CULTURA

VIA PAOLO FABBRI 43 – L’ALBUM DI GUCCINI CHE CI RACCONTA GLI ANNI ’70

L’album Via Paolo Fabbri 43 è il settimo della discografia di Francesco Guccini, sesto in studio oltre al live Opera Buffa e successivo a Stanze di vita quotidiana.

Sembra quindi che, dopo aver parlato delle stanze, Guccini decise di portarci realmente dentro casa sua, visto che come è noto, il titolo del disco altro non è che l’indirizzo bolognese del cantautore; una scelta che lo stesso Guccini, col senno di poi, definì una idiozia dettata dall’incoscienza, visto che da quel momento il civico 43 divenne meta di pellegrinaggi a cui lui non si tirò mai indietro.

Un album composto di SEI canzoni, con una densità ed una intensità che rendono i 35 minuti scarsi di durata ricchi oltre misura. Un disco intimo ed ospitale, dove Guccini sembra davvero volerci invitare da lui, per conoscerlo meglio e per confidarci alcuni pensieri.

La sua discografia ha da sempre avuto due filoni ben riconoscibili: quello socio-politico, nel senso più ampio e nobile del termine, dove racconta la società, attraverso protagonisti celebri o eroi sconosciuti, e quello più personale dove si oscilla continuamente tra nostalgia e dubbi esistenziali (dubbi su cui per ironia della sorte, ha costruito la solida certezza di una carriera quarantennale).

Via Paolo Fabbri 43 rientra più nella seconda categoria, con alcuni pezzi dove “le stoviglie color nostalgia” di cui cantava in Incontro sembrano apparecchiate per gli ospiti.

Per assurdo, però, il disco inizia con un brano prettamente politico e sociale, una denuncia forte ed intinta nel più velenoso sarcasmo, Piccola storia ignobile. La storia di una ragazza e di un aborto clandestino, non voluto, imposto. Un pezzo di una attualità sconcertante, magari non tanto per il fatto in sé, ma per come, a 43 anni di distanza, la donna sia ancora oggetto di mercato e squallida compravendita. Quel “te l’avevan detto che finivi male” così simile ai tanti “se l’è cercata” di oggi, quel capolavoro di giramento di frittata che rende colpevole la vittima, di un reato perfino più grave, quale il “cercarsela”, che altro non è che un ipocrita travestimento per “meritarsela”. Atterrisce soprattutto la frase glaciale e tremenda “noi non siamo perseguibili per legge“, ossia l’atteggiamento disgustoso di auto de-responsabilizzazione, del tutto identico a quello di chi si sentirà dire da De Andrè “per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti”. Mai assumersi responsabilità, mai gli oneri, sempre e soltanto  gli onori.

Una società falsa e bigotta, che abbandona una ragazza “neanche minorenne” alle mani di macellai clandestini oppure di impresari senza scrupoli o semplici capetti frustrati e subito non si limita ad alzare le mani in segno di innocenza, ma punta il dito contro di lei, affinché l’umiliazione diventi legge, norma, consuetudine.

E del resto, oggi come allora “i politici han ben altro a cui pensare”.

Canzone di notte n.2 invece offre due chiavi di lettura, quella personale di chi ama sentirsi fuori dal coro e pecora nera, di chi riflette sulla solitudine che si prova alle prime luci dell’alba, quando si resta soli con i propri demoni mentre si cerca un bar aperto (le carte e i caffè della stazione per ammortizzare il vino, dirà altrove), di chi riflette su come anche i momenti più lieti e spensierati racchiudano dentro di loro un’amarezza di fondo; ma anche il punto di vista di chi legge la società del momento (non molto cambiata 43 anni dopo) e vede che sempre in meno usano “quel tarlo mai sincero che chiamano pensiero” e ragiona su come spesso la saggezza e la filosofia da osteria (di cui è Maestro indiscusso) siano malvisti dal potere. Potere di cui da una definizione meravigliosa e affilata, al punto che nel 2001, a chi gli chiese perché non scrivesse qualcosa sui fatti di Genova e del G8 rispose che l’aveva già fatto, indicando questo come brano che in effetti racconta quei giorni e quel clima con 35 anni di anticipo. Brano profondamente autobiografico dunque, con quel “voglio in questo modo dire SONO” che spiega la necessità di mettere in musica certi pensieri, per affermare la propria esistenza, nella versione per cantautori del “cogito ergo sum”.

Su L’avvelenata già tanto si è scritto e tante sarebbero le cose da dire, ma questa è una delle rare occasioni in cui realmente una canzone parla per se stessa e soprattutto basta a se stessa.

Un lungo e livido sfogo dove troviamo comunque le tematiche classiche e presenti in altri brani dell’album, la voglia di affermare con forza la propria autenticità e distanza dal branco, l’insofferenza verso il sistema, politico e “musicale”, la consapevolezza dei propri limiti sbattuti in faccia a tutti con orgoglio e il rifiuto di ogni etichetta, in primis quelle che superficialmente gli vennero appiccicate addosso dopo i primi dischi.

Filosofia da osteria si diceva prima, riassunta qui nella frase finale e in quel “mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso” splendida dimostrazione di come in Via Fabbri a Bologna abitasse un Artista e prima di tutto un uomo Vero.

La title-track è la versione diurna di Canzone di notte n.2, un divertessment dove Guccini fa sfoggio della sua cultura, coltivata più per passione che per titoli e in una Bologna che si risveglia lui, probabilmente prima di andare a dormire, si racconta in modo questa volta più dolce che amaro, togliendosi lo sfizio, nell’ennesimo passo di lato rispetto alla “musica leggera”, di citare Roland Bartes, Descart, Borges e di lanciare una frecciata non molto amichevole a tre mostri sacri dell’epoca come De Andrè, Venditti e De Gregori.

Fa specie leggere alcuni passaggi di una sconcertante modernità, come il citare le Clark, simboli quasi ideologici al tempo ed oggi invece status symbol trasudanti benessere e la frase “il frate non certo la smette per fare lo speaker in TV” che sembra cucita addosso a Manuel Agnelli.

Le ultime due canzoni del disco invece affrontano con sguardo cupo e disilluso temi fondamentali come l’amore e il senso stesso della vita.

Canzone quasi d’amore già dal titolo prende le distanze dai brani romantici, ma affronta la tematica più cantata al mondo con un piglio differente, in una condivisione della quotidianità e dei suoi risvolti negativi che quasi spaventa chi all’amore volesse ancora crederci. C’è un mondo intero dietro alla frase “sai dove comincia la noia il tedio a morte del vivere in provincia”, una vita fatta di piccoli gesti, nemmeno eroici, di giornate vuote e grigie, dove la vicinanza non aiuta, anzi amplifica la peggiore delle solitudini, quella interiore. 

Guccini però non chiude le porte all’amore, sebbene dica di aver quasi chiuso i porti, perché nonostante la consapevolezza di quello che racconta, la sua anima si illude ancora, come un tacchino che si crede aquila e come una persona perennemente in cerca di risposte, che finge di aver capito, ma continua a pagarsi la casa e le illusioni.

Come a rispondere agli slanci contrastanti del brano precedente, Il Pensionato mette di fronte al cantautore la vecchiaia e il tramonto di una esistenza forse insipida ed anonima, ma che attira ed incuriosisce. Il contrasto tra lo stile di vita di Guccini, che finisce le giornate quando l’altro le inizia, fa sorgere nuovamente domande profonde e sostanziali: chi dei due ha sprecato tempo? Chi ha il lusso di sprecarlo? Chi è più solo? 

In un disco “casalingo” dove l’autore ci ha invitato ad entrare nella sua abitazione, la conclusione è dedicata alla stanza più personale, quella dove si tengono con cura i ricordi e gli oggetti più cari, le riflessioni più sincere e profonde.

A distanza di anni la porta è ancora aperta, basta farsi avanti e Guccini sarà un perfetto padrone di casa.

Giovane_guccini

Alberto Calandriello

Annunci

Rispondi