ATTUALITÀ

LO STRESS DA LAVORO, IL «BURNOUT», È UFFICIALMENTE UNA SINDROME. INTERVISTA ALLA DOTT.SSA MARIANGELA GUERRA, PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA

«È la cosiddetta sindrome da “scoppio” emotivo che si inserisce in un contesto lavorativo e/o derivante da esso con conseguenze anche piuttosto gravi nella vita lavorativa, personale e sociale dell’individuo». L’intervista alla psicologa e psicoterapeuta, Dott.ssa Mariangela Guerra. 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha recentemente acceso i riflettori su una peculiare tipologia di stress classificando il burnout (o esaurimento da lavoro) come una “sindrome”.

Nell’undicesima versione dell’International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems, (ICD – 11), presentata alla 72ma Assemblea mondiale della sanità tenutasi a Ginevra il 28 maggio scorso e in vigore dal 1 gennaio 2022, il burnout viene riconosciuto ufficialmente – dopo decenni di studi – e viene inserito nella sezione dedicata ai «fattori che influenzano lo stato di salute o il contatto con i servizi sanitari», fornendo anche direttive ai medici per diagnosticarlo.

Non si tratta dunque di una malattia ma di un «fenomeno di origine occupazionale» determinato da una situazione di «stress cronico mal gestito sul posto di lavoro». Una minaccia per la nostra salute generale.

Ma come si fa a capire se si è affetti dalla sindrome da burnout? Quali sono i sintomi che caratterizzano questa condizione di cui si parla ancora poco ma che è molto frequente e in forte aumento nelle nostre realtà sociali? Ne parliamo con la Dott.ssa Mariangela Guerra, psicologa e psicoterapeuta.

Copyright Foto: Mariangela Guerra

Dott.ssa Guerra ci può spiegare meglio cosa si intende per sindrome da burnout?

Il burnout, dall’inglese burn-out che significa letteralmente “bruciato”, “scoppiato”, è l’esito patologico di uno stress emotivo persistente. È la cosiddetta sindrome da “scoppio” emotivo che si inserisce in un contesto lavorativo e/o derivante da esso con conseguenze anche piuttosto gravi nella vita lavorativa, personale e sociale dell’individuo. Ad esempio, sul piano comportamentale, un individuo con esaurimento emotivo tende a trattare le persone come oggetti, ha difficoltà ad instaurare una relazione adeguata, si sente oppresso dagli impegni lavorativi e familiari. Il livello di frustrazione è molto alto, e non sarà di certo una pausa dalla routine a far rientrare tutto nella norma! Come in tutte le sindromi, anche per il burnout è fondamentale una diagnosi precoce e un trattamento psicoterapeutico. Il rischio è che il disturbo possa, in caso contrario, cronicizzarsi.

Quali sono le professioni più a rischio?

Le categorie più a rischio sono le cosiddette professioni di aiuto o “helping professions”: operatori socio – sanitari, infermieri, medici, soccorritori, forze dell’ordine, vigili del fuoco, educatori, insegnanti, assistenti sociali, occupazioni che implicano impegno, grandi responsabilità e soprattutto un forte coinvolgimento emotivo. Le donne impegnate sia in famiglia che a lavoro, pare siano più colpite rispetto agli uomini e quindi più esposte al rischio di esaurimento psico-fisico.

Quali sono i fattori che determinano in modo significativo l’insorgenza e lo sviluppo del processo di burnout?

Come ho detto all’inizio il fattore determinante è il sovraccarico prolungato nel tempo di stress emotivo, cui fa seguito una condizione di malessere e frustrazione che il soggetto vive nella relazione con l’utenza sul luogo di lavoro. Immaginiamo un operatore socio – sanitario regolarmente in contatto con disabili psichiatrici. Non so se con l’immaginazione si possa arrivare a comprendere quanto avviene tutti i giorni negli ospedali e nelle cliniche, a contatto con l’utenza più debole e fragile. I professionisti impegnati in tali relazioni complesse, utilizzano moltissime risorse personali per ottenere, molto spesso, nemmeno il 10% degli obbiettivi che si erano prefissati. Ma non è sempre, seppur più frequentemente, la relazione con un’utenza debole che determina il rischio del burnout. Lo stress emotivo di molte altre professioni presentano gli stessi fattori di rischio: basti pensare ad incarichi di grande responsabilità lavorativa o spiccate implicazioni relazionali (es. avvocato, ristoratore, politico).

Quali sono i sintomi da non sottovalutare?

Il burnout non si manifesta quasi mai in modo improvviso, ma è il risultato di un lento e graduale processo che si sviluppa nel tempo. I sintomi riconducibili alla sindrome sono: disturbi del sonno, disturbi dell’alimentazione, abbassamento delle difese immunitarie, sensazione di sentirsi prosciugati emotivamente, di non avere più forze, di sentirsi alienati e sottovalutati dai colleghi e/o dal capo. Le conseguenze comportamentali a tali sintomi possono essere diverse: assenteismo dai posti di lavoro, eteroaggressività verbale e/o fisica, isolamento.

Cosa è consigliabile fare qualora ci si riconosca nei sintomi? 

La prima cosa da fare quando ci si riconosce nei sintomi fisici, psicologici e comportamentali tipici della sindrome è rivolgersi ad uno psicoterapeuta. Questo è necessario e fondamentale perché da soli e senza l’aiuto di un esperto non se ne esce. Non escludo però che nei casi più gravi sia necessario anche un intervento farmacologico.

Cosa si può fare per prevenire il burnout?

Prevenire il burnout è certamente possibile! Si deve attuare una politica per le persone, per la tutela della loro salute psichica. Da pochi giorni lo psicologo di famiglia è un diritto riconosciuto dalla legge. Il compito di trovare gli accordi con i Medici di Medicina Generale (MMG) spetta però alle regioni. Vediamo quanto i nostri governi regionali mettano al centro la persona e il diritto alla salute! Non tutti hanno le condizioni economiche per prendersi cura della propria salute psichica, e se lo Stato non si adegua ai bisogni della società moderna, aumenteranno ancora i casi di cronaca di cui sono responsabili i diversi disagi psichici. Se i governi regionali, in vista di questa legge, non attuano finalmente una politica di prevenzione alla salutepsichica, allora, come purtroppo spesso accade, bisognerà far da sé! Mi rendo conto che un professionista psicologo che abbia ottenuto anche la specializzazione in psicoterapia, sia un costo alto per le strutture, ma diventa, a mio parere, una presenza necessaria e imprescindibile. Sto pensando che questa figura professionale possa quindi essere impegnata a fare supervisioni e supporto in contesti a rischio come la scuola, le strutture che ospitano utenza fragile (in questo caso lo psicologo supervisore deve essere esterno alla struttura e non lo stesso impegnato quotidianamente nella stessa), nelle caserme.

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