ATTUALITÀ

VIOLENZA SULLE DONNE, TRA REATO E MISOGINIA

Fin dove si può avere rispetto di un sistema legale che sembra esser uscito direttamente da un paradosso? Come si può pensare che una figura debole, non per sua natura ma per scelta altrui, continui ad esser oggetto di una discriminazione nascosta da cavilli legali? Leggere la cronaca degli ultimi tempi trasmette la sensazione di esser tornati indietro di decenni, con buona pace di chi sostiene che la parità dei sessi sia oggi una realtà.

Se avevate il dubbio che uomini e donne fossero finalmente arrivati ad una parità, mi spiace comunicarvi che siamo ancora ben lontani da questo traguardo. E se non ve ne siete accorti, forse avete avuto la fortuna di non avere assistito allo scempio che il nostro sistema legale ha fatto del ruolo della donna come vittima di reati. 

Ma andiamo con ordine. 

Ad aprire questo macabro balletto è stata la Corte di Appello di Bologna, che ha introdotto la ridicola attenuante di ‘tempesta emotiva’ in un caso di omicidio. Passionale finché vogliamo, ma sempre di omicidio parliamo. Condannato in primo grado a 30 anni di reclusione per aver strangolato la fidanzata Olga Matei, Michele Castaldo a sorpresa di visto ridurre la pena a 16 anni (inizialmente 24, poi scalati di altri 8 anni grazie al rito abbreviato) in quanto, per dirla in un modo che suoni il meno assurdo possibile, vittima di una tempesta emotiva che lo ha spinto all’insano gesto. 

Paradossale, per non dire di peggio. Una donna è stata uccisa, ennesima vittima di una mentalità ancora fortemente maschilista e poco propensa al ruolo della donna nella società, e la giustizia anche sazionare con il massimo della pena un omicidio, trova un’attenuante emotiva che non condona il reato, ma comunque ne riduce la gravità. 

Verrebbe da ridere, se non ci fosse una lapide che ricorda una vittima. Eppure la giustizia italiana in questi ultimi mesi sembra aver deciso di irridere le vittime. 

Ancona, Marzo 2019. Un collegio giudicante composto da donne riesce ad assolvere tre giovani accusati in primo grado di stupro perché la vittima, una ventiduenne, è “troppo mascolina, poco avvenente”. Quindi, in questa motivazione che raggiunge l’apoteosi dell’assurdo, viene ipotizzato che non possa istigare pulsioni sessuali negli accusati, più facile pensare che si sia inventata tutto. 

Ma il collegio giudicante si spinge oltre nelle proprie motivazioni, arrivando a ipotizzare che in realtà la vittima sia stata l’ideatrice di una sorta di sfida sessuale.

“Non è possibile escludere che sia stata proprio Nina a organizzare la nottata ‘goliardica’, trovando una scusa con la madre, bevendo al pari degli altri per poi iniziare a provocare il ragazzo (al quale la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino come “Nina Vikingo“, alludendo ad una personalità tutt’altro che femminile, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare), inducendolo ad avere rapporti sessuali per una sorta di sfida

Come se non bastasse quello che viene detto, è chi lo dice a rendere il tutto ancora più fastidioso. Tre donne che arrivano al punto di banalizzare referti medici e denuncia di una vittima, adducendo come elemento a discolpa degli aggressori una mancanza di bellezza che avrebbe causato repulsione anziché attrazione negli imputati. 

Con buona pace di decenni di studi sulla dinamica psicologica dello stupro, in cui si precisa come non sia tanto la bellezza della vittima quanto un’esigenza di dominio a spingere l’aggressore sessuale. 

Si potrebbe andare ancora avanti a discutere su queste due sentenze, aggiungere altri casi in cui la giustizia sembra muoversi in una direzione opposta al raziocinio, ma quello che sembra già evidente è come ci sia una sorta di retromarcia nella tutela della figura della vittima femminile in caso di reati violenti. 

L’odioso ‘se l’è cercata’ sembra esser tornato nuovamente in auge, ma anziché inserito in un contesto di chiacchera da bar viene elevato a verbo di legge. Tradisci? Se ti uccidono, in fondo è anche un po’ colpa tua. Bevi con dei ragazzi e ti violentano? Forse sei tu che li hai istigati! E anziché espletare il suo ruolo di difensore delle vittime e di strumento di punizione, la legge sembra esser debole, preferendo cercare scusanti anziché punizioni.

Però, tranquilli, la parità dei sessi continuerà ad esser presentato come uno dei traguardi della società moderna. Il fatto che ad un colloquio ad una donna venga chiesto nelle prime domande se vuole avere figli non è discriminante. L’assenza di parità di retribuzione tra uomini e donne non è discriminante. E di certo non è discriminante come la legge pare dimenticare che una denuncia di stupro spesso non sia il momento peggiore per la vittima, dimenticandosi quale sia il percorso successivo, tra ferite psicologiche e riconsiderazione del sé.

Sono sentenze come questo a fomentare la paura della denuncia, il rischio di non esser prese seriamente e di vedersi additate come le adescatrici di un gioco spinto andato troppo oltre. 

I due casi giuridici presentati sono l’esempio di una giustizia impazzita, affidata a personalità che hanno forse dimenticato il loro ruolo, ma divenute specchio inquietantemente preciso di una mentalità quotidiana che sembra esser più attratta da forme mentali spaventosamente retrograde che non dalla necessaria voglia di aprirsi ad un futuro più equo.

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