CULTURA

INTERVISTA A LORENZO TOMACELLI, GIOVANE ARTISTA PUGLIESE

Passando per via Pavoncelli, a Cerignola, da un antico palazzo si squadernano suoni di risate e musica.  È lo studio di Lorenzo Tomacelli, artista ventisettenne pugliese, che ha ideato appositamente uno spazio d’incontro per pittori, scultori, fotografi, designers, street e  artists video o anche semplici fruitori d’Arte, con l’intento di preservare ed alimentare, semplicemente, la Bellezza.

L’universo di Lorenzo Tomacelli è un crogiolo costellato così vasto da poterci trovare dentro, ad esempio, le impronta d’inchiostro delle serigrafie riprodotte dal nonno nella sua stamperia d’arte, i colori accesi del Portogallo (Paese nel quale, nei suoi continui viaggi, fa più spesso ritorno) ed una indescrivibile saudade verso la propria terra che è diventata, poi, il leitmotiv costante nelle sue pitture ad olio e pastelli.

E proprio perché, col suo personale realismo magico, racconta la Puglia dei contadini, delle fiabe popolari, del vino forte ed i pranzi della domenica dalle nonne, Lorenzo Tomacelli è oramai diventato un nome imprescindibile per l’attuale promozione artistica del territorio, sia attraverso Festival (“Chiù fa notte e chiù fa forte”, “Calici nel Borgo Antico di Cerignola”) che collaborazioni con numerose aziende alimentari per la realizzazione delle loro etichette. (dalle “Birre del Gargano” ai vini come  ”Volere Volare” o  le viestine “Cantine Merinum”)

La nuova mostra di Lorenzo Tomacelli è prevista dal 20 aprile al 9 maggio presso Dedalo Sensi Sommersi a Matera e porta il titolo di “Sempre nuova è l’alba”.

Lorenzo partiamo subito in medias res: dal 20 aprile al 9 maggio presso Dedalo Sensi Sommersi a Matera  sarà presente una tua mostra sul poeta e politico antifascista lucano Rocco Scotellaro. Com’è nata l’idea di quest’omaggio?

l’idea nasce da un’intuizione avuta guardando il grande dipinto di Carlo Levi conservato presso palazzo Lanfranchi a Matera, “Lucania 1961”. All’epoca non conoscevo ancora l’opera di Scotellaro, ed è sorto in me l’interesse per quella figura di profeta contadino raffigurata mentre parla ad una folla curiosa. E’ stato illuminante, cristologico e così laico al tempo stesso. L’ho trovato molto moderno.

 In generale la tua Arte, nelle sue mezzelune nel sole di maggio, siepi di fichi d’India e divelti ulivi sembra pennellare dei versi di Vittorio Bodini, è un richiamo costante alla propria identità meridionale.  Come spiegheresti questo legame viscerale col Sud? 

 È un legame naturale che unisce alla terra d’origine, credo che ognuno lo abbia, a volte sopito, ma spesso ritorna. Non parlo necessariamente di un luogo fisico, a volte siamo attaccati anche ai ricordi, come una specie di luogo dell’anima.

Assieme ai paesaggi di verde e calce, le tue opere sono popolate da sposi danzanti, vecchiette che fumano la pipa, giocolieri e contadini alla vendemmia, una dimensione onirica e a suo modo nostalgica che ridisegna i confini del reale. Cos’è per te l’Arte oggi?

Definire l’Arte è complesso, perché è qualcosa che non ha bisogno di limiti, come spesso lo sono le definizioni. Per me l’Arte rappresenta l’elaborazione più fine del pensiero umano.

Oltre alle tue esposizioni, mostre e lavori su legno, sei anche un illustratore di loghi, marchi e copertine di libri (ad esempio “Attentato al piccolo principe” di Adelmo Monachese, “La terra dei giganti”di Francesco Gasbarro, “La forma delle nuvole”,di Giuseppe Pedone). Come riesci a conciliare le tue ispirazioni con i desideri dei committenti?

Dipende dal committente, a volte è davvero estenuante! Tuttavia sono molto attratto dal tipo di rapporto che si crea con chi richiede un disegno, è affascinante vedere come l’idea di partenza cambi fino ad arrivare al risultato finale. 

Hai iniziato a dipingere da autodidatta, folgorato dall’espressività del movimento teatrale nella “Lisistrata” di Aristofane, il primo spettacolo che avevi allestito al liceo, e hai da poco concluso il tuo brillante percorso universitario a Bari, come Storico dell’Arte. Dunque che rapporto c’è per te fra la teoria e la pratica?

Il rapporto è costante. La teoria della storia dell’arte ha bisogno di essere affiancata sempre più da una base scientifico-tecnica, mentre la pratica ha bisogno di costante ispirazione ed esercizio. Non è facile conciliare, ma credo di non essere l’unico a vivere questo dualismo, forse dovremmo riscoprirci poliedrici, capaci di conciliare più cose.

Facciamo un gioco: visto che ogni colore è espressione di un linguaggio emozionale dell’inconscio, se dovessi descrivere a livello sinestetico alcuni colori che aggettivi useresti?

 Di getto ti descriverei il modo in cui intendo i miei stessi colori, in particolare le sfumature del rosa e dell’azzurro. Trovo che siano associabili alla vitalità, alla gioia, oltre che ovviamente alla rinascita intesa come “alba di un nuovo giorno”.

La classica domanda: se potessi incontrare un artista su di una fumante tazza di caffè chi vorresti che fosse? E perché?

Il me adolescente ti avrebbe risposto Vincent Van Gogh o Francis Bacon, la loro arte è così attuale e le quotazioni dei loro dipinti sono abbastanza eloquenti! Oggi ti risponderei diversamente, probabilmente vorrei conoscere i maestri medievali che lavorarono alla costruzione delle cattedrali pugliesi, o i monaci eremiti che dipinsero le chiese rupestri lucane. Non so, è molto allettante la prospettiva di farli uscire dall’anonimato assoluto, dopotutto erano grandi artisti anche loro.

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