CULTURA

IO SONO MIA, OVVERO DI QUANTO NON SIA “NOSTRO” L’INTRATTENIMENTO DI MAMMA RAI

Il film TV dedicato a Mia Martini, “Io sono Mia”, lascia in bocca un gusto dolceamaro.

È inequivocabile che abbia riportato il nome di Mimì sotto i riflettori, con conseguente ritorno nelle classifica di ascolti, nelle radio e con la ovvia raccolta (con elegante cofanetto) della discografia rimasterizzata.

È indubbia la bravura di Serena Rossi nell’interpretarla, con una prestazione intensa e ricca di dettagli che la ricordavano con precisione, specialmente nelle scene in cui canta, con una gestualità davvero identica all’originale.

Resta però il dubbio che l’occasione, se non sprecata, potesse quantomeno essere sfruttata meglio. Prima di tutto, non è pensabile racchiudere una carriera ed una vita come la sua in 100 minuti, se non, come infatti è successo, sorvolando la storia dall’alto, con accenni brevissimi a momenti importanti e a periodi storici che meriterebbero ben altro approfondimento; si pensi al Piper, all’infanzia travagliata, al rapporto con il padre. Certo, in 100 minuti le scelte sono obbligate, ma perché, non potendo fare due puntate, non scegliere di soffermarsi su un periodo più breve e trattarlo in maniera completa?

Ha del paradossale poi la figura del fotografo Andrea, ben interpretato da Maurizio Lastrico, facilmente identificabile con Ivano Fossati, che da subito si è chiamato fuori, negando il consenso ad essere citato (come Renato Zero, che viene però quantomeno sostituito da un aspirante musicista). Ironica la scelta di dare ad Andrea una forte cadenza ligure.

Non è questo il luogo, né forse si ha il diritto di giudicare la relazione tra Fossati e Martini, da cui lei uscì devastata, né in fondo è davvero importante sapere se Fossati abbia negato il consenso per riservatezza o senso di colpa, resta il fatto però che almeno la reale intensità della loro storia d’amore avrebbe dovuto essere riportata fedelmente e non raccontata come un rapporto tra tardo-adolescenti (vuoi che me ne vada? si, vattene! Me ne vado! Sto male!).

Ben altro trattamento avrebbe meritato anche il rapporto con il Prof. Bertè, duro e cattivo, anch’egli raffigurato come un burbero permaloso che si offende quando ascolta Padre davvero, ma si commuove a Sanremo.

Vi sarebbero altre osservazioni da fare, specialmente su come le cattiverie sul suo conto sembrino non importare a Mimì salvo poi accorgersene tutto d’un tratto, tralasciando quindi il tormento interiore da lei vissuto e qui ridotto a semplice arrabbiatura via via più forte.

Il punto centrale di questa riflessione però è un altro; ha davvero senso che un argomento del genere, un personaggio del genere, vengano raccontate su Rai Uno? Su questa Rai Uno? Ha senso che ad occuparsi di musica, in generale, sia un servizio pubblico, ma per forza di cose generalista? 

L’impressione ricavata da questo come da altri prodotti simili, è una tendenza alla “normalizzazione” del racconto, un annacquamento della storia, un edulcoramento eccessivo, mirato a renderlo appetibile ad un pubblico più vasto, ma meno attento ed esperto degli appassionati di musica, specialmente i conoscitori degli artisti in questione.

Probabilmente il risultato ottenuto in termini di share e di nuova popolarità accennato all’inizio da ragione a Rai Uno, ma per chi amava Mia Martini e per chi ne desiderava conoscere la vita in maniera approfondita, la sensazione è più amara che dolce.

Più in generale, la domanda che sorge davanti a prodotti simili è se davvero la Rai non debba osare un po’ di più; pensiamo solo agli archivi di Via Teulada e a quanti tesori vi si nascondano, davvero non esiste un altro modo per utilizzarli che non sia Techetechetè (che Dio lo abbia in gloria) nelle sere estive?

O forse, considerata la concorrenza e la massiccia presenza sul mercato di prodotti simili e di qualità alta se non altissima, non è giunto il momento che Mamma rai apra i forzieri e dia vita, avendone tutti gli strumenti, al Vinyl italiano?

Non sarebbe eccezionale e alla portata dei produttori odierni, uno sceneggiato che partendo da quelle meraviglie di programmi degli anni 60\70 raccontasse l’Italia in musica, senza bisogno di Ritchie Finestra o dei Led Zeppelin, ma parlando di Battisti, Mina, Endrigo e facendo rivivere quegli anni d’oro? Perché non provarci, considerando la mole gigantesca di materiale d’archivio, facilmente integrabile con una sceneggiatura agile e in parte già scritta?

Vinyl stesso ha utilizzato una trama relativamente esile per immergerla in un’epoca da sogno, per gli appassionati di musica, perché la Televisione di Stato non azzarda una versione tricolore?

Certo, resta il piacere di riascoltare Mia Martini in radio, di poter accedere ai suoi dischi in maniera più semplice di quando cadde nel dimenticatoio, ma permane la sensazione che si potrebbe pretendere ed ottenere qualcosa di meglio.

Alberto Calandriello

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