CULTURA

RAY CHARLES, IL RE DEL SOUL

Il 10 giugno del 2004 ci lasciava, per complicanze di una malattia al fegato, a 73 anni, Ray Charles.

Ray, questa “piccola anima affamata” come amava definirsi negli ultimi anni, è tuttora considerato uno dei più importanti musicisti del XXI secolo, uno strabiliante innovatore in grado di condurci direttamente al cuore del Soul mescolando con originalità sorprendente i movimenti del blues con le atmosfere del gospel, il romanticismo delle ballads e la nostalgia del country.

L’autobiografia di Ray Charles ( Brother Ray, edita in Italia dalla Minimum Fax) parte proprio con la sua nascita, il 23 settembre del 1930, in una sgarrupata fattoria ad Albany, Georgia.

Ray dedica a Bailey Robinson, il padre, una sola riga scritta. Lo descrive come un uomo davvero alto e davvero poco presente, che lo lascia ben presto alle esclusive alle cure di Aretha, sua amante e madre di Ray, e di Mary Jane, la prima moglie.

Le due donne, nonostante le innumerevoli difficoltà economiche della Grande Depressione, crescono Ray come uno spirito compassionevole e libero.

Aretha, minuta e semianalfabeta, che per prendersi cura del figlio lavora instancabilmente in una piantagione di tabacco e cotone, gli insegna l’importanza della disciplina e della gentilezza, Mary Jane, la madre-putativa operaia in una segheria, che invece vizia la sua “piccola scimmietta” con manicaretti e vestitini cuciti personalmente.

La prima infanzia di Ray scorre perciò placida, fra il fervore religioso delle messe domenicali ed il Red Wing Cafè, la drogheria diventata il centro di ritrovo degli afroamericani di Greensville e dove il bislacco proprietario, Mr. Wylie Pitman, avvicina l’intera comunità alla scoperta del jazz e boogie woogie.

Ray ha soli tre anni ed è già folgorato dalla Musica.

Mr. Pitman, sorpreso dalla smania del bambino di armeggiare col juxebox, decide subitamente di insegnargli a suonare il pianoforte.

A cinque anni, però, la vita di Ray improvvisamente stona.

George, il fratello più piccolo di un anno, cade in una vasca della lavanderia dove lavora di notte Aretha per arrotondare con qualche spicciolo la misera giornata, e muore.

Gli occhi di Ray, già indeboliti dalle lacrime della perdita, iniziano nei mesi successivi a riempirsi di così tanto muco da essere stato forse tra le cause di quel glaucoma che, a soli sette anni, lo renderà cieco per sempre.

Aretha, con un coraggio da leonessa e la lungimiranza di chi vuol rendere i figli indipendenti dalle proprie sfortune, nel 1937 lo iscrive alla Florida School for the Deaf and the Blind di St. Augustine, una delle poche scuole aperte in quegli anni a studenti di colore.

Nella sua autobiografia Ray dichiara che la cecità all’inizio aveva forse appesantito la sua già connaturata timidezza con gli estranei ma che comunque non era mai stata in grado di spezzare il suo spirito, irrobustito anche grazie alle parole di Aretha, che ricorda costantemente al figlio di essere sì “cieco ma non di certo stupido!”.

A salvarlo dal baratro della disabilità sarà soprattutto, ovviamente, il suo desiderio di onorare il suo innato talento diventando, a qualunque costo, un musicista.

La mattina Ray impara, grazie a Mrs. Lawrance, a suonare Bach e Mozart con la Musica Braille (un processo complicatissimo che richiede l’apprendimento dei movimenti della mano sinistra leggendo il braille con la mano destra e imparando i movimenti della mano destra leggendo il braille con la mano sinistra, e quindi combinando poi le due parti), la notte invece tira fuori da sotto al cuscino una radio per ascoltare la musica che è proibita di giorno, il sound di Hank Williams, Hank Snow, Eddie Arnold e Grandpa Jones.

Grazie alle sue abilità matematiche, Ray inizia via via anche a modellare i rapporti fra le note e a comporre precocemente da solo i suoi primi pezzi jazz.

A scuola è felice, frequenta le prime ragazze, un rapporto libero e gioioso con l’altro sesso che non solamente, più in là, lo porterà ad avere ben dodici figli con dieci donne diverse ma che considererà, candidamente, come la più indomabile delle dipendenze.

Nel 1945, il destino infame irrompe nuovamente nella storia di questo grande musicista. Aretha muore. Nella sua autobiografia Ray ne parla come del più grande dolore della sua vita, di quei traumi che, a soli quindici anni, ti rendono rotti ed anche un po’ pazzi.

Espulso da scuola per cattiva condotta e desideroso di intraprendere finalmente la sua carriera, Ray si trasferisce a Jacksonville suonando per un anno il piano al Ritz Hotel a 4 dollari a notte.

Gli anni successivi sono un susseguirsi di stenti, rifugi all’addiaccio, fame nera, trasferimenti in città poco accoglienti coi musicisti di colore (Orlando, Tampa, Chicago, Seattle), nuove amicizie (Robert Blackwell, B.B. King e soprattutto Quincy Jones, Q. che resterà il suo migliore amico fino alla fine) e disperazione totale.

È solamente nel 1949 che il nostro s’impone su scala nazionale, quando con la sua band “McSon Trio” registra il brano “Confession Blues”.

Da lì, sotto contratto con l’Atlantic, inizia a firmare i suoi primi successi (“I’ve got a woman”, “This little girl of mine”, “A fool for you”), mentre intanto arrangia anche brani per altri, da Cole Porter a Dizzy Gillespie.

Ed è proprio mentre Ray sta scalando le vette del successo che la sua dipendenza dalle droghe, incominciata subito dopo la morte della madre, si acutizza.

Prima la marjiuana, che crede possa aiutarlo per attingere ad una maggiore creatività, poi il brown sugar, che per più di quattordici anni lo terrà stritolato nei suoi paradisi, nonostante il susseguirsi di numerosi arresti per possesso illegale di sostanze stupefacenti (sull’argomento comporrà poi canzoni come “I do not need no doctor”, “Let’s Go Get Stoned” e soprattutto l’album “Crying Time”)

Con “Georgia on My Mind”, suo primo singolo di successo per ABC-Paramount nel 1960, Charles riceve il giusto tributo al suo talento con quattro Grammy Awards, bissando persino il successo della sua più grande fonte d’ispirazione, Nat King Cole.

Quando la sua fama è all’apice, duetta con i più grandi nomi della musica (George Jones, Chet Atkins, Gilley, Dee Dee Bridgewater, l’amico Willie Nelson e persino Toto Cotugno a SanRemo nel 1990 ed altri ancora), spesso lasciando che il suo timbro baritonale sia addolcito da voci femminili, come il gruppo delle Raelettes,ad esempio.

Il suo genio creativo sul palco assume le forme di un carisma unico, tutto movenze sincopate e giacche luccicanti, diventando un’icona musicale e di stile permanente.

Ray è generoso –tanto guadagna, tanto spende- ironico, seduttore e, a volte, come ogni perfezionista, un po’ iracondo.

Un sorriso che perfora così lo schermo tanto da essere utilizzato anche nella pubblicità, con lo spot della Pepsi, e nel Cinema ora nei panni di un autista in “Spia e lascia spiare”, ora come proprietario di un negozio di strumenti musicali nei “The Blues Brothers”.

L’ultimo cameo è alla corte di Clint Eastwood per il documentario “Piano Blues”.

E per chi avesse ancora voglia di conoscere il Re del Soul, consigliamo anche Ray, il film del 2004 di Taylor Hackford impersonato da Jamie Foxx, premiato poi per questa interpretazione con l’Oscar come migliore attore protagonista.

Ray Charles, nato nero e povero e dopo anche cieco e quasi sordo ma che mai è stato infelice.

Perché, come gli piaceva dire, dalla sua ha sempre avuto la Musica.

 

 

 

Mariagrazia Veccaro

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