CULTURA

WILLIAM O JOHN? LA VERA IDENTITÀ DI SHAKESPEARE

Quella di William Shakespeare, geniale e magnifico drammaturgo inglese vissuto a cavallo tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600, è una figura particolarmente controversa. Attorno ad essa si adombrano e aleggiano le più disparate e fantasiose leggende, tutte accomunate dall’impossibilità di definire con certezza i contorni fumosi di uno dei letterati più amati di tutti i tempi.

A più di quattrocento anni dalla sua scomparsa, occorsa il 23 aprile del 1616, il caso Shakespeare rimane ancora irrisolto, ed anzi il fatto stesso che del drammaturgo inglese si abbiano esclusivamente notizie o testimonianze de relato, non fa che alimentare curiosità ed ipotesi che sconfinano nel grottesco e continuano ad arrovellare gli studiosi e gli appassionati di letteratura, i quali hanno anche ipotizzato che l’autore di opere così eminenti quali l’Otello, l’Amleto, Romeo e Giulietta, Macbeth, Re Lear, e chi più ne ha più ne metta, non sapesse probabilmente nemmeno scrivere, e tanto sarebbe desumibile dall’analisi accurata della sua stessa firma.

Le stesse sembianze del drammaturgo sono incerte, giacché tutte le raffigurazioni pittoriche e scultoree che lo rappresentano sono state realizzate postume e da artisti che non lo avevano mai neanche conosciuto. Tutte tranne una, a quanto sembra.

Pare che nel 1610 Shakespeare abbia posato per un ritratto, il più famoso di tutti i suoi ritratti, realizzato dal vivo e ad oggi ritenuto in assoluto il più attendibile, sebbene non se ne possa in ogni caso garantire l’autenticità.

Il ritratto in questione è il Ritratto Chandos e deve tale nome a James Brydges, primo Duca di Chandos e primo padrone documentato dell’opera. Quanto alla sua paternità artistica, si ritiene che esso fu realizzato dalla sapiente mano dell’attore di teatro Richard Burbage, grande amico di Shakespeare, che successivamente lo donò Joseph Taylor; ma anche sul punto le opinioni sono discordanti.

A discapito di quanto possa pensarsi leggendo le opere shakespeariane, frutto evidente del genio creativo del poeta dalla discussa identità, gli unici documenti ufficiali rinvenuti su Shakespeare lo ritrarrebbero piuttosto come un rozzo commerciante di grano, dedito a loschi affari e colpevole di usura ed evasione fiscale; un modello decisamente lontano da quello che invece lo vuole socio di una importante e quanto mai fortunata associazione letteraria, nonché autore di drammi destinati a passare alla storia.

Una delle teorie affermatesi sulla vera identità di William Shakespeare è quella che ritiene che egli fosse un prestanome di John Florio, poeta ed autore di origini italiane particolarmente attivo in Inghilterra nel XVII secolo, letterato di grande spessore e di sconfinata conoscenza della lingua inglese e della letteratura italiana ed europea in generale.

In tal senso depongono diversi elementi; si pensi al fatto che Florio introdusse nella lingua inglese oltre mille neologismi, quegli stessi neologismi tanto cari a Shekespeare ed al suo modello di scrittura. Florio aveva una macroscopica padronanza della lingua inglese (era verosimilmente di madre inglese) e realizzò nel 1611 un dizionario italiano-inglese che conteneva ben 74 mila parole italiane, il triplo di quelle contenute nel dizionario italiano-inglese realizzato l’anno dopo dall’Accademia della Crusca.

Lo stesso stile ed il linguaggio di Florio è pressappoco identico a quello di Shakespeare; si pensi all’uso ampolloso delle metafore e dei proverbi, per dirne una. Alcune frasi scritte da Florio, poi, si ritrovano in un momento successivo contenute nelle opere di Shakespeare. Florio aveva uno stile quasi floreale che mirava a rendere appetibile al lettore quello che era il contenuto della sua opera, proprio come Shakespeare.

Florio conosceva l’italiano, l’inglese, l’ebraico ed il latino; altra circostanza che lo accomuna a Shakespeare; per lo meno a colui che riteniamo fosse Shakespeare. Per non parlare poi della formazione religiosa e della conoscenza quasi sconfinata della Bibbia e delle liturgie cattoliche, ma anche dei precetti protestanti, elemento di ulteriore vicinanza con John Florio e con la sua stessa biografia (non si dimentichi che Florio era il figlio di un ex frate francescano).

Ma più di tutte, ad alimentare l’ipotesi che le opere firmate William Shakespeare fossero in realtà di John Florio, depone la circostanza – un tantino singolare – secondo la quale nonostante due personaggi così simili e così in auge nel medesimo periodo, che avrebbero in teoria frequentato gli stessi ambienti culturali avvalendosi di mecenati comuni, non avrebbero, però, mai fatto cenno l’uno all’altro e non si sarebbero mai incontrati; circostanza assolutamente inverosimile, per non dire impossibile.

Comunque siano andate le cose, il dilemma è destinato a rimanere irrisolto, almeno fino a che gli eredi di sir William Herbert, terzo conte di Pembroke e depositario degli originali dell’intera bibliografia di John Florio, non si decideranno ad aprire le porte della biblioteca di famiglia agli studiosi.

Abbiamo il sentore che ciò non accadrà molto presto, anzi che non accadrà affatto, se non altro perché fino a che quelle porte resteranno chiuse, il “fenomeno Shakespeare” sarà al sicuro.

 

 

Copyright foto: https://en.wikipedia.org/wiki/Portraits_of_Shakespeare/

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