ATTUALITÀ

I CURDI, UN POPOLO SENZA STATO

Dopo il ritiro delle truppe americane dal nord-est del territorio siriano, all’inizio dello scorso ottobre, la Turchia di Erdogan ha dato il via ad una massiccia offensiva militare, denominata “Operazione fonte della pace” ai danni del territorio occupato dalla milizia curda delle Unità di protezione popolare (Ypg); proprio quel territorio su cui gli USA avevano fatto grande affidamento nella lotta contro l’Isis ed al quale invece oggi pare abbiano deciso di voltare le spalle per consentire alla Turchia di invadere quel pezzo di terra e creare una zona di sicurezza al confine tra la stessa Turchia e la Siria, ove relegare i rifugiati siriani che erano fuggiti dalla guerra nel loro paese e avevano trovato riparo entro i confini Turchi.

Poco dopo l’annuncio ufficiale del ritiro delle truppe americane dalla zona cuscinetto al confine tra Siria e Turchia, un raid aereo contro le forze democratiche siriane è stato sferrato su ordine del governo turco nei pressi si al-Malikiyah, nel nord-est della Siria al confine tra Siria, Iraq e Turchia.

Ciò che ha destato scalpore, nonostante lo scenario geopolitico che è derivato dalla decisione americana fosse prevedibile e probabilmente anche atteso da tempo, è il fatto che nella zona nella quale Turchia ha deciso di avanzare, ormai indisturbata, data l’assenza delle truppe statunitensi, vi sono i curdi siriani che sono stati i maggiori alleati degli Stati Uniti nella lotta allo Stato Islamico, ma sono allo stesso tempo i peggiori nemici della Turchia che li identifica come terroristi e li perseguita da tempo immemorabile.

MA CHI SONO I CURDI?

Si tratta di un popolo indigeno della pianura e degli altopiani di quella che un tempo era la Mesopotamia (oggi territorio al confine tra Turchia sud-orientale, Siria nord-orientale, Iraq settentrionale, Iran nord-occidentale e Armenia sud-occidentale); una zona di incontro-scontro tra diversi Stati che inevitabilmente ha avuto un ruolo determinante nel mantenimento o nella rottura degli equilibri tra popoli costantemente afflitti e flagellati da guerre civili e religiose.

Il popolo curdo è a maggioranza religiosa musulmana sunnita e all’inizio del XX secolo intraprese un percorso di definizione dei confini della propria patria, genericamente definita “Kurdistan”. O almeno ci provò.

Lo stesso Stato curdo fu previsto nel trattato di Sevres del 10 agosto 1920, con cui all’esito del primo conflitto mondiale le potenze alleate occidentali firmarono un documento di pace con quello che all’epoca era il già molto ridimensionato Impero ottomano; il Trattato di Sevres, dal nome della città francese in cui esso fu sottoscritto, prevedeva ampie tutele per le minoranze presenti in Turchia e, ai suoi articoli 62-64, garantiva ai Curdi la possibilità di ottenere l’indipendenza all’interno di uno Stato, i cui confini sarebbero stati definiti da una commissione della Società delle Nazioni da designarsi appositamente.

Alla realizzazione di quanto previsto nel Trattato di Sevres non si addivenne mai, in quanto l’atto non venne mai ratificato dal Parlamento ottomano che era stato abolito nel marzo del 1920; pochi anni dopo, peraltro, nel 1923, con il nuovo accordo di Losanna vennero stabiliti i confini di quella che è l’attuale Turchia che non prevedeva affatto uno Stato curdo quale entità geograficamente autonoma ed implicitamente relegava i curdi a minoranza etnica nell’ambito di ogni paese in cui essi erano presenti.

Da tale momento in poi ogni tentativo intrapreso dai curdi per tentare di creare un Stato indipendente è stato clamorosamente stroncato e ad oggi lo stato dell’arte è quello per cui essi sono un popolo senza Stato.

QUALCHE DATO STORICO

Nel corso del 2013, l’organizzazione jihadista salafita attiva in Siria ed in Iraq denominata IS manifestò il proprio interesse e le proprie intenzioni espansionistiche nei confronti di tre zone situate nel nord della Siria e confinanti con il territorio che l’organizzazione stessa controllava.

Tali aree furono attaccate nel corso del 2014 e i jihadisti in particolare riuscirono ad avanzare verso l’Iraq trascinando così in guerra i curdi presenti nel paese; il gruppo del Kurdistan iracheno inviò i propri combattenti peshmerga nelle zone che l’esercito iracheno aveva abbandonato, ma sempre nel 2014 i jihadisti lanciarono un’offensiva nei confronti del Peshmerga che fu costretto al ritiro da molte aree sotto assedio jihadista.

Nel settembre 2014 l’IS mise a punto la propria avanzata verso la Siria settentrionale ed in particolare verso la città di Kobane, a maggioranza curda; i gruppi curdi siriani furono costretti a fuggire e a rifugiarsi al confine con la Turchia; in tale occasione il governo turco prese una posizione di netta chiusura nei confronti del gruppo etnico relegato al confine con la Turchia, vietando ai curdi turchi di attraversare tale confine per accorrere in soccorso dei fratelli siriani.

Gli Stati Uniti, il cui Presidente nel 2014 era Barack O’Bama, dichiararono guerra all’IS, ma non volendo impiegare le proprie truppe di terra nella guerra, si allearono con i curdi siriani e li assoldarono perché combattessero al posto loro; i curdi siriani accettarono in quanto avevano tutto l’interesse a recuperare il dominio su quei territori situati a nord della Siria, assoggettati in quel momento al controllo dell’IS.

Il recupero del controllo sulla città di Kobane da parte dei curdi fu possibile solo l’anno successivo, nel 2015.

Da tale momento in poi i curdi hanno lottato contro l’IS, con l’aiuto di gruppi militari arabi locali sotto lo stendardo dell’alleanza delle forze democratiche siriane (SDF) e con il supporto degli attacchi aerei, delle armi e delle milizie statunitensi.

Nel 2017 le Forze Democratiche Siriane assediarono la città di Raqqa sconfiggendo il califfato nell’ambito dell’operazione Scudo dell’Eufrate, per poi spingersi verso la provincia di Deir al-Zour, ultima grande fortezza jihadista. La caduta definitiva dell’IS e l’eliminazione del califfato IS è avvenuta nel marzo 2019.

L’idea di Trump di ritirare le proprie truppe dal territorio siriano è stata considerata come un imperdonabile tradimento; e tanto perché pochi mesi or sono gli Stati Uniti e la Turchia avevano sottoscritto un accordo volto a consentire a quest’ultima di creare una safe zone proprio al confine tra la Turchia e la Siria. Nell’ambito dell’accordo era stato previsto che i curdi si ritirassero dalla zona di confine rinunciando ad un’area militare di difesa strategica, in cambio della garanzia di protezione da parte degli Stati Uniti. Dopo il ritiro dei siriani dalla ridetta zona di confine, gli Stati Uniti però hanno fatto marcia indietro, così esponendo i curdi all’attacco della Turchia.

Sta di fatto che dopo il ritiro delle truppe statunitensi che ha lasciato i curdi in balia di Erdogan, e con la pianificazione dell’operazione militare turca, il rischio maggiore, e soprattutto quello più temibile per le forze democratiche siriane, era e rimane proprio la rinascita dello Stato Islamico. Peraltro nel territorio dal quale gli americani hanno ritirato le proprie truppe vi sono oltre diecimila prigionieri jihadisti, la cui reclusione in zona di confine presenta margini di sicurezza piuttosto incerti e potrebbe dar luogo ad una nuova ed incontrollabile diffusione dell’ideologia islamista.

Ma l’uscita di scena dell’America ha fatto sì che un nuovo contraddittore si affacciasse sulla scena degli interessi nascenti dal nuovo quadro geopolitico; e l’occasione si è rivelata ghiotta per quella grande potenza che è da sempre antagonista degli Stati Uniti: la Russia, la quale ha potuto muovere le proprie pedine in un territorio in cui sino a tale momento era del tutto assente e che è divenuta, nelle ultime ore, interlocutrice principale della Turchia.

Putin ed Erdogan si sono incontrati negli scorsi giorni a Sochi ed hanno decretato il futuro del territorio. È stato sancito il “cessate il fuoco” nell’operazione turca ai danni dei curdi in Siria, con l’impegno dell’Unità di Protezione Popolare curda di rimanere ad almeno trenta chilometri di distanza dalla zona cuscinetto creata tra il confine meridionale della Turchia e quello settentrionale della Siria.

Un impegno che è stato confermato dal Ministro della Difesa russo, Sergey Soygu, il quale ha garantito alla Turchia di Erdogan l’avvenuto abbandono da parte dei miliziani Ypg della zona di confine.

Questa potrebbe essere l’ipotetica soluzione a quello che sembra un incessante conflitto senza fine, perché da un lato consentirebbe ad Ankara di soddisfare l’esigenza di dar luogo alla tanto agognata safe zone e dall’altro lato ai curdi di soddisfare la pretesa di avere finalmente un territorio che, sebbene sia lontano dall’aspettativa di essere considerato uno Stato, sia assoggettato al controllo di questo popolo in cerca di una “casa” nella quale non sentirsi costantemente in pericolo.

 

 

Copyright foto: https://www.ilpost.it/2019/10/14/accordo-curdi-siriani-assad-siria/

 

 

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