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LA NOSTRA PRIVACY È A RISCHIO? ECCO COME POSSIAMO TUTELARCI CON IL G.D.P.R.

Parlare di privacy nell’era della condivisione digitale sembra un’ironia, eppure, a partire dallo scorso maggio, siamo stati invasi da un termine che si è insinuato prepotente nella nostra vita digitale: il G.D.P.R. Se non ne avete sentito parlare, o siete stati fuori dal mondo (e bentornati, nel caso) oppure non avete alcuna affinità con il villaggio globale della rete. 

Per coloro che non conoscono questo termine, facciamo un attimo di chiarezza. Il G.D.P.R. è l’acronimo con cui stiamo conoscendo la General Data Protection Regulamentation, la nuova normativa europea che, nelle intenzioni, vuole ricondurre tutti gli Stati membri all’interno di un’unica legislazione in materia di tutela sui dati personali sensibili attualmente presenti online. Ciò, per rendere più agevole la comunicazione tra le diverse nazioni europee. Anche le multinazionali extra-europee devono conformarsi a questa legge se intendono operare nel Vecchio Continente, mostrando le loro azioni per rispettare la nuova normativa.  

Sull’onda di quanto recentemente accaduto a Facebook e memori degli inquietanti sospetti sulle scorse elezioni americane, una legge simile sembra essere decisamente utile, soprattutto perché rimette al centro della protezione la parte meno tutelata: noi. 

IL G.D.P.R. PUÒ DAVVERO TUTELARE I NOSTRI DATI PERSONALI?

Fornire dati personali è una prassi che, negli ultimi anni, viene eseguita con una costanza e, spesso, trascuratezza che ha denotato una serie di problemi piuttosto rilevanti. Giustamente quindi si è pensato di creare una nuova linea guida che si occupi di regolamentare questo aspetto della nostra vita digitale, ma siamo davvero pronti ad affrontare questo passo?

In Italia, si potrebbe dire che siamo tutt’altro che pronti. Il decreto europeo relativo è datato 2016, e sarebbe dovuto entrare a far parte del nostro ordinamento legislativo a partite dallo scorso 25 maggio. Vuoi la cronica tendenza ad arrivare all’ultimo momento, vuoi le debacle politiche seguite alle elezioni di marzo, l’Italia non è riuscita ad avere i decreti attuativi pronti per dare seguito ai suoi doveri legali. Con la conseguenza che abbiamo tra le mani un’ipotesi di come dovremmo essere pronti al G.D.P.R. (la cosidetta compliance), ma non le regole a cui attenerci per evitare sanzioni che pesano come macigni. 

Il tutto con una legge che ribalta uno dei fondamenti della nostra legge: il principio di innocenza. Se finora la prova della colpevolezza era un onere dell’accusa, con il G.D.P.R. spetta all’accusato dimostrare la propria innocenza. Posizione di certo non facile, visto che, al momento, genericamente viene indicato che per mostrarsi non colpevole basta dimostrare di avere tutto il possibile per evitare di commettere il reato. Ma cosa si intende per possibile? Questa domanda attualmente non ha risposta, lasciando tutti in un limbo legislativo che si spera venga risolto il 21 agosto prossimo, quando il Garante darà indicazioni su quali siano le manovre da seguire per rispettare la compliance. 

Se pensate che si tratti di un affare da poco, forse dovreste ricordare quanto spesso, navigando negli ultimi tempi, abbiate ricevuto messaggi da siti di e-commerce, social e simili inerenti a questa legge. Senza contare, sembra quasi ridicolo, che anche certi videogiochi online che richiedono iscrizioni certe informazioni particolari hanno mandato avvisi in merito. 

Perfino il vostro medico dovrebbe consegnarvi un’informativa a riguardo, visto che tratta i dati considerati più importanti in assoluto, quelli medici, considerati assieme ai dati giudiziari le informazioni più preziose in ottica G.D.P.R.

Sembra incredibilmente ironico che nell’epoca in cui vogliamo essere il più possibile presenti online, da Instagram a Facebook, compaia una legge simile, che sembra tutelarci, ma che in realtà non avrebbe dovuto nemmeno essere necessaria.  

IL G.D.P.R. È UN PASSO OBBLIGATORIO PER LA CULTURA DIGITALE

Eppure, per quanto mi sembri una legge eccessivamente restrittiva, è innegabile come il G.D.P.R. sia un passo obbligatorio per la cultura digitale, specialmente ora che stiamo mostrando come il nostro utilizzo di internet e delle sue potenzialità sia tutt’altro che consapevole. 

Se in alcune nazioni la cultura della privacy ed il suo rispetto sono parte di un tessuto sociale ben collaudato, altri Stati (come l’Italia) non hanno una tale forma mentis. Proprio in queste nazioni si rivela quindi importante dare un’educazione in merito, anche se una terapia d’urto come l’entrata in vigore del G.D.P.R., più che uno strumento didattico, sembra assumere i toni di un’imposizione stile Grande Fratello. 

Certo, gran parte della responsabilità è delle istituzioni che non si sono mosse per tempo, lasciando che fossero solamente i diretti interessanti a conoscere questa legge imminente, dimenticando che al centro del G.D.P.R. ci sia, per contro, il meno informato di tutti, il cittadino medio. 

Le grandi aziende, come mostrato recentemente, ritengono i dati personali disponibili in rete una vera miniera d’oro, una gigantesca fonte di informazioni che fanno gola a chi deve studiare campagne marketing, ad esempio. Nel mondo di internet la ricchezza è l’informazione, ed essere in possesso di dati che aiutino a profilare milioni di soggetti, scoprendo dettagli che possono offrire una visione precisa di interessi, segreti personali o di un qualunque dettaglio che dia un minimo potere di influenza sulle persone è come possedere il Graal della profilazione. 

Manca, però, una formazione che dovrebbe essere capillare, rivolta a chi questi dati nemmeno sa di averli dati. Non tutti hanno un’affinità con il mondo digitale, ed anche coloro che passano ore su social o siti non sono automaticamente consapevoli della propria esposizione e, soprattutto, dei propri diritti.

In quest’ottica, il G.D.P.R. assomiglia ad una protezione tardiva ed eccessiva di un nostro diritto che non ci è mai stato pienamente spiegato. Se in precedenza alcune leggi cercavano di proteggere la nostra privacy, termine usato più come moda che non come vero e proprio aspetto della nostra esistenza, con l’entrata in vigore del G.D.P.R. si dovrebbe anche provvedere ad una sensibilizzazione della massa su cosa sia realmente il web, come funzioni e quali siano non solo i rischi, ma anche le immense potenzialità.

Invece ci ritroviamo ad esser spaventati da una legge nata come garanzia dei nostri diritti, ma presentata come un’ennesima limitazione ad uno degli strumenti più fluido e democratico mai concepito. Solo qualche mese fa, uno dei padri dell’Internet libero, Tim Berners-Lee, denunciava come i dati online dei cittadini americani fossero a rischio per via della cancellazione della net neutrality su suolo americano. Ancora una volta, assistiamo ad una legge che cerca di proteggere i nostri diritti circoscrivendo le potenzialità di internet. 

Finché si preferiraà agire in difesa e in ritardo, anziché impostare azioni proattive e dare gli strumenti a tutti per comprendere le proprie potenzialità e diritti, internet sarà sempre vista come una minaccia e non come il nirvana di conoscenza e contatto che era nella mente dei suoi creatori. 

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