ATTUALITÀ

INTERVISTA AL POETA LUCA MAZZOCCHI, IN LIBRERIA CON “LA MATEMATICA DEL BUIO”

Nel petroso solco di un periodo storico che avrebbe bisogno ora più che mai di ritrovare un senso all’esistere attraverso la Poesia, si inseriscono gli icastici versi di Luca Mazzocchi.

Il bergamasco Mazzocchi, classe 1971, è un uomo di sensibilità rara, non priva però di una gasata ironia e di una capacità a dir poco singolare di saper spaziare con agilità da un interesse ad un altro (letteratura,cinema,musica).

Nella lista dei luminosi esordi letterari di quest’anno, perciò, citare la prima raccolta di poesie di Luca Mazzocchi, “La matematica del buio” (Officina Milena), non è solo doveroso ma essenziale per tutti quelli che, inderogabilmente, desiderassero rispolverare l’importanza sonora ed emozionale dei versi.

 

Partiamo dal titolo della sua intensa raccolta di versi. Come mai chiamarla “La matematica del buio”?

E’ un titolo che ha incuriosito molte persone, a cui, poi, ho cercato di spiegarlo senza, credo, aver mai raggiunto l’obiettivo. Vediamo se riesco qui. La matematica che intendo io è quanto di più lontano si possa immaginare dai numeri. La maggior parte delle mie poesie vengono scritte di notte, nascono nel buio, se ne cibano come latte materno, e ognuna di loro cerca di spiegarlo, di dargli una formula che mi aiuti a decriptarlo. Così, io vedo quest’opera notturna quasi come una scienza, del tutto umanistica, che io chiamo “matematica del buio”. Spero di essermi spiegato!

David Means nell’introduzione alla sua raccolta di racconti “Istruzione per un funerale” rivela che scrivere è testimoniare mancanze. Dai suoi versi si percepiscono gli echi di desideri carnali lontani, di città oramai distanti e della malinconica voce del silenzio (<<Il sentiero delle more i calabroni/ecco l’estate cos’era/e nella valle azzurra corriera/torpedoni/e io tremendamente vivo/nel pomeriggio delle ore>>) ma è soprattutto una poesia della mancanza, quella genitoriale alla quale la sua raccolta è dedicata. Per lei scrivere è perciò processo necessario per l’elaborazione del dolore?

Il mio scrivere è suturare. E’ come se ogni giorno le mie ferite si aprissero ad ogni risveglio, ho sempre un’assenza che mi cammina accanto: che siano i miei genitori, persi troppo presto, che sia la mia giovinezza, disintegrata dal cancro, che siano amori, più o meno importanti. Allora, sì, la scrittura li testimonia, li tiene a bada, gli dà da mangiare per evitare che loro si cibino di me. Scrivo molto anche per questo ed è per questo che i miei scritti contengono tanto dolore, forse troppo, me ne rendo conto, ma senza quel dolore non supererebbero la notte.

Come descriverebbe se stesso a noi lettori che vorremmo conoscerla meglio?

Un sopravvissuto. Come qualcuno che è andato in guerra e non sa come e perché sia tornato a casa. Che ha visto esplodere decine di volte il terreno che calpestava, uscendone ferito profondamente, ma vivo. E con il dovere di raccontare tutto questo, con il dovere di celebrare chi invece è caduto troppo presto, tramite questa mia misteriosa sensibilità che ha deciso di diventare poesia.

Una sua strofa recita <<la poesia/(vedi)/non serve a nulla/il sacco vuoto delle parole/s’accascia nella stanza/fra il carbone e l’inverno>>. Quindi che valenza ha per lei fare Poesia oggi?

Fare poesia, oggi, serve solo a noi stessi. La poesia, quella buona, che è molto poca, non la legge nessuno: se la leggono fra loro, i poeti, in piccole stanze e si complimentano a vicenda. I poeti, parlo sempre di quelli validi, devono pagarsi le pubblicazioni, e raramente rientrano della spesa. Con la poesia non mangi, non vivi, è solo il processo creativo che ti dà soddisfazione, quell’elettricità che attraversa il buio o la luce, quel tuo sdoppiarti in qualcuno che non conosci o che credevi di non conoscere. La bellezza della scoperta. Tutte cose che hanno a che fare con l’intimità, poco o nulla con la vita di tutti i giorni.

Nei suoi versi non mancano i riferimenti stranieri, alle distese di note di Neil Young e Tom Waits fino alle parole rocciose di Breece DJ Pancake e Majakóvskij. Lei è, infatti, oltre che poeta, un gran conoscitore di letteratura e musica (suo è anche, infatti, il seguitissimo canale su youtube “Lumaz71”, su introvabili album country e blues). Che rapporto pensa ci sia, allora, fra Poesia e Musica? Quando compone versi si lascia accompagnare da qualche cantautore?

La musica è stata fondamentale per la mia crescita poetica. Nonostante scrivessi cose scolastiche già a 14/15 anni, è stato solo con la scoperta di Bob Dylan, delle sue liriche ma ancor più con tutta la letteratura che gli girava intorno, specialmente quella beat, che ho capito quanto si poteva osare con le parole. Poesia e musica sono assolutamente accomunabili, secondo me. Fin da un fraseggio pianistico di Bud Powell o da uno yodel di Jimmie Rodgers. Se si leggono i testi di vecchie canzoni folk americane, nella loro semplicità, hanno tutto quello che serve per essere definiti poesia. Il Nobel a Dylan è sacrosanto. Scrivo sempre nel silenzio, ma tutta la musica che ho ascoltato e che ascolto, ha una sua eco da qualche parte, una sua X nella formula della “matematica del buio”, che è fondamentale per la mia scrittura e per la sua musicalità.

Ci delizierà a breve con un’altra raccolta di poesie?

Un secondo libro è già pronto, s’intitola “L’Arcolaio Spezzato”, ed è un seguito ideale de “La Matematica Del Buio”. Quando dico “è già pronto” intendo sul mio file di testo, perché trovare una casa editrice disposto a pubblicarlo, possibilmente senza dover pagare cifre esorbitanti, è tutta un’altra storia. Al momento quest’ultima non esiste, quindi è anche possibile che non uscirà mai più alcun libro a mio nome. Non vivo per pubblicare: ho aspettato 47 anni per decidermi a tentare la via editoriale, figuriamoci! Mi piacerebbe continuare, ho molto materiale, anche qualcosa di piuttosto valido, ma, come dicevo prima, le case editrici serie sono pochissime. E’ tutta una gran trappola, ma è un discorso molto lungo. Purtroppo sto imparando a mie spese.

 Se potesse incontrare alcuni poeti su di una fumante tazza di caffè quali vorrebbe che fossero? E perché?

Ne scelgo tre: Allen Ginsberg, Mark Strand e Andrea Zanzotto. Dunque, Ginsberg perché mi è sempre parso un personaggio esuberante, positivo, molto divertente, credo mi piacerebbe tantissimo parlare con lui di poesia mentre si affila la barba e poi ha molto a che fare con la musica, quella che piace a me. Mark Strand perché vorrei rubargli un po’ di quel grande talento che aveva, quel suo scrivere semplice con cui costruiva immagini straordinarie, quel minimalismo a cui aspiro, il cuore pulsante di tutto. Zanzotto mi ha insegnato a non avere timore delle parole: le sue poesie sono spesso difficili, misteriose, ermetiche, ma hanno una qualità straordinaria, che sta proprio nell’uso delle parole, libero, totale. Leggerlo ti libera e libera la tua poesia. Comunque sono tutti morti, quindi spero di bere questo caffè il più tardi possibile!

 

Due poesie che abbiamo scelto per voi da “La matematica del buio”:

Non ti ricordi
il largo lungomare
del tutto improvvisato
nel buio di fine settembre
vuoto con una scorza di luce
danzante al largo di qualche corrente
mulinelli argani pescatori
il passo e il canto
la seta il raso
la bandiera d’Italia
la fine della passeggiata
Carrara fors’anche
o una limitrofa fuga
un istante
il dire con le braccia
mareggiata mareggiata!
L’alcova gelida della schiena
il sacrificio di una parola
sulla tua bocca come sull’ara
la distanza la distanza
la vite che sforza
e domani sarà mare mosso
e dalla finestrucola
torniamo a un monte:
gli alberi marini si piegano al sale
nell’incavo della stanza un pianto
sommesso
di giorni andati:
l’automobile rossa
accesa
d’amarezza scalpitante
in fondo al viale.

 

41
È qui (tocca) la crepa.
È qui la ferita della casa
da dove sfiata la vita
da dove il freddo passa
sui nostri fiori.
L’errore matematico
di travi e muri portanti
di controsoffitti e luci
di porte e di finestre
che avevano in luglio
il miracolo del sole.
Non è così: l’inverno è un esattore.
Gli anni lentamente
hanno radici orizzontali
che spaccano la pietra
entro cui la tenerezza
aveva la festa dei nostri corpi.
È qui la malattia che ci fa amari.
A nulla è servito il legno antico
la candela il vino
la fossa della tua spalla la nudità.
Si sconta questa pena
da case che più non conosciamo:
proseguire
nel silenzio
nella ributtante idiozia
di questa umana miseria

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