ATTUALITÀ

QUEL CHE RESTA DI AUSCHWITZ – L’IMPORTANZA DELLA TESTIMONIANZA

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a strumentalizzazioni deplorevoli di quel nome, tanto orrendo quanto importante da pronunciare e ricordare: Auschwitz. Abbiamo compreso, in mezzo secolo di riflessioni che, quello di Auschwitz, non è stato solo il campo della morte, ma un luogo dove si è attuato un esperimento impensabile, in cui i confini tra umano e disumano sono stati cancellati. In cui, non soltanto gli ebrei, ma l’umanità intera è stata sterminata. È stato sterminato il nostro sentimento di umanità e di partecipazione ad un dolore condiviso. È stata sterminata la nostra volontà di riconoscerci nell’altro da noi, un campo che alimenta ancora oggi sentimenti di odio, di intolleranza verso coloro che non sono come noi, reietti di una società dei consumi che mette al centro della riflessione un territorialismo esasperato, un’identità che non esiste.

Il fatto da cui parte la nostra riflessione è la manifestazione svoltasi il 28 ottobre a Predappio, luogo di sepoltura di Benito Mussolini. Questa manifestazione, che si tiene annualmente, ha visto coinvolti, tra saluti romani e sieg heil di ogni sorta, esponenti di quel nuovo fascismo chiamato Forza Nuova. Durante questa manifestazione, una esponente di spicco del partito di estrema destra, Selene Ticchi, ha indossato una maglia su cui campeggiava la scritta Aushwitzland richiamante il logo della Disney. Si è paragonato, di fatto, il campo della morte di Auschwitz al parco divertimento di Disneyland.

A tal proposito, illuminanti sono le parole del filosofo Giorgio Agamben che dice “L’ambiguità del rapporto che la nostra cultura ha con la morte raggiunge il suo parossismo dopo Auschwitz“. Il filosofo lo dice a chiare lettere, Auschwitz, anche in una dinamica Adorniana della questione, è come uno spartiacque. C’è un prima e un dopo Auschwitz. Un prima dove l’umanità avrebbe potuto ancora sperare, e un dopo dove la speranza è morta in massa come i cadaveri bruciati ad Auschwitz.

Con Auschwitz è cambiato il nostro concetto di morte. Come testimonia la maglia indossata dalla Ticchi, la morte può essere paragonata ad un campo divertimenti. Essa perde di significato poiché è stata messa in mostra, ha perso quell’aura di mistero e sacralità di cui è stata portatrice fino ad Auschwitz.

Dopo Auschwitz la morte è diventata una “produzione in serie di cadaveri”, richiamando la Arendt. Questa produzione in serie, proprio come la catena di montaggio, non ci spaventa più, è normalizzata, invisibile. Come invisibile è il rispetto, scomparso, per le vittime del campo della morte. “Una produzione in massa e a basso costo di cadaveri” questo è stato Auschwitz, dove anche le preghiere di Rilke in Minima Moralia, perdono di significato, poiché nessuno è più padrone della propria vita e nessuno è più padrone della propria morte. Non esiste più una morte personale tanto auspicata da Heidegger, non esiste più dignità nell’ultimo respiro.

Per questo motivo assume un ruolo fondamentale il Testimone. Primo Levi su tutti ci racconta la vergogna della morte, la perdita della dignità nel momento stesso dell’ultimo respiro esalato, la perdita di umanità, l’eterno ritorno: “Non si può volere che Aushwitz ritorni in eterno, perché, in verità, esso non ha mai cessato di avvenire, si sta già sempre ripetendo“.

Profetiche le parole di Primo Levi che ci straziano in un vortice di rabbia e vergogna. Un sentimento indicibile e non comprensibile che dovrebbe, però, farci fermare e riflettere su tutto quello che di sbagliato c’è, nel 2018, in una manifestazione come quella di Predappio. Non possiamo e non vogliamo giudicare, ma ci sentiamo in dovere di salutare Selene Ticchi con un monito che ci regala Antelme sulla morte e sulla vergogna, sentimento che anche l’esponente di Forza Nuova dovrebbe imparare a conoscere:

La SS chiama ancora: Du komme hier! È un altro italiano a uscire. Uno studente di Bologna. Lo conosco, lo guardo e vedo che la sua faccia è diventata rossa. L’ho guardato attentamente, quel sorprendente rossore l’avrò sempre negli occhi. Ha l’aria confusa, e non sa che fare con le sue mani… È diventato rosso appena la SS gli ha detto: Du komme hier! Si è guardato intorno prima di arrossire, ma era proprio lui che volevano e allora è diventato rosso quando non ha avuto più dubbi. La SS cercava un uomo, uno qualsiasi da far morire, aveva “scelto” lui. Non si è chiesto perché questo e non un altro. E nemmeno l’italiano si è chiesto “perché io e non un altro”.

 

Annunci

Rispondi