ATTUALITÀ

LE NUOVE FRONTIERE DEL DIRITTO PENALE: IL REVENGE PORN

Con 461 voti a favore e nessuno contrario, il 2 aprile 2019 la Camera dei Deputati ha approvato un emendamento al disegno di legge “Codice rosso” volto ad introdurre il nuovo reato noto con il nome di revenge porn (o revenge pornography).

L’emendamento si inserisce nell’ambito del d.d.l. recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere” e la relativa previsione codicistica confluirebbe nell’art. 612 ter del codice penale.

La fattispecie individua una pratica che pur esistendo da anni e pur essendo sempre più largamente diffusa per via del comune dominio delle tecnologie digitali, non era mai stata normata fino ad ora, sicché l’emendamento si propone proprio l’ambizione di colmare il relativo vuoto normativo.

E sull’emendamento che disciplina il revenge porn presentato in Commissione Giustizia dalla relatrice Stefania Ascani, maggioranza e opposizioni hanno inteso concordare, rinunciando ad eventuali sub emendamenti, anche al fine di apprestare una concreta tutela a casi tristemente noti alle cronache per i risvolti devastanti ed irreparabili che hanno determinato per le vittime della pratica e per le loro famiglie.

Si pensi ad esempio al caso Cantone, probabilmente il più tristemente noto in Italia, nel quale una donna poco più che trentenne nel 2016 si tolse la vita in conseguenza della diffusione non autorizzata di video sessuali privati che furono condivisi sul net e poi su social quali WhatsApp e Facebook fino a diventare virali.

Volendo dare una definizione del reato di revenge porn si può dire che esso identifica la condotta attraverso la quale si pubblica o si minaccia di pubblicare, prevalentemente, ma non necessariamente, con scopo estorsivo, immagini fotografiche o video che ritraggono persone impegnate in attività sessuali o ritratte in pose sessualmente esplicite, senza che ne sia stato dato il consenso dal diretto interessato, ovvero la persona o una delle persone coinvolte.

“Chiunque invii, pubblichi o diffonda immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, senza il consenso delle persone rappresentate, è punibile con la reclusione da 1 a 6 anni e multe che vanno da 5mila a 15mila euro”. Questo il contenuto dell’emendamento ad oggi approvato (si attende invece l’approvazione dell’intero ddl nel quale è inserito) con la previsione di un aumento di pena per i casi di perpetrazione del reato attraverso i social network, nonché per i casi in cui il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da una persona che è o è stata legata sentimentalmente alla persona offesa; la pena è altresì aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi a danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o a danno di una donna in stato di gravidanza.

L’inasprimento di pena per fatti commessi dal partner si giustifica sulla base del fatto che, secondo quanto è dato riscontrare dai dati di cronaca, il “ricatto sessuale” sotteso al revenge porn è più frequentemente perpetrato da soggetti che con le loro vittime hanno o hanno avuto un legame sentimentale, quasi una sorta di ritorsione.

Il fenomeno è senza dubbio di particolare importanza, anche in ragione della stretta connessione con il più ampio e pur differente tema del “diritto all’oblio”, locuzione di conio giurisprudenziale che individua – secondo quanto statuito dalla stessa Corte di Cassazione – “il giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia in passato legittimamente divulgata”; un giusto diritto quello all’oblio che, però, non può essere sempre riconosciuto.

È evidente che il diritto ad essere dimenticati online sia, per forza di cose, oggetto di particolare interesse, per tutta una serie di problematiche connesse alle tempistiche con cui le notizie o le immagini ed i video (per rimanere al tema del revenge porn) trovano la loro divulgazione e riescano e diventare virali, nonché per via della larghezza delle maglie della rete nella quale le informazioni finiscono, o ancora per la difficoltà propria dei motori di ricerca e delle reti sociali di cancellare informazioni senza pregiudicare la gestione dei dati personali.

Il dibattito è decisamente vivace, specie per l’attenzione del legislatore sovranazionale alla tematica che può naturalmente assumere facilmente, nel caso di commissione di reati per mezzo del web, connotazioni di transnazionalità per via dell’immaterialità dei confini della rete.

Inutile dire che i più esposti, anche e soprattutto per l’incapacità di comprendere a pieno le conseguenze drammatiche del fenomeno, sono – secondo quanto asserito dai più accreditati sondaggi – i cosiddetti “nativi digitali”, ossia coloro che nella rete ci sono nati e ci vivono e che sono, per di più, anche i più avvezzi allo scambio di immagini intime, quanto meno con il partner del momento.

Il problema è di natura epocale e culturale, afferisce a quella che potremmo definire una sorta di mercificazione del corpo, visto sempre più (soprattutto tra le fasce più giovani) come oggetto di scambio del quale servirsi per ottenere qualcosa; a tale atteggiamento nichilista sfugge però il più delle volte la lesività di alcune condotte che, di fatto presentano ripercussioni devastanti.

Non c’è dubbio, la questione va disciplinata con attenzione, attraverso l’intervento normativo al quale si è dato già il via, ma soprattutto ed ancor più attraverso la predisposizione di un sistema di controllo che consenta di prevenire il fenomeno o, quanto meno, di intervenire tempestivamente al fine di arginarne le conseguenze dannose.

Copyright photo: https://www.w24.co.za/PopCulture/Entertainment/Technology/protect-yourself-how-to-avoid-being-a-victim-of-revenge-porn-20181029-2/

 

Annunci

Rispondi