CULTURA

FROM DESPAIR TO WHERE – UN RACCONTO ANNI NOVANTA

Fin dove può spingere la disperazione?

Gli anni Novanta sono stati anni disperati. Io li ho vissuti soltanto di riflesso, ma la vita e la costante ricerca mi hanno portato ad interessarmi, come in una proiezione astrale, a quei sentimenti, quegli incubi, quelle malinconie elettroniche e quella rabbia grunge. Una vita fuori dal tempo, come sono le stesse storie in musica che gli anni Novanta ci raccontano.

Gli anni Novanta sono stati anni disperati. La disperazione della generazione X in bilico tra alienazione e droghe. L’avanguardia in letteratura che raggiunge la massima espressione con Wallace e il suo Infinite Jest. Sono anni di suicidi e catarsi. Da Kurt Cobain a Mark Linkous passando per quel grande poeta che è stato Richey Edwards.

Gli anni Novanta sono stati anni disperati. La mia fascinazione per questi anni è nata dalla scoperta dei Nirvana. La me quindicenne ha saltato la fase emo, propria dei miei coetanei, per proiettarsi in un passato futuro fatto di guanti che lasciavano scoperte le falangi, camicie di flanella e bullismo. Internet era ancora poco usato, o almeno da me. YouTube non esisteva e così, per caso, in un pomeriggio passato in un appartamento che puzzava di sigarette e avanzi di cibo, ascoltai per la prima volta Weird Sister. Un’illuminazione. Linkous entrò nella mia vita e quell’album, Vivadixiesubmarinetransmissionplot, segnò tanto i miei anni a venire. Non mi ha mai completamente abbandonata, come altri album dell’epoca, acidi e robotici. Ok Computer! Ok, è un flusso di coscienza, ne sono consapevole. Ma nel mio circo personale non posso non pensare a quei Metal teeth of Carousels Lighting cigars on Electric chairs. 

Gli anni Novanta sono stati anni di speranza. Torno indietro con la mente, un rewind di ricordi, emozioni e puzze, (gli adolescenti puzzano, talvolta di sudore, a volte di altro e, ora che sono un’insegnate borghese sento la puzza dei miei alunni e un po’ mi vengono in mente quegli anni del liceo, quella vita mozzicata, quella giovinezza allegorica) e acquisisco sempre più consapevolezza delle personalità che mi hanno accompagnato in quegli anni. Per esempio quella di Mark Linkous non è la storia di un uomo triste, di un artista inappagato o l’epilogo di una personalità dipendente. Quella di Linkous è la storia di una fugace speranza, di una seconda vita, di una rinascita geniale tra arte e poesia. Forse tu, lettore, ti chiederai perché Linkous, perché Cobain, perché Wallace? Negli anni Novanta c’erano anche altre personalità positive, risucchiate nel vortice di quell’industria del produci, consuma, crepa. Personalità borghesi che hanno lavorato, hanno cantato le loro canzonette, hanno deciso di vivere una vita comune seppur inneggiati da folle acclamanti. Perché prendere come esempio queste personalità negative? Questi uomini che hanno deciso di togliersi la vita e di non meritare un posto in paradiso? Perché queste storie disperate? Perché sono belle, affascinanti, ispirate.

Gli anni Novanta sono anni di speranza. Ed è per questo che a più di vent’anni dalla morte di ognuno degli artisti che ho citato, ricordiamo, scriviamo della loro genialità, dei loro sentimenti così universali che si contraggono le meningi per quanto dolore si prova al solo atto del ricordarli. Si piange al suono di una sola nota di Most Beautiful window in town, si prega Frances Farmer abbia finalmente la sua vendetta su Seattle, si contempla l’utero trasparente di una madre così maligna da uccidere.

La disperazione può spingere così tanto verso l’arte da essere dimenticata e da vivere nel cuore di chi soffre, ricerca e urla contro un mondo ostinato alla latenza.

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