ATTUALITÀ

IL MODERNISMO SENZA TUTELE DELLA GIG ECONOMY

Li vediamo sfrecciare per le metropoli in sella alle loro bici per consegnarci le nostre pizze, oppure farsi ore di traffico al nostro posto per potarci a casa la spesa. Questi fattorini sono oramai divenuti una presenza piuttosto familiare, eppure quanti di noi sanno come funziona questa nuova frontiera del lavoro?

Si tratta della gig economy, o economia del lavoretto, un concept di lavoro in cui quelle mansioni noiose che non possiamo (o non vogliamo) svolgere quotidianamente vengono affidate a chi, invece, non ha lavoro e può quindi occuparsi delle nostre incombenze. 

Partendo da questo ragionamento, qualcuno ha pensato che la gig economy possa rientrare all’interno del concetto di sharing economy. A ben vedere, come ha spiegato Alessandro Notarbartolo su Il Sole 24 ore, siamo decisamente lontani dall’economia della condivisione. 

La sharing economy, infatti, si basa sulla condivisione di un bene, da cui si può trarre anche un ritorno economico. Esempio classico sono BlaBla Car o AirBnB. Un lavoro come quello di un fattorino di Foodora non ha una condivisione alla sua base, ma una prestazione lavorativa a chiamata: devo portare una pizza dal punto A al punto B, chiamo il fattorino. Più che di sharing economy, qui si tratta di economia on demand, a richiesta. 

L’assonanza ai servizi di digital streaming non è un caso. Solitamente, i fattorini sono instradati attraverso delle richieste fatte tramite portali web, ed in alcuni casi i lavoratori si avvalgono di apposite app che regolano la loro attività. 

Ma come si vive in gig economy?

Domanda interessante, a ben pensarci. Quando ero ragazzino i lavoretti come questi erano utilizzati per arrontondare, un rifugio per gli studenti che magari, tra un esame e l’altro, avevano modo, attraverso questi lavoretti (gig, in inglese), di pagarsi qualche spesa. 

Nel regime economico di oggi, invece, questa diventa l’entrata economica principale per molti giovani.  E qui iniziano a farsi vedere i principali difetti di questa nuova tipologia di lavoro. 

Questa esigenza di lavoro di una larga fetta della nostra popolazione produttiva ha trasformato la gig economy in un’arma che rischia di ripercuotersi contro questi lavoratori. 

Chi opera nell’economia on demand è un lavoratore privo di tutele. Non esistono mutua, malattia o tutele assicurative. Se un fattorino si infortuna durante una consegna e non può lavorare, non guadagna, punto. E non è che siano strapagati, questi lavoratori. 

Multinazionali come Deliveroo e Foodora pagano i propri operatori una miseria. Ad aprile i lavoratori di Deliveroo hanno dato vita ad una protesta massiccia, che aveva come scopo quello di sensibilizzare la loro situazione. 

Deliveroo inizialmente aveva collaborato con una cooperativa olandese, Smart, che aveva raggiunto un traguardo importante nel 2015: creare una situazione di tutela per i propri operatori, arrivando ad una forma di minimo salariale e previdenziale. Deliveroo ha rescisso questo contratto lo scorso ottobre, dando vita ad un pericoloso precendete. 

In questo momento, anche in Italia è presente Smart, che sta lavorando con le autorità nazionali, in particolare con l’Associazione Italia dei Lavoratori Autonomi (ACTA). Nel nostro Paese la crescita della gig economy è esponenziale,  soprattutto nel settore alimentare, un incremento che sembra destinato a non arrestarsi. Di conseguenza, aumenteranno le richieste di platform workers (come vengono definiti i lavoratari di questa economia digitale), che contribuiranno a creare un esercito di lavoratori sottopagati e privi di tutele. A meno che non si dia il via ad una legislazione che riconosca la loro situazione.

E se pensate che siano solo i fattorini ad essere figure dimenticate, non illudetevi. Esistono degli operatori della gig economy che lavorano per dare nozioni ai procedimenti di machine learning, ossia addestrando intelligenze artificiali che andranno in seguito ad automatizzare servizi. 

Chi tutela ora questi lavoratori? Nessuno. 

Parte del problema è anche una cultura del mondo del lavoro che, per quanto voglia apparire moderno, è ancora legato ad una visione degli impieghi stantia. Lo stesso mondo sindacale sta cercando di recuperare questo gap, ma i tempi non sembrano essere rapidi, visto che siamo ancora alla fase in cui si cerca di capire come inquadrare chi opera nella economy on demand: autonomi o dipendenti?

Nel frattempo, migliaia di persone che lavorano nella gig economy continuano a restare senza tutele, faticando senza garanzie di un futuro lavorativo, sperando solo che la situazione, lavorativa ed economica, cambi. O quantomeno che la loro attuale figura lavorativa venga regolarizzata e che anche loro, finalmente, possano godere di tutte le tutele di un lavoratore ‘tradizionale’. 

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