CULTURA

LE GRANDI DINASTIE DEL MEDIOEVO CHE HANNO CREATO L’EUROPA

Il Medioevo è stata un’epoca di grandiose rivoluzioni. Da un lato, questa età ha visto affermarsi le prime monarchie nazionali, dall’altro assistiamo ad un primo tentativo di unificazione continentale, quello attuato da una delle grandi dinastie, i Carolingi.

Contrariamente all’impero romano che aveva una connotazione più mediterranea, il Sacro Romano Impero, fondato la notte di natale dell’800 d.C. da Carlo Magno, assume già caratteristiche continentali.  Il fulcro dell’impero di Carlo Magno era la valle del Reno e si estendeva verso Est fino ad abbracciare l’Italia e la Spagna settentrionale e centrale. Carlo Magno, re dei Franchi, aveva scritto nel proprio dna la belligeranza. Non che fosse egli stesso un guerrafondaio, ma certamente è proprio grazie alle guerre combattute, una su tutte quella contro i Longobardi nel Nord Italia, che hanno permesso a Carlo Magno di diventare uno dei primi “unificatori dell’Europa”.

L’altra grande dinastia che ha contribuito a formare l’Europa è quella dei Plantageneti. La storia di questa discendenza inizia attorno al 900 quando i Vichinghi, provenienti dalla penisola scandinava (attuale Norvegia, Islanda e Svezia), iniziarono a capire che saccheggiare città e villaggi non era più “in voga”, quello che ci voleva era la terra. Le incursioni dei Vichinghi in Europa iniziano attorno al IX secolo quando Rollone inizia a invadere il regno dei Franchi. I Vichinghi erano dediti al saccheggio, depredavano le ricchezze delle popolazioni che conquistavano e si accontentavano di questo. Capirono, però, che il vero potere era dato dal possesso di terre e per questo iniziarono a voler
prendere il controllo di territori ben delineati.

Rollone, dopo aver combattuto con il re Carolingio Carlo il Semplice, ebbe in
concessione il ducato di Rouen grazie al trattato di Saint-Clair-sur-Epte. Per
ringraziare il re di questa concessione, Rollone si sottomise ad esso e si convertì al
cristianesimo, diventando così il primo re normanno di religione cristiana. In breve
tempo l’entourage di Rollone sposò donne franche, mescolandosi, così, con la
popolazione autoctona. Rollone, inoltre, protesse la Normandia da altre incursioni
vichinghe, andando, quindi, contro le proprie origini scandinave.

Dal 1035 diviene duca di Normandia Guglielmo il Bastardo, meglio conosciuto
come Guglielmo il Conquistatore. Egli non si fermò alla stabilizzazione del potere
normanno del ducato di Normandia ma volle conquistare altri territori. Per questa
ragione diede il via alle spedizioni nel sud delle isole britanniche. Decisiva fu la
battaglia di Hastings dove Guglielmo sconfisse il re sassone Aroldo. Con il regno di
Guglielmo abbiamo il primo censimento tributario, il Domesday Book, documento molto importante per capire anche l’andamento demografico.

Altra figura importantissima della dinastia Normanna in Inghilterra fu Enrico II
Plantageneta (Dinastia d’Angiò). Questo regnante iniziò ad andare contro
l’egemonia di potere conquistata dalla Chiesa Cattolica e indi un tribunale di laici
per giudicare gli ecclesiastici che non volevano sottomettersi ai costumi del reame.
Inoltre, Enrico II si batte per ristabilire l’importanza del potere centrale esercitato dal
re. I baroni, negli anni precedenti al regno di Enrico II, avevano assunto sempre più
potere, costruendo illecitamente anche dei castelli nel quale esercitare un potere
che non era legittimo. Enrico II fece abbattere tutti quei castelli di proprietà dei
baroni. Rese, inoltre, obbligatorio lo scutagium, il tributo militare che ogni feudatario
avrebbe dovuto pagare al re per il mantenimento delle milizie.
Il successore di Enrico II, suo figlio, Giovanni Senza Terra, cercò di mantenere
inalterate le conquiste civili e tributarie attuate dal padre, ma non ci riuscì. Negli
ultimi anni del suo regno fu costretto, dai baroni, ad emettere la Magna Charta
Libertatum che garantì la tutela dei diritti della chiesa, la protezione ai baroni dalla
detenzione illegale, la garanzia di una rapida giustizia e la limitazione sui
pagamenti feudali alla corona.

GLI OTTONI

Nel X secolo molti feudatari cercarono di estendere il loro controllo anche su terre e
uomini non di loro diretta pertinenza. Nel corso di questo secolo e dell’XI
l’affermazione delle signorie territoriali frequentemente andò di pari passo con un
processo di trasformazione definito con il termine di incastellamento. L’affermazione
della signoria e dell’incastellamento furono uno dei volti dell’organizzazione dei
poteri policentrica, in cui i sovrani, preso atto di non essere in grado di esercitare
un’effettiva sovranità sul territorio del loro regno, dovettero assumere il ruolo di
mediatori di conflitti e coordinatori dei diversi poteri locali. Il problema principale di
tale attività di coordinamento nacque quando il titolo regio fu assunto da esponenti di
famiglie nobiliari a cui molti non riconobbero la leggittimità di governare.
Dopo Carlo il Grosso, nella Francia orientale il titolo regio passò ad Arnolfo di
Carinzia, che riuscì a trasmetterlo al figlio Ludovico il Fanciullo, il quale tuttavia, al
momento dell’assunzione del titolo era ancora in tenera età. La morte precoce di
Ludovico avvenuta nel 911, pose termine al ramo orientale del Carolingi e costrinse
per la prima volta i grandi del regno a eleggere un re che fosse di un’altra stirpe.
Come era avvenuto anche in Italia, la scelta cadde su un esponente dell’aristocrazia
franca, Corrado I, duca di Franconia. Il regno di Corrado fu breve e non fu segnato da
episodi particolarmente significativi. Fu con il suo successore che, secondo la
storiografia nazionalistica, fu fondata la Germania. Su indicazione dello stesso
Corrado I, nel 919, i grandi del regno elessero re il duca di Sassonia Enrico I. Egli
diede vita alla dinastia ottoniana, rendendo ereditario il titolo regale.

Nel 952 fu Ottone I a rivendicare l’eredità
dell’universalismo franco-carolingio. Egli, dopo aver acquisito la corona longobarda
si intitolò rex Francorum et Langobardorum richiamandosi alla tradizione carolingia.
Roma diede a Ottone I la dignità imperiale, ma alla base dell’istituzione imperiale di
Ottone I vi erano i due regni franco-sassone e longobardo, e la componente romana
era ancora del tutto marginale. Ciò fu reso evidente nella risposta che Liutprando di Cremona, inviato nel 968 da Ottone I a Costantinopoli, fornì all’imperatore bizantino,
il quale, per offenderlo, gli aveva detto «voi non siete Romani, ma Longobardi».
Nella risposta Liutprando cercò di dimostrare la superiorità germanica su quella
romano-bizantina: «il fratricida Romolo, da cui prendono nome i Romani, fu
progenito, nacque cioè da adulterio, com’è noto dalle storie, e si fece un asilo in cui
ricevette debitori, schiavi fuggiaschi, assassini ed altri degni di morte per i loro
delitti; trasse a sé una certa quantità di uomini del genere che chiamò Romani. Da
questa nobiltà sono discesi proprio quelli che voi chiamate kosmokràtores, cioè
imperatori, e che noi altri Longobardi, Sassoni, Franconi, Lorenesi, Bavari, Svevi,
Borgognoni disprezziamo tanto che ai nostri nemici, quando siamo mossi dallìira,
non diciamo altro insulto se non romano! Con questa sola parola vogliamo
comprendere tutto ciò che vi è di ignobile, vile, lussurioso, mendace: insomma ogni
vizio». Questa presa di posizione così tanto negativa nei confronti della romanità, 3
sembra nascondere una sorta di senso di inferiorità intellettuale e culturale, sia nei
confronti di roma che dei bizantini. Ma le cose cambieranno e la distastia ottoniana
arriverà col tempo a stabilirsi proprio in Italia. Infatti Ottone III scelse di collocare la
sede centrale dell’impero a Roma, dove costruì uno splendido palazzo imperiale
proprio accanto alle antiche rovine romane. L’amore di Ottone III per Roma e per i
romani non fu mai ricambiato e le ostilità si fecero sentire in maniera molto forte per
tutta la durata dell’impero ottoniano. Vediamo nel dettaglio i rapporti dei singoli
imperatori con l’Italia e ciò che sono riusciti a fare per inserire la penisola in un
contesto imperiale, di cui arriverà ad essere l’indiscussa capitale.

Fu proprio Ottone, nel suo lungo regno durato dal 936 al 973, a rafforzare in modo
decisivo l’autorità regia e a dare nuovo significato al titolo imperiale. Egli ottenne
questi obiettivi agendo in modo estremamente consapevole sin dall’atto
dell’incoronazione regia, avvenuta ad Aquisgrana con una grande cerimonia che
riprendeva la tradizione carolingia. Ma, se da un punto di vista simbolico Ottone I
cercava di presentarsi come vero erede di Carlo Magno, sul piano della prassi politica
egli agì in modo innovativo, cercando di stabilire nuovi legami con i grandi del
regno, laici ed ecclesiastici, tanto che secondo Keller , fu proprio il sistema creato da 4
Ottone I, e non quello carolingio ricalcato su modelli antichi, a determinare gli equilibri politici dei secoli successivi. Ottone dovette far fronte a una realtà
istituzionale priva di una rete amministrativa che potesse collegare il centro del regno
alla periferia. I conti, i duchi e i vari signori territoriali ormai non erano più dei
funzionari o dei rappresentanti del potere regio, ma esercitavano autonomamente una
propria sovranità. Gli stessi signori ecclesiastici, che furono spesso integrati nella
gestione del potere da parte di Ottone I e dei suoi successori, in quello che
tradizionalemnte era definito «sistema della chiesa imperiale», alla luce di studi
recenti non appaiono più come volenterosi esecutori del re, quanto come personaggi
in grado di trarre il massimo profitto dalla loro condizione e dalla fedeltà verso il
sovrano. D’altro canto, la distinzione tra signori laici ed ecclesiastici è il più delle
volte artificiale, poiché si tratta comunque di esponenti del medesimo ristretto ceto
dirigente. Il potere di Ottone e dei suoi successori viveva della rinuncia alle forme di
potere statuale presenti in età carolingia, come l’amministrazione, la legiferazione
scritta, l’esercizio della giustizia, a vantaggio di una capacità di mediazione tra vari
gruppi di potere, favorita da un atteggiamento «costatativo» come dice Sergi , cioè la 5
capacità di scegliere di volta in volta i principali alleati e le strategie di affermazione.
Questa politica trovava una sua legittimazione nel ruolo sacrale del re, non a caso
ripreso e rilanciato dagli Ottoni, che furono sempre molto attenti alla comunicazione
simbolica, basata su formule e riti ripresi dalla tradizione carolingia, da quella
bizantina o da quella imperiale romana. Fu proprio grazie a un abile integrazione tra
pragmatismo politico e immagine sacrale del potere regio che Ottone I riuscì a ridare
vigore all’idea di impero, inserendosi nell’intricata lotta per la corona italica.
Chiamato in Italia dai sostenitori di Adelaide, vedova del re Lotario, fatta prigioniera
da Berengario II, riuscì a sottomettere il sovrano italico e a sposare la stessa Adelaide,
compiendo il primo passo di un percorso che di lì a pochi anni lo avrebbe portato alla
conquista del regno italico, nel 961, e al conseguimento del titolo imperiale nel 962.6
Infatti, dopo che Adelaide riuscì a fuggire dalla prigione grazie all’aiuto di Azzo. Con
quest’ultimo, si unirono altri signori italici per ottenere vendetta contro Berengario.
Ottone discese in Italia nel 951 dirigendosi a Pavia, dove fu accolto e riconosciuto
come re e dove sposò Adelaide, e ripartì per la Germania. Successivamente, la
condotta di Berengario indusse Papa Giovanni XII a spedire dei legati a Ottone
pregandolo di ritornare in Italia e difenderla dalla tirannide di Berengario. Ottone
giunse nuovamente a Pavia nel 961, avendo un grande esercito al suo seguito e iniziò
a sbaragliare le forze nemiche. Sono due gli avvenimenti degni di nota successivi
all’entrata di Ottone in Italia: a Pavia Ottone fece ricostruire il palazzo regio che Berengario aveva fatto distruggere per non farlo cadere in mano nemica; a Roma ci
fu la sua incoronazione imperiale nel 962 in San Pietro da papa Giovanni XII. Anche
Adelaide fu incoronata imperatrice, diventando consors imperii, partecipando al
governo dell’Italia come associata dell’impero.

Il nuovo Impero Romano d’Occidente che prende forma con l’incoronazione di
Ottone I, presenta caratteri diversi rispetto a quello che era stato l’impero di Carlo
Magno. Anzitutto è determinante l’elemento germanico, in secondo luogo la
posizione della Chiesa di Roma è indebolita sia perché Ottone conquista la corona
imperiale grazie alle sue forze e non per concessione papale, sia per l’introduzione
del Privilegium Othonis, a causa del quale il potere politico della chiesa si indeboliva.
A non indebolirsi però era l’ideologia cattolica e la sua concezione del mondo . A 9
fondamento dei riti dell’incoronazione imperiale vi erano pur sempre l’idea
universale di Roma che il Papa aveva fatto propria, il principio che «solo il pontefice
poteva trasmettere al sovrano il beneficio divino, il simbolismo allegorico del sole e
della luna ove veicolo attivo di luce era sempre il Papa» . Il novo impero aveva 10
bisogno del sostegno dell’autorità religiosa e basta pensare all’importanza che per
secoli avranno per i sovrani germanici il rito sacrale dell’incoronazione e il mito di
Roma, per legittimare il loro potere. E grazie proprio a questi simboli usati per la
legittimazione del potere, i sovrani alimenteranno la centralità della Chiesa.

Tuttavia la commistione tra poteri politici e religiosi già diffusa sin dall’età carolingia e
l’esercizio dei poteri di influenza dell’imperatore, aggraveranno il problema già
presente da tempo e carico di forte conflittualità: la questione dell’investitura laica
dei vescovi e degli abati. Infatti è proprio in questo periodo storico che vennero poste
le basi di quella lunga controversia fra Chiesa e Impero, che sarà definita lotta per le
investiture. Tale investitura determinava il passaggio di funzioni civili e giudiziarie
comportando un diretto controllo di diocesi e abbazie da parte dell’imperatore: si
tratta del sistema dei vescovi-conti, applicato su larga scala durante il X secolo e tale
da produrre un’estesa mondanizzazione della Chiesa con gravi conseguenze sulla
tenuta delle istituzioni ecclesiastiche e sul costume degli uomini investiti di funzioni
religiose. Proprio in questo secolo la polemica contro l’immoralità del papato emerge
con forza nelle pagine di Liutprando da Cremona.
La crisi dell’impero mette in ginocchio il papato, che, privo di sostegno non trova più
le risorse economiche e morali per esercitare il suo magistero e la districtio
disciplinare su vescovi e clero. Inoltre, si sono quasi del tutto esaurite le campagne
missionarie che hanno fatto seguito sistematicamente alle conquiste dei Carolingi e che sono destinate alla conversione dei popoli ancora pagani dell’Europa
nordorientale. Per quanto riguarda la politica interna, il papato, nel X secolo, resta in
balia delle forze centrifughe e aristogratiche. Vengono usurpati territori ecclesiastici e
vengono sottratte al papa numerose prerogative. Tra l’887 e il 962 si susseguono su
soglio pontificio ben ventuno papi, nessuno dei quali era tanto autorevole da lasciare
memoria del proprio operato. Inquietante ed emblematico, per ricostruire l’atmosfera
cupa dell’epoca è l’episodio che vede protagonista papa Formoso, condannato post
mortem da un sinodo, riesumato e gettato nel Tevere con indosso i panni pontificali.
Le famiglie nobiliari che pilotavano l’elezione dei papi a seconda dell’interesse del
momento e degli equilibri diplomatici di volta in volta vigenti, sono agguerrite e
spregiudicate. Tra tutte spicca quella dei conti di Tuscolo, una cui esponente,
Marozia, figlia del senatore Teofilatto e sposa in terze nozze di Ugo di Provenza,
divenne madre di papa Giovanni XI, grazie al quale Ugo credette di poter ottenere la
corona imperiale. Il fratelo del papa, però, Alberico, organizzò una rivolta popolare e
il sovrano fu costretto a lasciare la città. da allora e fino alla morte, avvenuta nel 954,
Alberico ottenne il titolo di «principe e senatore dei romani», e governò roma
controllando anche il papato. Egli comprese che l’incoronazione da parte del papa era
fonte di attriti, per cui vieta ai sovrani di richiedere di cingere a Roma la corona.
Infatti, l’impero rimane vacante dalla morte di Berengario fino alla scomparsa di
Alberico. Neppure Ottone I di Germania, quando nel 951 scese in Italia per la prima
volta, riesce a cingere la corona a Roma. Ad Alberico successe il figlio Ottaviano, che
nel 955, sedicenne, ascende al soglio pontificio con il nome di Giovanni XII.nel
febbraio del 962 il papa accetta di incoronare Ottone, il quale però lo fa deporre
l’anno seguente, dopo averlo dichiarato decaduto con procedura straordinaria e
l’avallo di un concilio.

I contemporanei di Ottone I lo considerarono come un novello Carlo Magno, il
restauratore dell’impero, il fautore della renovatio imperii. Come Carlo Magno,
Ottone postulò un’interdipendenza di potere ecclesiastico-religioso e potere civile,
comprese l’importanza della cultura nella preparazione dei quadri dirigenti e del clero
e, infine, ebbe velleità universalistiche e romane, ma anche la ferma volontà di
ripristinare il prestigio del papato detenendo il ruolo di difensore della Chiesa. Per
questo motivo fa deporre Giovanni XII e si autoattribuisce il controllo dell’elezione
papale, emettendo un documento, il Privilegium Othonis (962) che prevedeva la
possibilità che l’imperatore valutasse e approvasse i candidati al seggio pontificio
prima della consacrazione papale. Il Privilegium Othonis fu riconfermato attraverso il
Diploma Heinricianum, stipulato il giorno di Pasqua del 1020 tra papa Benedetto
VIII e l’imperatore Enrico II a Bamberga, in occasione della visita del papa alla città.

Con il recupero dell’ideologia imperiale realizzatasi in età ottoniana, assume
importanza tramite l’intervento della Chiesa, il diritto romano e soprattutto quello
giustinianeo. Quest’idea del diritto era diversa da quella maturata su influenza delle
concezioni germaniche e privilegiava il principio dell’unita delle fonti di produzione
giuridica nella figura dell’imperatore, il cui potere veniva considerato come derivante
da un’itercessione divina e quindi non era legato al consenso popolare. Le
suggestiorni dell’universalismo della societas christiana sono particolarmente forti
nella figura e nell’opera di Ottone III e del suo consigliere Gerberto d’Aurillac. Se
Ottone III aveva assimilato una cultura classica raffinata, anche grazie all’influenza
di sua madre Theofàno, Gerberto era l’uomo di cultura più famoso del suo tempo,
anche e soprattutto per le sue straordinarie conoscenze scientifiche acquisite durante
un lungo soggiorno in Catalogna presso le scuole di Vich e Santa Maria di Ripoll, a
stretto contatto con la cultura araba. Gerberto fu una figura di primo piano, potente e
temuto al punto da essere considerato un mago e dunque per molto tempo sospetto
anche negli ambienti ecclesiastici. La sua fedeltà all’imperatore, del quale era stato
anche maesrto, gli assicurò una rapida carriera, da arcivescovo di Reims ad
arcivescovo di Ravenna sino a diventare papa con il nome di Silvestro II nel 999. Le
idee politiche di Gerberto si muovono nel solco della tradizione del pensiero cristiano
alto medievale: il sovrano deve avere un’adeguata preparazione filosofica tale da
consentirgli di governare con criteri di spiccata moralità, e nella convizione che le
leggi, come pure l’azione politica devono essere coerenti con l’etica cristiana. Solo 11
in questo modo può essere conseguito il bene comune, tenendo a bada gli egoismi e
le passioni degli uomini. E proprio di questi ideali, Gerberto aveva intriso la
coscienza di Ottone III. Quest’ultimo era animato da forti ideali sul ruolo universale
dell’imperatore e sulla centralità di Roma, tanto da inserire nelle bolle imperiali l’iscrizione renovatio imperii romanorum. Ottone III proclama Roma capitale del
mondo e la Chiesa romana come madre di tutte le Chiese, criticando aspramente il
comportamento dei papi precedenti che avevano perseguito scopi illeciti e disonesti,
infangando così il prestigio morale della Chiesa.
La riaffermazione dell’ideologia imperiale da parte del giovane sovrano si armonizza
con le idee e la prassi politica del suo maestro Gerberto, papa Silvestro, che aveva
ben chiara la distinzione tra potestà spirituale e governo temporale degli uomini. In
lui ancora non c’è quella spinta teocratica che diventerà comune nella Chiesa dopo la
riforma gregoriana del IX secolo.

 

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