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BABY, LA STORIA DELLA ROMA “BENE” ATTRAVERSO GLI OCCHI DI DUE RAGAZZE

Tutti conosciamo la triste e tragica storia delle due adolescenti del quartiere Parioli di Roma che nel 2014 sono state coinvolte in un giro di prostituzione.

Da questa storia di cronaca italiana nasce la serie tv, prodotta da Netflix, Baby che ripercorre in maniera romanzata le vicende delle due ragazze romane. Un’evoluzione in negativo quella delle due protagoniste che si ritrovano a voler vivere una vita segreta per sfuggire al mondo impostato e “bugiardo” dell’alta borghesia romana.

Le due protagoniste di Baby sono Chiara e Ludovica ed entrambe frequentano un importante liceo privato a Roma. La loro vita sembra perfetta, e si alterna tra compiti in classe, whatsapp, primi amori e shopping, finché non iniziano a frequentare ambienti che non concernono la loro età, lontani dallo stile di vita che due adolescenti possono avere.

Frequentando un locale che sembra essere il rifugio di mariti annoiati e ricchi, vengono adescate e invogliate ad uscire con alcuni uomini in cambio di soldi. All’inizio sembra una cosa innocente ai loro occhi e un buon modo per racimolare qualche soldo. Semplici uscite a cena in locali prestigiosi, due chiacchiere, qualche carezza. Finché i clienti non iniziano a chiedere di più.

La storia raccontata da Baby la conosciamo bene e per quanto possa essere un prodotto commerciale, Baby ci mostra tutt’altro che la vera tragicità di quella storia sordida e complessa. Le ragazze della serie tv sembrano avere le idee chiare e sembra quasi che ragionino con la loro testa quando decidono di prostituirsi.

La cronaca e il diritto ci insegnano, però, altro. Per questo motivo Baby, la serie tv, non risulta essere un prodotto originale e narrato con dovizia dei fatti. È, invece, un polpettone adolescenziale dove la centralità del fatto di cronaca reale assume tratti di contorno e dove il principale casus è la volontà di queste ragazze di avere una vita segreta, cercando di staccarsi dalle oppressive famiglie alto borghesi. Qualcosa di già visto, già sperimentato.

La volontà di denuncia in Baby non c’è in questo prodotto. Si lascia spazio solamente ad uno spasmodico voyeurismo insensato che non vuole denigrare una società con usi e costumi completamente deviati ma indicare le due ragazze come complici di una operazione di svendita totale di quei valori di cui è fatta l’adolescenza. Ecco che, quindi, Baby non è più una serie-denuncia di un fatto di cronaca ma diventa un teen drama dove droga, sesso e prostituzione sono normalizzati in una sorta di Gomorra adolescenziale.

La prostituzione diventa glamour, normalizzata da un tenore di vita che altrimenti non potrebbe essere portato avanti. La prostituzione minorile è un problema sociale delicato e tragico, trasporlo sullo schermo in questo modo è agghiacciante.

Immagine di copertina

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