazione di questo dipinto l’abbia aiutata nel processo della metabolizzazione del lutto di suo padre.>>

M: <<“Metabolizzazione? Lei pensa sia veramente possibile “metabolizzare” come dice lei, la scomparsa di un padre? La lacerazione causata dalla mancanza di una persona così fondamentale? Io credo di esser meno spirituale, se me lo concede. Semplicemente il pennello ha seguito l’inquietante andamento delle lacrime di quella sera ed i colori sono stati specchio della mia sconfinata solitudine. Ho dipinto con egoismo, con bestiale disperazione.>>

P: <<A proposito di solitudine… mi parli, per cortesia, del dipinto Sera sul Viale Karl Johan.>>

M: <<Dopo più di un anno dal dipinto Night in Saint- Cloud sono ritornato, con un sobbalzo inaspettato, al passato. Quando si è soli, quando non si ha nessuna mano da stringere o un viso a cui rivolgere un sorriso…ci si sente in fondo…miserabili! E non è un caso che lo sfondo sia notturno. Io stesso sono notte senza luna, nero senza bianco e uomo troppo lontano dall’alba. Stavo tornando a casa quel giorno. All’improvviso il mio cuore ha iniziato a battere all’impazzata e con il respiro corto ho spalancato gli occhi, come se in quell’istante mi fossi reso conto di essere solo al mondo. Ho visto una folla di spettri, una schiera di esseri disincarnati. Ero terrorizzato.>>

pastedGraphic_1.png  Sera sul viale Karl Johan, Edvard Munch, 1892

P: <<Credo che questo fotogramma immortali perfettamente il riflesso di questa sua sconfinata desolazione interiore. Spero tanto che quando le nostre sedute saranno terminate lei troverà la speranza di un avvenire migliore, che forse, ora ha perso. Prima di lasciarla andar via, però, vorrei ascoltare una sua ultima riflessione. Sono rimasto estasiato dal suo dipinto L’Urlo, sembra quasi di riuscire a toccare con mano la sua anima. Vorrei chiederle: com’è nata quest’opera d’arte?>> 

pastedGraphic_2.png L’urlo, Edvard Munch, 1893

M: <<Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.>>

P: <<Signor Munch, lei lo sa che la perdita dei confini fra reale ed immaginario è molto frequente nei soggetti colpiti da psicosi maniacali o depressive?>>

M: <<No!>>

P: <<Io credo, che lei in fondo, sapesse che ciò che è apparso alla sua vista non fosse reale. Lei conserva queste sue idee come verità. Le sostiene contro ogni altra ragionevolezza ma si contraddice. Dichiara di “aver tremato di paura”. Allora perché istintivamente non è fuggito? Credo che il suo sia un soggettivismo reso allo stremo.>>

M: <<Cioè? Cosa vuol dire?>>

P: <<Gli oggetti descritti non sono dati tangibili del mondo ma hanno un significato epistemologico, i quali si rifanno dunque ad una individualità. La descrizione che lei ha fatto di quel paesaggio è stato frutto di una…allucinazione.>>

M: <<Cosa? Un’ a-l-l-u-c-i-n-a-z-i-o-n-e?>>

P: <<Sì, un’allucinazione.>>

M: <<Ma come si permette? Le dico che non ho inventato nulla!

Il cielo divenne rosso sangue, sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco ed un urlo infinito pervadeva la natura!

P: <<Si calmi, non s’agiti. Io trovo molto interessante il suo modo di stare al mondo. Lei ha dato vita a delle immagini strabilianti di cui il mondo le sarà debitore. Si fidi di me!>>

M: <<Forse ha ragione. Farò vedere a lei e a tutti quelli che vorranno guardare che

dal mio corpo in putrefazione nasceranno dei fiori!>>

 

Giovanna Giordano

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