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HAUNTING OF HILL HOUSE – LA RECENSIONE

Quello della casa infestata è un tema caro al cinema horror, uno spunto narrativo declinato anche diverse modalità che hanno reso magioni, castelli e cottage di caccia, luoghi da evitare come la peste, se sani di mente. Avrebbe potuto Netflix non dedicare una serie ad uno dei classici dell’orrore? Ovviamente no, ed ecco quindi arrivare Hounting Hill House, composta da dieci episodi, ispirata ad un romanzo horror di fine anni sessanta (La casa degli invasati di Shirley Jackson). 

Dovendo ricreare suggestioni particolarmene forti, Neflix ha voluto affidarsi ad un regista che già in passato avesse portato con successo una storia dalle tinte oscure su Big N. Memore del buon lavoro fatto con Il gioco di Gerald (cimentarsi con King è sempre un rischio!), la scelta di Netflix è stata quella di Mike Flanagan, che ha dovuto quindi cimentarsi con questa sfida non da poco. Il romanzo originale ha influenzato generazioni di lettori e di scrittori (tra cui lo stesso King), ma soprattutto ha concorso a creare l’immaginario collettivo sulle case stregate. Coraggiosamente, Flanagan sceglie di prendere solo lo spunto dal romanzo e sviluppare la storia in una modalità più complessa e libera.

Al centro della vicenda, c’è la famiglia Cain, vittima negli anni ’90 di una luttuosa tragedia: la morte, mai pienamente chiarita, della madre Olivia (Carla Gugino). Da questo evento, la famiglia esce distrutta nell’animo, dato che la morte è diventata oggetto di un’indagine, anche della stampa, che ha massacrato il marito Hugh (Henry Thomas). Convinto di non dover svelare ai propri figli la realtà di quanto accaduto, l’uomo si fa carico di questo tremendo fardello, cercando di proteggere i propri figli da oscure ed inquietanti verità. 

Peccato che la vita abbia un suo modo di imporsi, e proprio uno dei figli, Steven, diventa uno scrittore di successo grazie alla storia della morte misteriosa della madre, con il best seller sugli eventi di Hill House, la casa stregata in cui la sua famiglia si è spezzata. 

Flanagan, regista e sceneggiatore, lavora molto bene sul concetto di famiglia e delle fratture che possono crearsi in questi nuclei umani. Dopo la tragedia, ognuno affronta le conseguenze in modo personale, costretto non solo a fronteggiare la morte della madre, ma anche gli eventi inquietanti a cui ha assistito nella permanenza a Hill House. 

Per tutta la serie questo contrasto familiare è giocato al meglio su una contrapposizione temporale, con ai due estremi la notte in cui è morta Olivia Cain (anni ’80) e il presente, in cui un nuovo lutto familiare riprecipita la famiglia nell’incubo. In mezzo, si inseriscono scene di vita familiare e piccoli drammi personali, che contribuiscono a dare allo spettatore una perfetta empatia alla vicenda, con picchi emotivi costanti ma mai scontati. 

Gran parte del merito va ad un cast in cui nomi noti e nuove rivelazioni mantengono una qualità recitativa altissima. Se da Timothy Hutton (Taps, Leverage) ci si poteva aspettare un Hugh Cain invecchiato perfetto e Carla Cugino dimostra nuovamente di essere ottima in certi ruoli, qualche perplessità poteva sollevarsi sulla parte meno nota del cast. Eppure, sia i ragazzini degli anni ’80 che la loro versione adulta sono stati molto talentuosi, capaci di veicolare al meglio tutta la gamma emotiva necessaria a trasmettere l’inquietudine e il senso di oscurità incombente. 

Anche la scelta di viaggiare su diverse linee temporali è avvincente, ma ottiene questo risultato perché orchestrata con intelligenza. I passaggi non sono mai banali o scontati, si legano in modo spontaneo agli eventi del presente e ripresentano i percorsi mentali dei personaggi, sono la nostra visione del loro intimo ritorno all’incubo attraverso i ricordi. 

Fedele a questa concezione di personalizzazione ed empatia con i protagonisti di Hill House, Flanagan sviluppa i primi cinque espisodi cucendoli addosso ad ognuno dei fratelli Cain, mostrandone il percorso di crescita, tra piccoli successi personali e grandi sofferenze, evidenziando i loro tratti caratteriali e rendendoli reali, umani, vicini a noi. Il merito principale di Hill House è l’averci introdotto alla famiglia Cain puntando all’empatia, per poi colpire in modo spietato con tutta l’inquietudine e l’ansia caricata in questi primi episodi. 

Il primo episodio di Hill House, fino a metà stagione, risulta essere il migliore, con una gestione dei tempi e un crescendo emotivo che esplode nel finale intrecciato in maniera sublime. Poi si arriva alla svolta di metà stagione con il sesto episodio, e in quel momento Hill House diventa un qualcosa di superlativo, dando il via ad una narrazione serrata che rende impossibile staccarsi dalla visione sino all’ultimo dell’ultima puntata. 

Flanagan riesce ad aesaltare la propria sceneggiatura con una impostazione visiva che mi lascia un dubbio: studiata al dettaglio o pura emotività? La scelta delle inquadrature è sempre ottima, esalta i dialoghi e le tensioni emotive dei personaggi, ovviamente c’è una certa perizia tecnica del regista, ma un risultato così travolgente necessita di una vena emotiva non indifferente da parte del regista. 

Da apprezzare la fotografia, che sviluppa dei contrasti cromatici che esaltano le emozioni del momento, creando anche una caratterizzazione precisa tra gli eventi del passato (con la Cugina in scena tutto sembra più luminoso) ed il presente, che sembra meno vivido, specchio di un’assenza e una freddezza nei rapporti familiari. 

Hill House è un prodotto estremamente ben pensato e dall’ottima resa. L’elemente centrale, la casa infestata, passa quasi in secondo piano, lasciando lo spazio alla famiglia Cain, sino ad un epilogo che spiazza con le sue risposte, dando, dopo essersi emotivamente ripresi, la sensazione di aver appena assistito ad una delle migliore serie di sempre, lasciandoci un solo interrogativo: siamo sicuri che Hill House sia ‘solo’ una serie horror?

Immagine di copertina.

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