CULTURA

WESTERN STARS, L’ULTIMA PARATA SUL VIALE DEL TRAMONTO. UN SAGGIO SULL’OPERA DI BRUCE SPRINGSTEEN

È uscito il 14 giugno scorso il nuovo, atteso album di Bruce Springsteen, il primo da High Hopes (raccolta di b-sides, cover e riletture) del 2014 e addirittura il primo di brani inediti da Wrecking Ball del 2012.

Nel corso di questi anni, seguiti alla scomparsa del sassofonista Clarence Clemons, dell’organista Danny Federici e della sua guardia del corpo Terry McGovern, oltre a diversi tour mondiali, Bruce ha pubblicato la sua autobiografia (dal titolo inevitabile di Born to Run) e l’ha resa un lungo monologo teatrale che lo ha impegnato a Broadway per più di un anno.

Proprio grazie al libro, abbiamo scoperto ciò che da tempo si sospettava e che lui stesso aveva fugacemente già ammesso; Springsteen ha sofferto di depressione, è stato in cura e si sottopone tuttora a controlli. La parte più toccante, cruda e vera di Born to Run, che rifugge l’agiografia e l’autocelebrazione, parla di questo e del fatto che dopo aver investito tutta la sua vita per diventare un cantante di successo ed esserci riuscito, Bruce scoprì che oltre a essere su un palco, sapeva fare poco altro.

Western Stars è figlio di questi problemi, né più e né meno di Tunnel of Love, l’album post Born in the USA dove Bruce spiazzò tutti quelli (il mondo intero) che aspettavano la replica ancor più muscolare del colosso di vendite, con una serie di canzoni cupe, malinconiche e fortemente autocritiche sul suo ruolo di uomo capace di amare. Più del divorzio, in effetti apparso inevitabile da quasi subito, con la top model Julianne Philips, fu la depressione a far calare su quel disco una coltre nera di sfiducia e rassegnazione, simboleggiate dal Cautious Man Bill Horton, che aveva tatuate sulle mani le parole “amore” e “paura” e non sapeva a quale delle due affidare il proprio destino, condizionando la vita sua e della sua amata sposa.

Western Stars presenta canzoni scritte in un periodo della vita di Springsteen dove sembra che tale “compagna indesiderata” sia venuta di nuovo a fargli visita ed esce oggi, a pochi mesi dal suo 70° compleanno, tracciando un ritratto e mandando un messaggio entrambi assai chiari e poco piacevoli, relativamente alla vita, al raggiungimento dei propri sogni e al tanto agognato lieto fine.

Western Stars, in pratica, ci dice che non è affatto detto che chi se ne andò dalla città dei perdenti alla fine sia riuscito a vincere, come lui stesso cantava nel brano di apertura (Thunder Road) di Born to Run, il disco che gli fece capire di avercela fatta, ma soprattutto dove mise tutto sé stesso e la sua enorme voglia di farcela, rendendo quell’album del 1975 un meraviglioso ed irraggiungibile inno all’autodeterminazione e all’ambizione.

Certo, anche quel disco non finiva bene, Magic Rat in Jungleland resta sospeso tra la vita e la morte e a poca distanza da quelle canzoni e dal successo che diede la svolta alla sua carriera c’era una causa di 3 anni con l’ex manager e lo scontro inevitabile del ragazzo idealista con la dura realtà quotidiana, ma, appunto, il protagonista era un ragazzo, che diceva di “doversene andare finché siamo giovani”, che aveva una lunga strada davanti e che probabilmente sperava in un finale felice.

La mia lettura a Western Stars è che questi brani siano una lunga, ultima, definitiva parata di tanti dei personaggi che hanno popolato le sue canzoni in 40 anni (o forse dell’unico personaggio che è sempre ritornato tra le sue note); un saluto, un commiato, quasi mai allegro, addirittura tragico.

Una parata che come tale aveva bisogno di qualcosa di diverso dal rock, forse di più cerimonioso, per un addio immerso nella solennità. Da qui, secondo me, la scelta di alcuni arrangiamenti e strumentazioni più orchestrali che da rocker. Per quello, si è già affrettato a dire, ci sarà tempo, perché anche La Banda abbia il suo “Last Waltz”.

Dopo aver svelato il suo “magic trick” a Broadway, Bruce sembra liberare e liberarsi dai suoi personaggi, che chiama in scena per il commiato.

Hitch Hikin’ inizia questa serie di saluti, con il vagabondo, il tramp che per anni ci ha fatto desiderare di essere come lui; ora è su quella strada che da sempre in America vuol dire libertà, viaggi, avventure, vita, senza una meta, senza uno scopo, senza più interesse per nulla che non sia il vagabondare stesso.

“Si certo, i figli sono un dono”, dice cinico e sarcastico alla coppia che lo trasporta un po’ più in là, ma è chiaro che a lui non frega niente di tutto ciò o forse sa di non avere più il tempo di interessarsene.

In Valentine’s Day del 1987, la situazione era simile, lui era solo in macchina e la solitudine era la sua compagna principale, ma aver parlato con un amico diventato padre da poco gli faceva sentire (e desiderare) la luce del cielo e dei fiumi e dei cani lupo tra i pini e alla fine ammetteva che anche se si dice che “viaggia più veloce chi viaggia da solo, stanotte mi manca la mia ragazza, stanotte mi manca casa mia”.

Addirittura nella macchina truccata del 72 (anno dell’esordio discografico di Bruce, ma questa è la mia immaginazione che corre troppo in fretta) dimostra disinteresse verso la velocità e le macchine, lui, il “cantante delle macchine” per eccellenza.

Da autostoppista a viandante il passo è breve, quindi The Wayfarer racconta di un altro uomo solo, che stavolta ha però il rimpianto di un amore perduto; non è più il tempo di gareggiare in strada, come nell’epopea di Racing in the street, ormai la strada non serve più per affermare la propria esistenza ma per dare uno spazio fisico al nulla dentro il quale si è precipitati.

Sembra che a parlare siano quei ragazzi di cui Bruce cantava proprio in Racing, quelli “che semplicemente rinunciano a vivere ed iniziano a morire, poco a poco, un pezzo alla volta”.

Barlumi se non di speranza, almeno di redenzione e nuove possibilità emergono da Tucson Train, dove l’uomo che spesso abbiamo trovato in brani come Downbound Train, ci racconta di cosa abbia combinato in questi anni, di come abbia azzerato tutto, tutto quel nulla di cui era fatta la sua vita precedente, per ripartire da zero, cambiando lavoro, città e modo di vedere le cose. Mi piace vederci in lui il Bobby di Spare Parts, un brano che amo da sempre, dove spicca la forza e la tenacia di Janey, la ragazza abbandonata incinta, che arriva a pensare che il proprio figlio non abbia alternative alla morte, ma che trova in sé stessa la forza di andare avanti; ecco, mi piacerebbe fosse Bobby quell’uomo in stazione, davanti al binario, in attesa del treno delle 5.15, impaziente di dimostrarle che è cambiato davvero, che loro tre ora potranno costruire quello che lui aveva distrutto anni prima e che ritorna ciclicamente a tormentarlo in “quella voce che mi tiene sveglio per tutta la notte”.

Eccola che arriva, dice la frase conclusiva della canzone, spero per loro che si stiano ancora abbracciando.

La title track del disco alza di parecchio l’asticella della disperazione. Il tizio che ogni mattina è contento e quasi stupito di essere ancora vivo è l’emblema stesso del fallimento, personale ed artistico, che forse Bruce vuole esorcizzare dandogli voce. Alcolismo, problemi a sfondo sessuale e tanti tanti rimpianti; lo scenario è desolante, l’uomo va palesemente alla deriva, ma cerca con forza di aggrapparsi a qualcosa, un ricordo, un momento. Nel 1991 Bruce aveva scherzato su temi simili, in Local Hero, partendo da quando si vide in un negozio di souvenirs, immortalato in una foto esposta tra ritratti di un cane e Bruce Lee; qui non si ride più, la carriera è agli sgoccioli come la sua stessa vita, ma quasi come un’elemosina, arriva ogni tanto qualcuno che ha voglia di farsi raccontare di nuovo di quella volta che John Wayne lo colpì sul set. Per chi come Bruce ha sempre detto di non riuscire a vedersi e a sopportarsi senza una chitarra in mano, immaginarsi una fine del genere è il peggior incubo possibile; “prima mi hanno fatto re, poi papa e alla fine hanno portato la corda per impiccarmi” cantava in Local Hero, ma qui la corda se la sta annodando da solo il protagonista, incredulo che anche questa alba lo abbia trovato vivo.

Stanotte le stelle dell’ovest brilleranno ancora, canta; ma probabilmente per l’ultima volta, perché non è più tempo di eroi, cowboy e cavalieri. Bruce ne è drammaticamente consapevole.

Si respira un’aria buona, perfino allegra in Sleepy Joe’s Cafè, l’unico brano del disco dove il protagonista abbia avuto un lieto fine; non è un caso che Sleepy Joe sia un reduce, perché la figura del reduce ha sempre affascinato Bruce, che li ha sempre trattati con ammirazione e rispetto.

Nello spettacolo teatrale raccontava della sua visita per essere arruolati in Vietnam e con una sincerità sconcertante, diceva che la felicità di non essere stato preso è stata da sempre disturbata dal tarlo di sapere che qualcuno fosse stato preso al posto suo e forse non era tornato a casa. Questo tarlo ha contribuito a dar voce al reduce di Born in the USA, a quel Rambo senza effetti speciali che chiedeva solo di essere amato dal suo Paese come lui lo aveva amato, al punto da rischiare per esso la vita. Nel ricordare l’evento A night for the Vietnam Veterans, concerto benefico da lui organizzato nel 1981 (20 agosto a Los Angeles, ho il bootleg), nato dopo l’incontro con Ron Kovic, reduce e autore di Nato il 4 di Luglio, da cui il film con Tom Cruise, sottolineo anche le  figure di James e Dan Eaton, la cui storia familiare viene cantata in Youngstown, dove Bruce si chiede con ferocia “abbiamo mandato i nostri figli in Corea e Vietnam e ora ci domandiamo perché siano morti?”

Bravo Sleepy Joe, te la meriti questa miniera d’oro su cui ti sei svegliato un giorno, tu a cui il G.I. Man ha dato una risposta diversa da quella che diede al protagonista di Born in the USA, quel Figliolo non capisci ora? che spiegava la durezza drammatica della condizione post Vietnam; verremo tutti a ballare da te un venerdì sera.

Ritorna il fantasma di Racing in the street nei panni dello stuntman, che in Drive Fast sembra anche lui un reduce, ma non di guerra, bensì di quelle competizioni quasi clandestine dove la velocità serviva per affermare la propria forza; ora è malconcio, ha qualche rattoppo, ma le cose che rimpiange le abbiamo ascoltate spesso in Darkness on the edge of town, in Drive all night, nella già citata Racing, dietro al volante ci si riesce a sentire vivi, ma quando lampeggia la riserva, è il momento dei ricordi, delle considerazioni agrodolci e di lasciare che la mente ci porti in luoghi più felici del nostro presente.

Ancora fuga, ancora azzeramento del passato, Chasin’ Wild Horses resta sulla falsariga di altri brani del disco, con lui che scappa da una realtà pericolosa e dopo aver fatto qualcosa di non troppo legale, lo fa per continuare a sopravvivere, ma sa che vivere è ben altro; per questo passa la sua esistenza ad inseguire cavalli in Montana per il Bureu of Land Management (BLM, si, ho cercato cosa volesse dire sta sigla, ma mica pensavate che fossi normale no?); un lavoro praticamente infinito e sempre uguale a sé stesso, alienante il giusto per seppellire sotto la stanchezza ogni barlume di riflessione a ritroso.

Luogo reale o metaforico (del resto si chiama Tramonto), Sundown sembra quasi il posto dove il protagonista del brano precedente torna a dormire e a fare qualcosa di vagamente somigliante al vivere. Bar vuoti, strade deserte, spazi desolati che troppo facilmente si riempiono di cattivi pensieri. Resta la speranza che lei torni, come in Tucson Train, ma non sappiamo se sia concreta o solo una “vocina”.

Probabilmente banalizzandola, ma non riesco a non leggere in Somewhere North of Nashville un autoritratto di Bruce, un Bruce piombato nelle sue crisi depressive, quelle da cui è riemerso soprattutto grazie al ruolo fondamentale di sua moglie Patti Scialfa, proprio quella che legioni di S.O. (Springsteeniani Ottusi) ancora valutano da un punto di vista estetico o per il vibrato con cui fa il coro. Proprio lei, la red headed woman che a mio avviso è molto più che “la moglie di Bruce”, come si capisce palesemente nell’autobiografia. Qui il cantante fallito occupa la scena, la paura di diventare come lui è forte, la strada è buia e a riempire il silenzio sono parole non dette, torti gravi fatti a chi lo amava e scelte orrende. Resta solo una melodia a cui aggrapparsi, per una canzone nuova, sotto molti punti di vista.

Nel paragone iniziale con Tunnel of Love, Stones è stata la prima a venirmi in mente. Già dall’inizio, così blues, quel “mi sono svegliato stamattina” che richiama centinaia di pezzi degli eredi di Robert Johnson, il pensiero è corso, ad esempio, a One step up e alla “dirty little war” dove siamo rimasti coinvolti tutti. Bugie come pietre, perché le parole sono come pietre, se dette con cattiveria e violenza e come pietre feriscono ed uccidono. È lei ad accusare e lui si lascia travolgere dalla consapevolezza dei suoi sbagli, tramutati metaforicamente appunto, in sassi che gli impediscono di parlare.

Non particolarmente convincente come singolo, all’interno di un disco del genere There goes my miracle cambia decisamente spessore e diventa una malinconica e fin troppo passiva constatazione di ciò che poteva essere ma non è stato né sarà più. Guarda cosa hai fatto, dice in tono quasi accusatorio, guarda cosa abbiamo fatto, si “corregge” poco dopo perché ha capito che ormai non c’è più nemmeno il tempo o il senso di darsi la colpa. Brano dall’incedere “alla Roy Orbison”, proprio quello che “cantava per i solitari”, il Re della malinconia fatta canzone.

Anche Hello Sunshine, primo singolo uscito, mi aveva “ingannato”, ma non parlo di qualità del brano; fuori dal contesto generale di Western Stars, lo avevo letto come un modo per affermare di aver sconfitto paure e pioggia e per accogliere finalmente la luce del sole e la serenità. Posta alla fine del disco mi suona più come un appello, poco meno che disperato, da parte di chi alterna lunghi  giorni piovosi a brevi interruzioni assolate. Miglia da percorrere sono miglia di lontananza canta Bruce, rendendo in una strofa il senso di come la bellezza tentatrice della solitudine spesso si trasformi in una gabbia, magari dorata, se chi se la costruisce è una rockstar di successo.

Moonlight Motel chiude l’album e lo fa in maniera drammaticamente coerente con le tematiche dell’album stesso. Siamo probabilmente davanti non solo ad un capolavoro di lirismo e poetica, ma ad una delle canzoni più tragiche dell’intera discografia springsteeniana. Ne è protagonista una storia d’amore, un’altra, l’ennesima storia d’amore o forse la stessa che così spesso ritorna in queste canzoni. Ne è protagonista un Motel che è al tempo stesso sogno ed incubo, traguardo e maledizione; simbolo di una vita da costruire assieme, un lavoro in comune, un rifugio. Il cosiddetto “Sogno Americano” passa attraverso le porte degli alberghi. Quel sogno che probabilmente andava a consolarsi e a piangere all’Heartbreak Hotel e che pian piano ha iniziato a trasformarsi in una trappola, addirittura mortale. Una trappola raccontata benissimo da Hotel California, quel posto dove puoi entrare quando vuoi, ma da cui non puoi mai andartene; una definizione a ben pensarci perfetta per una patologia subdola e bastarda come la depressione, che a lungo andare trasforma la propria esistenza in un incubo, quasi fosse l’Overlook Hotel, quello dove Jack Torrance (Nicholson) invece dell’ispirazione trovò la follia.

In tutta questa digressione resta però da affrontare il finale della canzone e del disco stesso. Lui è solo, lei se ne è andata e come in Downbound Train o in My Father’s House il dolore ci porta a tornare nei luoghi dove eravamo felici. 

In una sola strofa, Bruce racconta di come il sogno di questa coppia sia andato perso: bollette bambini, bambini e bollette e il suono della campanella. La routine uccide i sogni, ecco cosa. Quanta somiglianza e allo stesso tempo quanta distanza da Blood Brothers, da quel ci siamo persi nei lavori da fare, nei lavori da fare e nelle bollette da pagare, che però non tolgono ai fratelli di sangue la voglia di un’altra corsa. No, non sono i figli o i doveri a portarlo in quel parcheggio abbandonato, ma il non essere stato in grado di mantenere vivo il sogno.

Davanti al Moonlight Motel lui resta solo con il suo whisky e probabilmente con una pistola, questa è la fine della strada, questa è la fine della storia, questa è la fine di molte illusioni che nei dischi di Springsteen sembravano realizzabili. La definizione migliore per questo brano l’ha detta un mio amico: ci fa male ammetterlo, ma questo Motel sta in fondo ad una strada che pensavamo portasse da tutt’altra parte ed il suo nome è Thunder Road. No, non è detto che chi vada via dalla città dei perdenti alla fine vinca sempre. A volte torna nel posto che simboleggia il fallimento della propria vita e si spara; perché “one more shot” non è relativo al Jack Daniel’s nel sacchetto di carta, ma al colpo di pistola che pone fine a tutto.

A 70 anni Bruce torna a dipingere i suoi quadri di tinte fosche e amare; da Nebraska a Tunnel of Love a Devils and Dust, quando Springsteen intinge la propria penna nel dolore e nella disperazione, riesce a scavare nell’anima di chi lo ascolta e ad aiutarlo ad affrontare le proprie difficoltà.

Western Stars è il disco di una persona consapevole della sua età anagrafica, che non ha paura di guardarsi attorno e soprattutto rifugge l’elisir di eterna giovinezza che spesso guardandolo con la E Street Band pensiamo abbia assunto in grandi quantità. 

Non c’è dispiacere nel rendersi conto che la sua carriera stia recitando uno degli atti conclusivi, ma colpisce la lucidità ed il coraggio con cui, a questo punto, lui ci racconti le cose da questo punto di vista.

Bruce non è gli Stones, che celebrano il loro sabba incuranti di tutto, che Dio, Satana o chi per loro ce li custodisca ancora per molto; Bruce ha sempre voluto raccontare nei suoi dischi, raccontare un’America non sempre gloriosa o mitica, l’America del New Jersey più che di New York, l’America di Asbury Park più che di L.A.; l’America di chi lotta e combatte, ma che, come ci dice in questo album, spesso perde.

La lezione di Western Stars, oggi, nel 2019 è di accettare la sconfitta, non di rinunciare ai propri sogni; mi sembra talmente fuori sincrono rispetto ai tempi che stiamo vivendo, dove primeggiare viene prima di ogni altra cosa, da essere enorme.

(Per le traduzioni delle canzoni mi sono avvalso del sito https://www.pinkcadillacmusic.it/ )

Alberto Calandriello

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