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DIGITAL DIVIDE: L’APARTHEID HI-TECH?

La creazione di Internet, nella mente dei suoi ideatori, era frutto del desiderio di unire quante più persone possibile in una nuova dimensione, quella informatica, in cui tutto fosse condivisibile e disponibile. Questo utopico paradiso digitale avrebbe dovuto abbattere muri sociali e divari culturali, rendendo il mondo una società, almeno nell’informatica, più egualitario. Sulla carta, si tratta di intenzioni condivisibili e realizzabili, ma la realtà ha contrapposto a questa idilliaca visione una frattura sociale, il digital divide, o divario digitale. 

Fenomeno non facile da valutare, il digital divide è oramai un dato di fatto del mondo digitale. Non esiste una fenomenologia precisa del divario digitale, che può essere anche volontario, quando sono le persone stesse a non volersi adattare all’evoluzione tecnologia e scegliere di isolarsi in un mondo più analogico che digitale. 

Il termine digital divide venne utilizzato per la prima volta da Al Gore, vice presidente dell’amministrazione Clinton, che nel 1996 utilizzò questa definizione per indicare il divario fa chi poteva accedere ai fortunati in grado di accedere alle informazioni digitali (information havers) e chi ne era tagliato fuori (havenots), presentando il programma scolastico K-12 (Kindergarten through 12th grade). Fu una rivelazione che non ebbe particolare risalto fuori dagli ambiti specifici, ma la presa di coscienza di Gore era una spia di allarme per avvisare che una piaga sociale futura si poteva impedire. Ovviamente, poco venne fatto, non solo in America ma in tutto il mondo. 

Da manuale, il digital divide è una separazione che contrappone chi ha un accesso ad internet e chi ne è privo, per scelta o imposizione esterna, tra cui le condizioni economiche o le infrastrutture a cui può accedere. Conseguenza più evidente è una divisione anche dei diritti correlati al mondo digitale che diventa sempre più marcato con il passare del tempo.

Il digital divide più evidente è quello generazionale, ovvero la difficoltà delle fasce anagrafiche più anziane di adeguarsi ad un mondo che sta accelerando il proprio passaggio al digitale. Lo si può vedere nel nostro ambito domestico, basti pensare al diferente approccio tra noi, i nostri genitori e i nostri figli nel vivere la tecnologia, anche nel livello più base, come gli smartphone. Il crescente utilizzo di piattaforme online anche nell’amministrazione pubblica, come l’ìmminente passaggio alla fatturazione elettronica il prossimo gennaio, si traduce in un ulteriore distacco tra le diverse fasce d’età, con gli anziani o i meno avvezzi all’informatica costretti ad inseguire una continua innovazione. Ma questo rincorrere nuove innovazioni, spesso non fa che aumentare un gap che non sarà mai sanato. 

Il gap generazionale, probabilmente, è un elemento attualmente non superabile, perché nasce non solo dalla continua evoluzione tecnologica, ma anche dall’assenza di un elemento essenziale: la formazione. Ed inevitabilmente si torna alla scuola, ambiente che dovrebbe fonire le basi per inserirsi attivamente nel mondo, compreso il donare agli studenti una forma mentis che sia propensa alla comprensione ed adattamento delle nuove forme di interazione digitale. 

I ragazzini di oggi sono sicuramente più vicini a questo mondo, ma siamo certi che la loro conoscenza non sia limitata al mero utilizzo di uno smartphone, tralasciando le infinite potenzialità che la galassia digitale offre loro? 

Chi è appassionato, potenziali emuli di Jobs e Wozniak, inizieranno a studiare in autonomia, ma una base di competenza dovrebbe essere estesa a tutti, mettendo le future generazioni in grado di comprendere come il futuro abbia una forma precisa e si stia sviluppando davanti ai loro occhi. Anche oltre i limiti dello schermo di uno smartphone. 

Questo elemento è stato la base del progetto di Nicholas Negroponte, che dopo aver scritto il suo saggio Being Digital, diede vita al programma One Laptop per Child. Conscio di come il digital divide fosse anche geograficamente visibile, Negroponte decise di realizzare portatili di scarso appeal per il ricco mondo occidentale ma accessibili per zone meno ricche (fu preso come pilota la Cambogia), utilizzandoli come strumenti didattici e riducendo il costo a circa 100 dollari. L’idea era di quella di fermare il digital divide ‘geografico’ fin dal suo insorgere, fornendo alle future generazioni di paesi del terzo mondo una possibilità di comprendere le potenzialità del loro domoni digitale. 

Ma a complicare il discorso intervengono anche altre forme di digital divide, come quello culturale e quello economico, visto che gli accessi alla Rete hanno ancora costi che spesso sono casua di rinuncia per le fasce sociale meno abbienti. 

Spesso queste due incarnazioni del digital divide rappresentano un danno non indifferente, escludendo categorie a rischio che trarrebbero giovamento da una fruizione del mondo digitale. Statisticamente, il digital divide colpisce le fasce reddituali più basse, che entrano in un loop in cui la loro condizione rischia di venire ulteriormente aggravata da questo distacco dalla Rete. La ricerca di un lavoro, l’acquisizione di nuove competenze o anche l’arricchimento personale diventano miraggi irraggiungibili, rendendo ancora più complesso una loro risalita nella vita sociale. 

Subentra anche una scelta autonoma di relegarsi in una sorta di bolla sociale in cui il digitale è bandito. Persone che si estraniano dalla vita social, che non utilizzando servizi online di ricerca per curiosità e che sembrano disdegnare la tecnologia, moderni luddisti che non sono presenti solo in fasce di età più adulte. Libertà di pensiero a parte, è una scelta di esclusione volontaria che, nonostante ciò che si possa pensare, causa un’inevitabile frattura con il mondo. 

Consideriamo che è stato rilevato, anche da tribunali italiani, l’esistenza di un ‘danno da digital divide‘, legato alla violazione del diritto di accesso alle infrastrutture internet su cui si possano esercitare i propri diritti. Una simile fattispecie legale viene equiparata ad un danno personale di esclusione, non lontano da un pregiudizio. 

Se anche la legislazione, solitamente poco pronta ad affrontare tematiche legate alla tecnologia, riscontra simili problematica, è facile intuire come il digital divide sia una piaga sociale che non può esser minimamente trascurata. 

La mancanza di infrastrutture adeguate alla banda larga, l’accesso libero e non mututato da rigidi controlli alle informazioni ed una seria opera di educazione digitale possono aiutare a fronteggiare questa problematica. Gli esperti, analizzando questi dettagli, hanno avuto due visioni del futuro del digital divide. 

In ottica positiva, ci si attende una normalizzazione, ovvero il digital divide progressivamente andrebbe scemando sino all’estinzione, grazie ad un diffusione capillare delle competenze digitali. Utopistico? Forse, ma auspicabile, anche se difficilmente realizzabile nel breve periodo. 

I più scettici analisti sostengono invece la stratificazione del digital divide, un progressivo aumento del divario, che andrebbe ad incidere in maniera differente sui vari livelli della società, incrementando disparità ed esclusioni. 

Il digital divide è una realtà, che va oltre al semplice consumismo, ma diventa una minaccia all’uguaglianza sociale che nell’agorà politico torna spesso in auge come promessa elettorale, ma che finisce rapidamente nell’oblio a giochi elettorali fermi. 

Il mondo si evolve continuamente, ed il suo motore è il digitale, tra sirene transumaniste e informatica imperante. Eliminare il digital divide è sicuramente uno sforzo immane e richiede tempo, ma soprattutto ha bisogno di volontà e del contributo essenziale di chi ha compreso l’importanza del mondo digitale, voglioso di condividere e non di sfruttare questa potenzialità a suo vantaggio. 

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