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ALTRE LIBERTINE – LA DISOCCUPAZIONE DELLE DONNE AI TEMPI DEI MILLENNIAL

I capelli fino alle spalle, il grembiule nero e i libri sotto il braccio questa era una delle studentesse e donne che negli anni ‘70 completava il Liceo e aspirava, come gran parte delle sue coetanee, a continuare gli studi. La sua pagella azzurra o verdina, rilasciata non più a pagamento, sfoggiava voti che presto sarebbero stati sostituiti da complessi giudizi.

All’uscita della scuola camminavano, fianco a fianco, la donna intenta a sgomberare il proprio orizzonte da qualsivoglia ostacolo tra sé e le proprie aspirazioni, e quella che si adagiava sulle decisioni – di matrice maschilista, e se andava bene maschile – prese dalla famiglia. Aspirante massaia versus donna colta ed educata, una sfida che si dissolverà presto.

Prima di questa istantanea, quasi 100 anni prima, la scrittrice ed educatrice Gemma Giovannini riteneva “opportuno che, quando le condizioni materiali e le doti personali lo permettano, la fanciulla sia educata in modo tale da farne qualcosa di più di una sarta, di una modista, o di una ricamatrice; invece di annullarla in casa […] indirizzarla in una carriera, che possa recarle occupazione, sollievo, vantaggi”.

La voce della Giovannini prende parte ad un vivace dibattito sul ruolo della donna e sulla sua educazione scaturito in tutta Europa intorno a The subjection of women (1869) di Stuart Mill, che impiegherà un secolo a dare i suoi frutti.

Nel ’68 la contestazione giovanile e studentesca, e l’anno dopo quella operaia, facevano traboccare anni di lotte contro l’analfabetismo, lotte per la scuola per il popolo, per l’istruzione tecnico-professionale, e ci riuscivano grazie ad un ingrediente segreto: l’universalità dell’istruzione. La scuola, tolta all’aristocrazia per essere condivisa con operai e meno abbienti, viene rivendicata ad un tratto come diritto universale riservando alle donne un dignitoso posto dietro un banco di scuola.

I capelli a caschetto, lo zaino su una spalla e i Levi’s larghi alle ginocchia, questa è una maturanda del Duemila, pre-iscritta all’università ma con le idee ancora poco chiare su cosa fare da grande. Perchè ancora non è grande, lo diventerà durante gli studi a 700 km da casa da “fuorisede”, lo diventerà guardando fuori dal finestrino di un bus con uno sconosciuto seduto accanto e nelle strade buie del Quadraro.

Le maturande del fatidico Duemila raramente mettevano in discussione la necessità di laurearsi, sapevano che il lavoro era una zattera che le avrebbe portato dritti all’isola (felice?) dell’indipendenza, bisognava solo capire da dove salpare. Il mondo del lavoro all’alba del XXI secolo però era diventato così complesso che nessuna “Guida alle università” poteva essergli d’aiuto. Sono la prima di tante generazioni promosse da un sistema d’istruzione immobile, incapace di far emergere aspirazioni e competenze tantomeno di tramutarle in una dimensione professionale. Nell’attesa di centrare nel mirino lo sbocco professionale confacente alle nostre attitudini, la scelta era tra rimanere in Sicilia o “andare in città”, è questo il momento in cui, ancora oggi, la maggior parte dei giovani – uomini e donne – imbocca un bivio significativo.

L’emigrazione per i nostri antenati meridionali è stato l’asso messo in gioco nella ricerca del lavoro, quando alle donne sposate spettava semplicemente seguire il capo famiglia; per i neo-adulti del XXI secolo invece andare al Nord diventava significativo già durante il momento formativo, nel completamento dell’istruzione.

Negli anni Novanta è in atto quel fenomeno di “femminilizzazione” del mondo universitario che vede le donne affollare le facoltà umanistiche e accaparrarsi la corona di alloro nelle specializzazioni meno retribuite e associate a tassi di disoccupazione più elevati. Così le donne si avviano in un’epoca economicamente e socialmente drammatica, esplosa nel 2007.  Si potrebbe paragonare ad un tempo “vuoto di futuro”, molto simile a quello del dopoguerra e anche adesso, analizzando in particolare la condizione della donna, possiamo prendere atto che anni di evoluzione della figura femminile nell’istruzione e di sanguinarie lotte per l’emancipazione sembrano sfumare ogni volta che una donna, colta e ambiziosa, non riesce a salpare su quella zattera (il lavoro) e rimane sulla terra ferma, retrocedendo ai ruoli che la società le affibbia da sempre.  

Erika Bucca

Note:

Gemma Giovannini e l’educazione della donna nell’Italia liberale, di Elisa Tizzoni http://storiaefuturo.eu

Genere e scelte formative di Chiara Noè, ALMALAUREA WORKING PAPERS n. 54, April 2012

Immagine di copertina dell’autrice

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