CULTURA

VEDI NAPOLI E SEI A CASA

Le ore di treno solitamente sembrano allungarsi, ma stavolta volano via; l’orario è perfetto, una puntualità quasi commovente, che ci fa arrivare a Roma in anticipo di un paio di minuti ed avere quindi il tempo necessario ad aspettare la coincidenza sgranchendoci le gambe e rilassandoci un po’.

Il Freccia Rossa che ci porta a Napoli sembra la carrozza di Cenerentola, dentro mi sento in arrivo ad un ballo che aspettavo da troppo tempo.

Mi presento, mi chiamo Alberto Calandriello e si, come la maggior parte delle persone dal cognome terminante col suffisso -iello, ho sangue campano, un buon 50%; nonostante questo, ho aspettato 46 anni, 4 mesi e 27 giorni per mettere piede in Campania, fino al momento in cui il Freccia Rossa ha aperto le porte sul binario 11.

Napoli vista con gli occhi di chi la vede per la prima volta ma ci si sente legato da anni è un continuo susseguirsi di estremi e contraddizioni. Napoli mi appare fondamentalmente composta da estremi e contraddizioni.

Miseria e Nobiltà, parafrasando uno dei suoi figli più cari.

Ma per me, che ho aspettato così tanto prima di arrivare, Napoli, in pochi minuti, diventa Casa. Per me, che a Napoli e alla Campania lego ormai in maniera indissolubile il ricordo di mio padre, essere a Napoli vuol dire essere di nuovo con lui.

Non facciamo in tempo a salire in metropolitana che già il rumore di sottofondo della città, traffico, clacson, motorini, vociare, mi si attacca addosso come un vestito; arriviamo a destinazione, conosciamo la nostra squisita padrona di casa e mi innamoro della scalinata che si vede sotto la nostra finestra; rampe da 8\10 gradini, un corrimano centrale, il vicolo che attende, con i suoi odori, gli stendini con la biancheria ad asciugare, il marciapiede.

Una città di saliscendi, non solo in senso figurato; salite, discese, rampe; il mio primo amore napoletano fu Edoardo Bennato, che per Napoli pensò addirittura ad un sistema di scale mobili che interessasse tutta la città; la chiama la città obliqua e le dedicò perfino una canzone.

Non è piana, non è verticale è una linea che sale in collina, è una strada che parte dal mare, il percorso della città obliqua 

Non è questo il luogo per un diario della nostra vacanza, ma mi sta a cuore condividere alcune riflessioni.

Napoli vive di estremi, basta vedere il centro storico, dove abbiamo gravitato concentrando le nostre giornate: Storia e Arte, motorini in mezzo alle persone, cornetti da regalare prima di chiedere “una moneta qualunque” e “Pulecenella” in ogni angolo.

Napoli adagiata su sé stessa e compiacente verso quello che ospita, la meraviglia del Cristo Velato, tra vicoli umidi e colorati, dove i muri chiedono “più dildo e meno manganelli”, Via dei Tribunali traboccante di gente, mercatino e museo allo stesso tempo, San Gennaro che aspetta chi arriva fino in fondo, dipinto sul muro con colori e sguardo di un guerriero buono. Via dei Librai parallela ed identica, ti fai tentare da un negozio di leccornie e all’improvviso devi schivare una moto, te ne allontani per immergerti nel silenzio monastico e spirituale di Santa Chiara e poi vedi nitidamente quella ferita che attraversa il cuore del centro, chiamata Spaccanapoli.

Napoli è tradizione, la pizza fritta, mai meno che “completa”, dalla Figlia del Presidente, attorniati da processioni quasi improvvisate, che si fermano davanti al locale, mentre dal banco l’uomo che ha su ogni ruga un pezzo di storia, saluta chi con rispetto lo chiama Don; scugnizzi e padri di famiglia, che reggono stendardi dedicati a qualche Santo (Napoli ne ha 52 di Santi Protettori, perché qui certe cose si fanno per bene) o foto di parenti scomparsi, che vengono ricordati con l’accompagnamento di una banda musicale, che passa incurante nella via piena di persone, chiedendo offerte e preghiere.

Napoli è Via Toledo, strada per shopping ed affari, che porta a Piazza Plebiscito, che porta alla Galleria Umberto I°, che porta al Teatro San Carlo; che emozione quando si entra nella platea e ti si mozza il fiato, oro e rosso, sangue e ricchezza, passione e lusso, il palco reale, gli specchi, la storia dell’arte e della musica da quasi 400 anni. 

«Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita. […] Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea.» (Stendhal)

La Piazza enorme e circolare, che sembra abbracciarti, che sembra accoglierti, come il ragazzo che riconosce le mie origini dalla mia barba (cumpà ti vedo che sei terrone pure tu come me) e vuole a tutti i costi insegnarmi il rito contro il malocchio, fatto di cornetti rossi e sale grosso gettato sulle mie figlie.

Il lungomare che nella domenica di Pasqua si veste bene come chi lo percorre, sguardi fieri e sereni, per oggi dimentichiamo la miseria e godiamoci la nostra nobiltà.

Napoli Sotterranea, l’emblema dell’ingegno campano, quel riadattare ed adattarsi, da acquedotto a rifugio per  difendersi dai bombardamenti, capacità di sopravvivenza, sempre e comunque. Genio e cazzimma.

La pizza ed il ragù, o’rraù, 24 ore di preparazione, per un risultato indescrivibile, la mente che mi riporta indietro ai sapori di casa di mia nonna, che imparò a cucinare proprio in questi posti e che teneva questa ricetta per le giornate di festa; la bufalella che sembra diversa da ogni margherita che tu possa aver mai mangiato; addirittura, permettete questa soddisfazione personale, sentire il mio cognome pronunciato dalla cameriera che accetta la mia prenotazione non solo correttamente, ma con una cadenza ed una familiarità che mi emozionano: “ci vediamo dopo signor Calandriello”, con la O finale che resta sospesa, musicalmente fluttuante dopo le due L.

O’cuopp’ quel cono di carta che trabocca di bontà, dove ci trovi ingredienti poveri ma gustosi, come i napoletani stessi, perennemente in difficoltà ma sempre pronti a fare festa, ci trovi perfino la polenta, chiaramente fritta, ma con l’aggiunta di peperoncino per dare quel tocco di calore in più.

Il momento in cui ho avuto più chiaro la contraddizione che Napoli simboleggia e vive è stato attraversare Via S.Gregorio Armeno; un vicolo lungo meno di 100 metri, dove trovi Napoli, nella sua essenza migliore e più chiara, l’arte presepale, la maestria al servizio delle statuine per o’presepe, fianco a fianco con le statuine ormai classiche di “attualità”, fianco a fianco con un CR7 in scala 1:1 che regge in mano una confezione di Ajax, fianco a fianco con una bancarella dove la carta igienica porta stampata la simbologia che si vuole irridere, dalla stessa Juve ai politici più o meno secessionisti (anche se con una certa par condicio relativamente all’arco parlamentare).

Tutta Napoli è racchiusa in questi pochi metri, che devi percorrere lentamente, per gustarteli a pieno e per la folla che li condivide con te; perché Napoli va vissuta così lentamente, a piccoli bocconi, lasciando che da sola ti riempa occhi e soprattutto cuore. Lentamente come i passi del signore anziano che blocca un camioncino con la sua auto e si avvia a toglierla senza la minima fretta, “è tua la macchina Peppì?” “Eh”. Napoli sacro e profano, monumenti e Donna Sofia, Teatri e D10S.

La solennità del Vomero, quartiere che troviamo ancora addormentato e quasi presuntuoso che guarda tutti dall’alto in basso, ci regala l’immagine conclusiva di questa vacanza; sotto lo sguardo maestoso e si spera benevolo del Vesuvio, dal Castello di S.Elmo si ammira la bellezza del golfo e il labirinto del centro, si nota ad occhio nudo Spaccanapoli, si intuiscono in un qualche rione dei fuochi d’artificio sparati per motivi che non ci riguardano e che forse nemmeno sono così importanti, se non per avere il pretesto di fare un po’ di ammunina.

Mentre il treno inizia a muoversi, a Napoli piove e io sto male come raramente mi è capitato lasciando un posto di vacanza; sto male perché in nemmeno 4 giorni ho sentito una parte di me riconoscere il richiamo di antichi legami, riconoscerli al punto da farmi camminare per il centro orientandomi come se ci vivessi da anni, proprio io che per la mancanza totale di senso dell’orientamento, venni soprannominato Bussola già al tempo  del liceo.

Sto male perché mi rendo conto che una parte di me rimarrà in quei vicoli per sempre, ma allo stesso tempo la felicità di aver portato la mia famiglia a respirare quell’aria e quell’atmosfera è grande, grandissima, perché senza dircelo, sappiamo tutti e 4 che torneremo.

Napoli non accetta compromessi, o la ami o la odi, o vorresti tornarci oggi stesso o non vedi l’ora di scappare da lei.

Miseria e nobiltà, dolce come lo zucchero.

Te voglio bene e t’odio: nun te pòzzo scurdá.

Alberto Calandriello

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