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LUCA GUADAGNINO: NEL NOME DI SUSPIRIA

Tutti gli amanti dei film dell’orrore ricordano con estrema lucidità e amore il film, del 1977, di Dario Argento. Capolavoro di genere, indimenticabile per il meraviglioso uso delle tonalità rosseggianti e la perfetta simmetria delle immagini, viene oggi riproposto al cinema in un remake realizzato dall’acclamato regista Luca Guadagnino.

Guadagnino è balzato agli onori della cronaca grazie al film Chiamami col tuo nome. La pellicola è stata accolta benissimo dalla critica molto calorosa, meno dai detrattori che hanno visto nel film un perbenismo di fondo, un buonismo che ormai è sulla bocca di tutti. I film belli, però, possono anche avere dei risvolti positivi, i drammi interiori possono essere risolti e non c’è bisogno di un conflitto col mondo esterno per definire il proprio orientamento sessuale, poiché di questo si parla nel film.

Tutto sommato, Chiamami col tuo nome ha fatto discutere di sé in maniera positiva, cosa che non sta accadendo in queste ore con Suspiria. La critica statunitense su tutti sta stroncando il film in maniera decisiva:

«Va bene, ora che sappiamo che Suspiria è un film d’arte possiamo tornare al trash sfarzoso della casa stregata di una volta?»

Variety

«Due ore e mezza di streghe così logorroiche che Hänsel e Gretel si sarebbero gettati loro nel forno, pur di non starle a sentire»

New York Magazine

«Un debole e sordido “holocaust kitsch” con un’eleganza da fanatico e la consistenza politica di una maglietta del Che»

New Yorker

Di certo i giornalisti delle testate sopra citate non le mandano a dire a Luca Guadagnino. Il grande Hype attorno a Suspiria, che come dice lo stesso regista non è né un remake né un reboot, si è spento nel giro di due giorni.

Quello che sembra assolutamente fuori dagli schemi, invece è come la critica, possa prendere così tanto le distanze da un film che è un esperimento davvero ammirevole. Se partiamo dal supposto che Guadagnino abbia voluto realizzare un film ispirandosi e omaggiando un grande classico del genere horror come Suspiria di Dario Argento, non si comprende perché la critica si sia pesantemente schierata contro un artista e un’idea innovativa.

Il film risulta essere sì di difficile fruizione, ma pregno del senso di macabro in maniera alienante e assoluta. Allo stesso modo non si capisce perché, invece, pubblico e critica si schierino a favore di film che di innovativo non hanno davvero un bel niente (Bohemian Rapsody su tutti, per citarne uno recente).

In Suspiria di Luca Guadagnino a vincere è la donna in tutte le sue sfaccettature. Come in un menarca perenne, il matriarcato di Suspiria è sanguinoso, dolce, affamato, riprovevole e bellissimo. Perfetto nella sua atrocità, naturale perché così deve essere. Un dato di fatto che viene superato, un ciclo che ritorna periodicamente.

Eccellenti, inoltre le interpretazioni di Mia Goth e Chloë Grace Moretz, sottotono Dakota Johnson e Tilda Swinton al massimo della forma, interpreta due ruoli distinti e lo fa con la capacità interpretativa e androgina che tutti conosciamo. Una regina in un cast di attrici che fa invidia a molti registi.

Non possiamo, ovviamente dimenticare la colonna sonora, Tom Yorke firma le musiche del film. Queste sono strazianti e malate, dolci, confuse e soffuse. Un mix di atrocità e bontà d’animo, non saprei spiegarlo meglio.

 

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