ATTUALITÀ

SOTTO GLI OMBRELLI PER LA DEMOCRAZIA. LA REPUBBLICA POPOLARE CINESE COMPIE 70 ANNI

UN PO’ DI STORIA

Sicuramente ricorderete tutti il celebre film del 1987 “L’ultimo imperatore” , vincitore di ben 9 premi Oscar, 4 Nastri d’Argento, 9 David di Donatello e 4 Golden Globes su cinque candidature; onorificenze che non sono certo destinate a qualunque film e che sono state invece ottenute da questa pellicola magistralmente diretta da Bernardo Bertolucci, che racconta la storia di Aisin Gioro Pu Yi, nato (o quasi) imperatore della Cina e morto da uomo qualunque della Repubblica popolare cinese.

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Aisin Gioro Pu Yi; si chiamava così l’ultimo imperatore Qing della Cina, con il titolo imperiale Xuantong, e unico imperatore del Manciukuò, con il titolo imperiale Kang De.

Pu Yi nacque a Pechino il 6 febbraio 1906 e quivi morì il 17 ottobre 1967.

Nel 1908, all’età di soli due anni e dieci mesi, l’imperatrice madre Cixi (o imperatrice vedova, per usare la dicitura all’orientale) scelse proprio Pu Yi quale erede al trono di Guangxu, decimo imperatore della Cina appartenente alla dinastia Qing e fautore del tentativo di modernizzazione della macchina politica, burocratica ed economica cinese meglio noto come “Riforma dei Cento Giorni”, tentativo interrotto proprio dalla stessa Cixi con un colpo di Stato; era il 21 settembre del 1898 quando Guangxu fu tratto in arresto per rimanere in tale stato di reclusione fino alla fine dei suoi giorni.

Sta di fatto che alla morte di Guangxu, Pu Yi divenne l’imperatore della Cina, il più giovane imperatore che la storia cinese abbia conosciuto ed anche l’ultimo; il suo impero (nella cui gestione egli, ancora minorenne, fu affiancato dal padre, il Principe Chun) durò pochissimo, poiché il 12 febbraio del 1912, in conseguenza del moto rivoluzionario che va sotto il nome di Rivoluzione cinese o Rivoluzione Xinhai, fu firmata proprio a nome di Pu Yi la proclamazione della Repubblica cinese, la cui Presidenza fu assunta dal leader politico Sun Yat-sen, che aveva guidato il moto sovversivo.

Il 12 agosto 1912 fu fondato il partito nazionalista cinese, al cui vertice si pose lo stesso leader Sun Yat-sen; rispetto ad esso ed in posizione antitetica, nel luglio 1921, fu fondato a Shangai il Partito comunista cinese.

Seguirono anni difficili per la Repubblica cinese, per via delle mire espansionistiche del vicino Giappone e per il coinvolgimento della Cina nella guerra sino-giapponese e nel secondo conflitto mondiale, fino a che il 1 ottobre del 1949 il Partito Comunista Cinese, dopo oltre un ventennio trascorso a preparare provvedimenti legislativi antinazionalisti e finalizzati a disporre il terreno per assumere la futura guida del paese, fondò la Repubblica popolare cinese.

IL 1 OTTOBRE, UNA DATA MEMORABILE

Il 1 ottobre per la Cina è decisamente una data importante, perché segna la ricorrenza della fondazione della Cina comunista.

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Dopo una sanguinosa lotta tra il partito nazionalista ed il partito comunista, il 1 ottobre 1949 la Cina cedette il passo al comunismo, circostanza che sconvolse irrimediabilmente gli equilibri, più che delicati, nell’ambito della Guerra Fredda tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, conferendo un grosso sprint ad un fenomeno, quello dell’affermazione dei governi di matrice comunista, che invece gli Stati Uniti miravano a contenere in maniera piuttosto energica.

Nel 1949, in definitiva, alla nascita della Repubblica Popolare Cinese esistevano due Cine: quella dei nazionalisti fuggiti e rifugiatisi nell’isola di Formosa (l’attuale Taiwan), spazzata via da questa nuova era repubblicana di matrice comunista, e quella – ufficiale – che insediava il nuovo governo popolare a Pechino.

Il Partito Comunista cinese è una delle istituzioni che maggiormente hanno influito e determinato la storia e la politica della Cina del XX secolo, con evidenti ripercussioni sul mondo intero, ponendosi a partire dalla fondazione della Repubblica popolare cinese quale unico detentore del potere politico nel Paese (di fatto il PCC è stato ed è l’unico soggetto dotato di potere politico e l’unico partito al governo) e tentando nel corso dei decenni di adattare la logica marxista alle contingenze socio-economiche della Cina.

IL CASO HONG KONG

Hong Kong è un’area autonoma situata nel Sudest della Cina.

È stata colonia inglese fino a che, il 1 luglio del 1997, tale territorio è passato dalla sovranità britannica, cominciata nel 1841 durante la Prima Guerra dell’oppio, a quella della Repubblica Popolare Cinese, dopo ben 156 anni.

Ma il “passaggio di consegne” ha imposto alcune condizioni reciproche ai due Paesi contendenti; da un lato la Cina ha acconsentito a far sì che Hong Kong rimanesse capitalista sino al 2047 (dunque che non si assoggettasse al regime comunista dettato da Pechino); dall’altro lato Hong Kong, dopo la cessione da parte della Gran Bretagna, ha accettato di non introdurre nel proprio territorio principi di maggiore democraticità e democrazia rispetto a quelli imposti da Pechino e vigenti nella Repubblica Popolare Cinese. Una sorta di accordo implicito improntato al rispetto reciproco dei sistemi e degli stili di vita sino ad allora adottati nei due territori così vicini, sì da appartenere geograficamente alla medesima nazione, ma al contempo così distanti nelle logiche sociali, economiche e di concepimento e riconoscimento dei diritti.

Hong Kong, nel 1997, all’atto della sua annessione alla Repubblica Popolare Cinese, rappresentava una sorta di sguardo sul futuro della Cina, un modello commerciale, sociale e giuridico a cui guardare in prospettiva ed al quale adeguarsi nel corso degli anni a venire.

Hong Kong rappresentava il modello internazionale e capitalistico in grado di produrre ricchezza, un crocevia tra est e ovest dove tutto sembrava funzionare in maniera efficiente; di contro, la Cina comunista, specie a partire dal secondo dopoguerra, aveva sviluppato un sistema economico rigido e sottoposto al controllo dello Stato.

Ebbene tale secondo sistema doveva tendere al primo nell’ottica di una maggiore e più utile apertura al mondo.

Ma com’era ovvio che fosse, dopo un primo periodo di apparente serenità, in difetto di tale processo di graduale adeguamento ed apertura della Cina comunista verso il modello capitalista di Hong Kong, si è assistito all’inesorabile fallimento dello slogan “One country, two System” al quale la Cina aveva promesso di attenersi nel regolare i propri rapporti con l’ex colonia britannica.

Complice la gravissima crisi finanziaria del primo decennio del XXI secolo, Hong Kong ha visto deteriorare le condizioni di iniziale benessere e floridità ricevute in eredità dalla pregressa appartenenza alla Gran Bretagna e, con il default del mercato immobiliare, gli Hongkonghesi del ceto medio sono precipitati in condizioni di povertà assoluta, tanto che si è assistito al fenomeno delle cosiddette “gabbie”, ovvero “case” fatiscenti fatte in ferro, non più grandi di due metri per due e posizionate in serie una sull’altra. Una sorta di riproduzione delle gabbie degli allevamenti in batteria all’interno delle quali però non vi erano animali, ma uomini ridotti in condizione di degrado totale.

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LA NASCITA DEL MOVIMENTO DEGLI OMBRELLI

Nel 2014, a seguito delle sempre più pressanti ingerenze del governo cinese, ad Hong Kong cominciarono le mobilitazioni di piazza per la democrazia e per il riconoscimento di una maggiore autonomia del territorio rispetto a Pechino; le proteste furono organizzate anche e soprattutto al fine di richiedere le dimissioni del governatore locale Leung Chun-ying perché ritenuto troppo fidelizzato al governo cinese.

I manifestanti scelsero di adottare un simbolo di rappresentanza della protesta, ma al contempo di tutela della loro persona ed individuarono tale simbolo nell’ombrello, oggetto che i manifestanti utilizzarono per proteggersi dai gas lacrimogeni e dallo spray al peperoncino lanciati contro di loro dalla polizia di Hong Kong.

Durante le manifestazioni di protesta furono altresì utilizzati nastri gialli e magliette nere, ma in ogni caso l’ombrello fu l’elemento chiave del movimento, tanto da contribuire alla sua denominazione ed a quella della protesta stessa (“Umbrella Revolution”).

I movimenti di protesta in piazza del 2014, sostenuti in particolare dai gruppi studenteschi di Hong Kong, durarono ben 79 giorni durante i quali si consumò una efferata repressione da parte degli organi di polizia, avvezzi all’utilizzo di metodi brutali e violenti nei confronti dei manifestanti; si pensi che in più di qualche occasione la polizia rimase a guardare gli attacchi ai manifestanti da parte di gruppi legati alla criminalità organizzata cinese, arbitrariamente lasciati liberi di delinquere ai danni degli studenti in piazza. Diversi furono i manifestanti arrestati ed assoggettati a pene detentive di rilievo.

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LA REPUBBLICA POPOLARE CINESE NEL SUO SETTANTESIMO ANNIVERSARIO

A settant’anni dalla proclamazione della Repubblica Popolare cinese, Hong Kong non si dà per vinta e registra nuovi moti di protesta, con un revival della rivoluzione degli ombrelli, questa volta ancora più tenace e convinta di cinque anni fa, al punto da superare i 79 giorni di protesta del 2014; nell’occhio del ciclone una controversa legge sull’estradizione, che aveva dato il via alle prime manifestazioni, e rispetto alla quale i manifestanti sembrerebbero aver avuto la meglio, nonché altre spinose questioni legate all’affermazione dei principi democratici.

A fronte di un iniziale contrasto da parte delle forze di polizia che non prevedeva un intervento diretto, militare o di polizia, della Cina in ossequio a quanto previsto dalla Legge Fondamentale di Hong Kong, in un momento successivo si sono registrati interventi di repressione violenta ai danni dei manifestanti, a cominciare dalla diffusione di un video minatorio divulgato dalle istituzioni cinesi.

Il picco della repressione si è registrato proprio il 1 ottobre 2019, in occasione del settantesimo anniversario della Repubblica Popolare cinese, occasione durante la quale, nel corso degli scontri tra i manifestanti pro-democrazia e i corpi di polizia, un giovane è stato attinto da un proiettile esploso dall’arma di un agente puntata ad altezza d’uomo, che ha trafitto il torace del manifestante.

Una misura, quella dell’utilizzo delle maniere forti da parte delle istituzioni, che non disturba a quanto pare il popolo cinese in prevalenza disinformato e “protetto” rispetto alla libera informazione dal filtro del Great Firewall, una sorta di muro informatico di censura e sorveglianza che il governo cinese impone all’interno del suo territorio, rendendo impossibile per i cittadini l’accesso alle informazioni che arrivano dall’esterno e neanche a dirlo anche quelle sul tema delle proteste a Hong Kong, ritratte piuttosto come atti di disordine pubblico organizzati da bande criminali non finalizzate all’affermazione dei principi democratici, ma piuttosto al capriccio di Hong Kong di rendersi autonoma e definitivamente indipendente rispetto alla madre Cina.

Non c’è che dire, i tempi in cui si pensava (o forse si sperava!) che guardare ad Hong Kong per i cinesi della Cina comunista potesse significare guardare ad un futuro contrassegnato da maggiori certezze e prosperità, sono assai lontani ed anche irrimediabilmente compromessi.

E il settantesimo compleanno della Cina repubblicana non segna un giorno di festa, ma al contrario, un drammatico giorno di lutto.

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https://www.asianews.it/notizie-it/Hong-Kong,-il-primo-ottobre,-un-giorno-di-lutto-48152.html

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