ATTUALITÀ

INTERVISTA A MASSIMO DE NARDO, CARDINE DELLA RROSE SéLAVY EDITORE

Nel panorama dell’editoria per ragazzi sta brillando da alcuni anni la lanterna della Rrose Sélavy Editore.

Le pubblicazioni della Rrose Sélavy si caratterizzano in primis per un’eccellente qualità della scrittura, che rimescola costantemente i piani della fantasia e del reale, e poi per un’amorevole ma rigorosissima cura nei dettagli, dalle magnifiche illustrazioni che annoverano nomi come Gianni De Conno, Fabio Visintin, Paolo D’Altan, Tullio Pericoli fino alle introduzioni che fanno da apripista alle voci narranti col timbro, ad esempio, di Ascanio Celestini, Dacia Maraini, Mario Martone, Sandra Petrignani o Franco Lorenzoni.

Sono stati proprio questa coerenza stilistica ed i suoi caleidoscopici colori ad aver fatto vincere alla Rrose Sélavy, nel 2014, il Premio Andersen come miglior progetto editoriale.

Ad aprirci oggi le porte incantate di questa casa di carta a Toletino, in provincia di Macerata, è il suo curatore editoriale, Massimo De Nardo.

De Nardo è di una gentilezza disarmante, chiede di dargli subito del tu e poi ti conduce fra le stanze del suo progetto con quell’entusiasmo che dovrebbero di certo avere tutti gli editori di libri per bambini e ragazzi, ovvero fra il divertito ed il fanciullesco.

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La casa editrice Rrose Sélavy è nata nel 2014, un percorso che trae le sue radici dalla vostra rivista Rrose, trimestrale sulla creatività, e poi dal primo libro “Che mestieri fantastici!” pensato inizialmente come un supplemento. Come si è plasmata in via definitiva l’idea di dare alla luce la vostra casa editrice?

Il “supplemento” Che mestieri fantastici! (due miei racconti, con i disegni di Tullio Pericoli e l’introduzione di Stefano Bartezzaghi) lo abbiamo invece distribuito autonomamente. Era un vero e proprio albo illustrato. Siamo stati persino inviati nella trasmissione di Corrado Augias, Le Storie, su Rai 3. Il libro ha avuto anche molte lusinghiere recensioni sulla stampa nazionale. Così, messo da parte il trimestrale Rrose, abbiamo iniziato a pubblicare libri illustrati. Pochi titoli, ma, crediamo, particolari e interessanti.

Il richiamo dadaista sia nel vostro nome, Rrose Sélavy, che nelle collane di romanzi brevi non illustrati “Il Quaderno Ready Made” e “Il Grande Vetro”, è un omaggio personale a Duchamp o un vero e proprio atto programmatico?

Il nostro omaggio a Marcel Duchamp implica una maniera di pensare, e di vedere, che rende possibile l’impossibile. Le opere di Duchamp dopo cento anni sono ancora moderne, ironicamente dissacranti. Il contemporaneo, la sperimentazione, l’azzardo concettuale partono dalle idee di questo straordinario personaggio, che ha influenzato tutta l’arte dal secondo Novecento in poi.

La collanaIl Quaderno cartone” si rivolge ai piccoli lettori, dai 4 anni in su. Che sensazioni si provano nel poter essere parte integrante del percorso immaginativo di crescita di un bambino?

Si è sempre responsabili nei confronti degli altri. Ogni nostra azione, ogni nostro pensiero, ci rende responsabili verso gli altri. Il libro è uno strumento, un mezzo, una mediazione. Da solo serve a poco. Un libro chiuso è come se non esistesse. Occorre l’azione di qualcuno. E questo qualcuno è il lettore, ovviamente. Tutti noi quando leggiamo un libro subiamo una trasformazione. In ogni storia ci sono gli aiutanti, che risolvono problemi e danno una mano per superare gli ostacoli, vincere le incertezze. E lo stesso accade nella realtà. Insegnanti, genitori, amici, sono loro i nostri aiutanti, quelli che ci fanno aprire un libro. Noi, come editori, siamo responsabili nella scelta delle storie da pubblicare (quindi da proporre), ma poi i veri educatori sono gli altri, che aggiungono alla pagina scritta le loro personalità, le loro conoscenze.

Una vostra caratteristica editoriale è stata l’aver coinvolto scrittori che non avevano mai scritto per ragazzi. Come mai questa scelta?

È stata, e lo è ancora, una piccola ma importante variante rispetto al mercato dell’editoria per bambini e ragazzi. Una strategia non facile, certo, perché spesso un autore conosciuto da un pubblico adulto può non essere noto ai ragazzi. Abbiamo pubblicato anche autori più “etichettabili” come autori per ragazzi. In ogni caso, alla base di tutto c’è la qualità degli autori, della loro scrittura, delle loro storie.

Non solo favole, ma anche libri per aiutare i bambini ad accostarsi gradualmente a temi complessi, dal fenomeno migratorio (Vietato l’ingresso di Fabrizio Silei) al terremoto ad Amatrice (L’altra notte ha tremato Google Maps di Michela Mofferini), all’analisi di alcune parole identiche, tra etimologia e significati che sono invece differenti, come nel suo testo sugli omografi Se dici parole, 16 parole (brevi racconti quasi didattici per insegnanti). Crede ancora che educare le nuove generazioni possa servire a salvare, in parte, il mondo, e a dare a noi adulti una facile consolazione?

Viene da pensare, ma solo in virtù del titolo, a Il mondo salvato dai ragazzini, la raccolta di poesie di Elsa Morante, del 1968. Se non proprio salvare (perché purtroppo le sconfitte e le ingiustizie sopravvivono), almeno “educare”, nel senso etimologico del “condurre”. Condurre significa accompagnare, quindi ci deve essere qualcuno accanto a noi che ci presta attenzione. Gli adulti accompagnano i più giovani, che poi diventeranno adulti, e così di seguito, generazione dopo generazione. Bisogna capire però da che parte andare. Come in ogni percorso, i paesaggi e i territori variano, sono differenti. Non solo nella morfologia, ma anche nelle culture di chi vive in quei territori. Ecco allora che diventa indispensabile modificare il nostro punto di vista, vedere con gli occhi degli altri (gli altri lo faranno nei nostri confronti). Educare, in definitiva, alla diversità (alla varietà, che è ricchezza), per essere più in sintonia tra di noi.

Lei ha scritto, per ragazzi, Se dici parole, 16 parole, Che mestieri fantastici! (nuova edizione, con le illustrazioni di Giulia Orecchia), Maffin, La ribelle Chiò. Come riesce a conciliare il suo lavoro di editore con quello di scrittore?

Con l’entusiasmo, comunque sia. Mi riconosco nella battuta: “L’ottimismo della volontà, il pessimismo della ragione”. In fondo, pur essendo due realtà professionali molto diverse l’una dall’altra, tra editore e scrittore c’è comunque un ideale filo rosso che li unisce. In concreto, non bisogna perdere tempo, fare tutto con serietà ed entusiasmo, avere un po’ di fiducia in sé stessi e negli altri.

Nel 2014 la Rrose Sélvery Editore ha vinto il premio Andersen per il progetto editoriale. Che soluzioni pensa si dovrebbero adottare su larga scala per riuscire, finalmente, a dare largo respiro alle case editrici indipendenti come la sua rispetto ai grandi potentati editoriali, che continuano prepotentemente ad influenzare premi letterari, flussi di budget finanziari e spazi di promozione?

Non lo so. I grandi editori sono aziende (spesso producono anche ottimi libri). Inevitabile che il gioco venga condotto da loro, hanno tutti i mezzi necessari. Noi cerchiamo un lettore consapevole, meno influenzabile dalle mode, dalla pubblicità, dalle classifiche non proprio veritiere. Una piccola casa editrice non è un grande editore in miniatura. Le regole (perché le regole ci sono) in realtà non sono simili. Noi pubblichiamo cinque sei titoli l’anno, e cerchiamo di seguirli tutti. Chi pubblica cento titolo l’anno qualcosa deve lasciarla indietro. La strada di una piccola casa editrice è sempre in salita, occorre quindi imparare ad arrampicarsi. Poi, arrivati in vetta, giornata limpida permettendo, il paesaggio è davvero spettacolare. Emozionante.

Se potesse incontrare un personaggio di un libro su di fumante tazza di caffè, chi vorrebbe che fosse e perché?

Difficile scegliere un solo personaggio. Ce ne sono molti, in giro, tra le pagine. Vorrei incontrare Pinocchio divenuto bambino, per chiedergli come si sente ora che non è più un burattino. Un bambino che per il momento non ha però una sua storia e che, presumo, non abbia neanche il passato, la memoria di quando era un burattino. Poi, eccezionalmente, ne vorrei incontrare un altro, un mingherlino quattordicenne di nome Maffin. Sì, è il personaggio di un mio libro. Certo, Maffin l’ho incontrato nei miei pensieri, nella mia fantasia, e so che anche molti lettori lo hanno incontrato. E gli hanno voluto bene. Vorrei chiedere a Maffin come ci si sente ad essere un bambino inventato, che vive solo quando viene aperto il suo libro, se si aspetta altro, se è soddisfatto del suo autore. Domande di questo genere.

Immagine di copertina

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