ATTUALITÀ

COME CAMBIA LA LINGUA FRA DIVERSE GENERAZIONI DI IMMIGRATI

I migranti che approdano in un nuovo Paese, vivono fulmineamente uno stordimento che non è solamente un disorientamento geografico -e, perciò, corporeo- ma linguistico.

Immediatamente privati dalla possibilità di parlare la propria Lingua madre (L1), devono imparare quotidianamente a confrontarsi con una seconda Lingua (L2), per lo più totalmente agli antipodi rispetto alla prima.

La Lingua assume, di conseguenza, un ruolo imprescindibile sia nel processo d’integrazione sociale (per elidere le distanze “loro/noi”) che di mantenimento di una propria identità etnico-culturale.

Dietro la conoscenza di una varietà linguistica, quindi, si nascondono dinamiche così complesse che basterebbe leggere ad esempio Elias Canetti per arrivare immediatamente a capire come, chi vive o ha vissuto in un ambiente multilingue, si sentirà costantemente in bilico fra due mondi, quello sonoro della società di arrivo e quello del codice familiare e degli affetti.

Il grado d’integrazione in una società di accoglienza, passa per gli immigrati inderogabilmente dalla padronanza o meno della Lingua maggioritaria ed è la Linguistica la meravigliosa disciplina alla quale dobbiamo fare appello per comprendere meglio questa relazione cangiante fra le parole e gli esuli.

Ma come avvengono i mutamenti linguistici fra comunità di migranti?

Secondo il modello di Gonzo e Saltarelli (1983), questo cambio avviene in tre generazioni: la prima generazione apprende la seconda lingua (L2) in età adulta mentre la lingua madre (L1) rimane la varietà dominante; la seconda generazione è bilingue, ma la seconda lingua (L2) diventa dominante parallelamente a un processo di erosione della lingua-madre L1 (L1); nella terza generazione invece si assiste a una progressiva diminuzione dell’uso della lingua-madre (L1) se non alla totale assenza della stessa per progressiva erosione.

Le dinamiche sociolinguistiche e di conseguenza psicologiche che si creano fra questi tre gruppi sono interessantissime.

Ad esempio, la prima generazione di migranti (che parla solamente la L1) vive di solito la mancata condivisione di una Lingua comune su terra straniera come simbolo della perdita del proprio ruolo di agenti primari nella socializzazione e acculturazione dei figli.

Molti genitori di prima generazione, non parlando la Lingua dominante di quella determinata area geografica, riconosceranno ai propri figli il ruolo di padroni della lingua, saranno quest’ultimi infatti a garantirli la sopravvivenza nel nuovo Paese, facendone le veci ad esempio nelle discussioni con il medico, nella firma dei documenti burocratici, persino nella comunicazione più spicciola in un supermercato.

italianiininghilterra

Questi figli sono poi, ovviamente, la seconda generazione d’immigrati.

Questa seconda generazione è stata denominata del sacrificio, cioè quella che pagherà maggiormente lo scotto identitario dell’immigrazione tanto da non riuscire quasi mai ad ottenere i benefici della terza o quarta generazione.

In questi soggetti plurilinguisti, cioè, il passaggio dall’invisibilità comunicativa dei membri della prima generazione alla loro doppia etnicità, significa operare uno sforzo costante per far interagire due mondi, quello appunto dei padri e della nuova realtà fisica, che saranno di certo completamente diversi dal punto di vista non solo linguistico ma eminentemente culturale.

Nelle generazioni più giovani di terza o quarta generazione d’immigrati, invece, si è oramai operata una mancata trasmissione della Lingua etnica dei nonni, i quali, di solito, non sono stati in grado di trasmettere o far custodire la propria Lingua d’origine.

Venendo a mancare nella terza generazione, perciò, uno degli elementi generalmente consideranti imprescindibili nell’identificazione etnica (la Lingua, ovviamente), questi membri più giovani della comunità di immigrati, proveranno a tracciare -e non senza una profonda incertezza- dei ponti invisibili con la prima generazione attraverso referenti simbolici diversi, senza però quasi mai riuscire a spezzare queste distanze per penetrare veramente, così, la propria storia familiare.

Per capire meglio questo delicato processo, prendiamo a riferimento la comunità italiana presente a Bradford, Inghilterra.

grafico2

Con l’appropriazione, da parte dei più giovani dell’inglese (L2), la generazione più anziana non riconosce come uguale a sé i propri nipoti, poiché la trasmissione della propria identità etnica, attraverso la trasmissione dell’italiano/dialetto, semplicemente s’interrompe.

I nipoti degli immigrati italiani a Bradford non possono quindi che essere inglesi, e quell’identità italiana dei nonni è ormai sgretolata e persa.

Fra i nonni che a Bradford non hanno imparato l’inglese e non sono stati in grado di trasmettere la propria d’origine e i nipoti che non hanno imparato l’italiano, l’incomunicabilità è totale, salvo che non sia presente una mediazione linguistica operata dalla seconda generazione, ovvero i figli del primi ed i padri dei secondi.

Si è anche riscontrato che membri della terza generazione quando entreranno, magari durante un viaggetto estivo, veramente in contatto con l’italiano, decideranno in seguito di abbandonare qualsiasi allenamento per imparare la Lingua dei nonni, spaventati da una delle caratteristiche principali dell’Italiano, la varietà (dall’italiano standard al regionale ai dialetti locali).

Un altro fenomeno fondamentale per comprendere come le evoluzioni delle Lingue siano oramai ancora più profondamente condizionate dai flussi migratori è quello che che John Mcworther ha denominato multietnoletti.

english-lessons

I multietnoletti sono delle Lingue nate grazie all’uso costante della Lingua-standard della cultura dominante da parte degli immigrati, che si sviluppano e si diffondono indipendentemente dai modelli grammaticali standard e che sono utilizzate in situazioni informali (un esempio è quando nel parlato del Black English, l’inglese parlato dagli afroamericani in USA, forme verbali irregolari della lingua-standard come il “does”, vengono omesse in nome della semplificazione e dell’immediatezza del parlato)

Esempi di Lingue “multi-etnoletti” sono anche il Kiezdeutsch, lingua nata dalla semplificazione del tedesco-standard da parte di immigrati arabo-turchi in Germania o lo Swahili sviluppato dai figli degli immigrati in Congo all’inizio del Novecento e che oggi è parlato da milioni di persone.

L’importanza dei multi-etnoletti è chiara, essi si affermeranno sempre di più in Europa, divenendo fonte fertile di innovazione linguistica e probabilmente creando crescenti nazionalistici malcontenti circa il deterioramento della Lingua ufficiale, come l’italiano-standard.

È forse per questo, cioè per ovviare al diffondersi eccessivo del Kiezdeutsch, oltre che come “promozione dell’integrazione” («Förderung der Integration»), che nel 2005 in Germania è entrata in vigore una nuova legge sull’immigrazione chiamata in breve Zuwanderungsgesetz.

La nazione offre ai migranti di lungo termine (cioè coloro che intendono soggiornare in Germania per almeno un anno) corsi di Integrationskurs, studi della Lingua-Standard, insegnamenti che stanno diventando via via obbligatori soprattutto per chi del tedesco ha una conoscenza nulla o eccessivamente carente.

Se insomma, come diceva don Milani, “è la Lingua che fa uguali”, per superare gli ostacoli delle divisioni attuali e approdare a una convivenza paritaria, dovremmo ripartire proprio dalla Linguistica e porre un’attenzione minuziosa all’evoluzione delle Lingue.

La speranza è la nostra futura maggiore partecipazione nel farle coesistere, armonizzandole tutte come gli strumenti a fiato in un’ orchestra.

Annunci

Rispondi