CULTURA

INTERVISTA ALLA PERFORMANCE ARTIST MARIA PIA DELL’OMO

Conoscere la trentaduenne performance artist casertana Maria Pia dell’Omo è fare alla propria anima un regalo anticipato di Natale.                                                                                Il talento di Maria Pia risuona fra poesia e movimento scenico teatrale e a noi altro non resta che tendere l’ascolto verso questa sorprendente, rilucente polifonia. Una eccellenza che noi di Metis Magazine abbiamo voluto intervistare.

Se dovesse presentare se stessa ad una cerchia di vecchi amici, come descriverebbe Maria Pia?

Un incrocio tra Moujroum, il gatto insolente e affettuoso creato dal fumettista Joann Sfar, Sheldon Cooper e un’anima senza tempo. Oppure, con questi versi:
“Ruscello non divenne mai/ questo mio regime di acqua salata”.

Cos’è per lei la Poesia?E quali sono stati i suoi maestri di versi?

La poesia è nettamente un’esigenza dell’anima.
Sorgiva, raccoglie in sé quello che non potrebbe altrimenti esser detto.
Mi spiego: è una sintesi tra logica e sentimento. In prosa difficilmente potremmo creare un qualcosa di fruibile incastonando tutti gli adynata (ἀδύνατα) di cui la poesia vive.
È sovente “ottativa”, vive di proiezioni, immaginazioni: il suo combustibile è il desiderio.
Anche quando si fa poesia civile: raccontare la storia – o una storia – per versi reca in sé il desiderio di rammendare una cicatrice o scuotere il senno ai nostri simili. È una tavolozza del possibile, del potenziale: i cieli possono essere di cartapesta, le gru fatte di stuzzicadenti, gli uomini molliche di pane.
È lo sconfinato potere della parola di cui bisogna saper avere cura.                                        Ho un rapporto singolare coi poeti che amo. Li leggo in lingua originale: è colpa loro se ho collezionato tanti dizionari. Alle volte anche avere davanti una parola intraducibile è importante.
La mia prima poesia la composi a quattro anni. Ricordo perfettamente su di me abbiano sempre fatto presa la sonorità di certi “incastri” di parole, le immagini che potevano suscitarmi un senso di meraviglia: è come avere sculture disvelate davanti, ex abrupto. Ho sempre studiato con passione la letteratura: a otto anni mi innamorai di Leopardi, lo sentivo molto affine a certe venature del mio animo; alle medie fu la volta di Ariosto; al liceo (classico) mi sentivo in uno stato di grazia perché studiavo anche scrittori latini e greci.
Come buona parte degli adolescenti alle prime armi con la scrittura, però, mi resi conto di emulare quello che mi piaceva (arrossisco, ma penso con tenerezza ai miei petrarchismi). A quel punto, decisi che avrei letto “solo per la scuola”, riservando a tempi più maturi i miei studi collaterali.
A diciotto anni volevo recuperare il tempo perduto: i bianchi Einaudi, circoli di lettura, teatro di parola…
Tuttavia credo abbia contribuito alla mia scrittura anche un certo tipo di musica: sono cresciuta coi testi di Mogol, Panella e ho una venerazione per la poetica baglioniana.

mariapia1

Lei è una dei pilastri del collettivo regionale Caspar – Campania Slam Poetry. Può spiegare ai lettori cosa sono la Slam Poetry e la Poesia Performativa? Ed è possibile partecipare attivamente ai vostri eventi?

 La poesia performativa è la vocazione della parola scritta: essere creata per esser detta, davanti  un pubblico aperto e ricettivo. Almeno, per me è così. Qualcosa che esiste da sempre e che si fa da sempre, ma che si sta riscoprendo di recente e su scala nazionale.

Io, da performer, canto la poesia, recito la poesia, significo la poesia coi gesti del corpo o con abiti e strumenti “di scena”: è abitare la parola in tutti i modi possibili. 
Lo slam è un segmento della poesia performativa: è un agone (un certamen) tra poeti che si sfidano a colpi di versi. Contano le capacità di scrittura e l’abilità recitativa del singolo poeta. In più, la cosa sconvolgente dello slam, in un’epoca che ci ha abituati ai talent e alle loro giurie di esperti, è che dà invece pieno potere al pubblico (e quindi al popolo). È un modo utilissimo per “svecchiare” il concetto di poesia che ha chi non la frequenta e permette al poeta di uscire dalla sua famigerata “turris eburnea” (o dalle note di Facebook, ndr ride).
Ogni slam ha un numero di partecipanti, ad esempio sei, che per ogni turno avranno diritto a tre minuti di tempo entro cui recitare la propria composizione. Superati questi minuti scatta una penalità da applicare sul punteggio conferito dal pubblico. Chi supera prima e seconda manche affronterà i superstiti nella terza per conquistare il podio. Ricordo però che è un gioco e che siamo felici la nostra community apprezzi il clima amichevole e gioviale che abbiamo costruito, dove si partecipa per stare bene insieme. 
Con Caspar, noi aderiamo al circuito LIPS – Lega Italiana Poetry Slam, per cui ci occupiamo di organizzare il campionato della nostra regione, mandando i nostri finalisti regionali alle finali nazionali LIPS. Dopo le finali nazionali ci sono quelle europee, e poi mondiali. 
La cosa bella dello slam è che si può fare, artisticamente, tanta strada e permettere a uno scrittore di viaggiare e conoscere persone affini magari partendo da un paese di provincia o da una piccola città.

Non è possibile, è doveroso partecipare! Seguite la nostra pagina (https://www.facebook.com/CampaniaSlamPoetry/) per essere aggiornati su tutti i nostri appuntamenti, sia che vogliate partecipare come autori o come pubblico. Mi raccomando, però, niente pomodori. Ai giurati diamo delle lavagnette. Alle volte i voti sono meravigliosi: in una supermarket (siamo stati in tanti posti diversi) assegnarono un “8” disegnando un caciocavallo.

Un suo progetto di spoken music che ho trovato molto intenso è “Corpo di dolore”, che vuole porre l’attenzione sulla sua malattia, la nevralgia del trigemino. Ci può parlare di questa patologia e di come i testi tentano di affrontarla e affondarla?

Affondarla mi sembra impossibile. Forse affondarci insieme, con tutto il proprio essere, per avere la dovuta disperazione per risalire. Una disperazione stanca però, quella del soldato che combatte da troppo tempo.
La nevralgia del trigemino è un disordine neurologico di un nervo cranico che veicola le sensazioni del volto (e di parte della cavità orale: palato, gengive, denti, lingua). Si pensi al cavo di un caricabatterie sguainato. Cosa succede? Non funziona più o dobbiamo stare attenti perché altrimenti prenderemmo la scossa, usandolo. Allora ne compriamo uno nuovo. Questo ancora non si può fare per il nostro corpo. Quale che sia il motivo, il nervo “impazzisce” e trasmette sensazioni che non dovremmo provare: essere trafitti da chiodi, da pugnali, avere insetti che camminano sul volto, bruciore, un torpore doloroso… spilli infuocati nella pupilla. Scosse elettriche.
Ciascun malato crea le metafore più pertinenti – talvolta la fantasia è meravigliosa. È l’unica arma che abbiamo per spiegare cosa proviamo a chi non può vedere cosa ci succede. Proprio così: la nevralgia del trigemino è una malattia invisibile; solo chi la ha sente il dolore, ma fuori non si sanguina. Quello che sentiamo, ad esempio avere un paletto ficcato nell’orecchio, è irreale.
Alle volte però non nascondo che ho fatto il gesto di estrarlo lo stesso (ndr, ride).
“Corpo di dolore” risale al periodo in cui la nevralgia, dopo anni di quiescenza, è tornata, più forte di prima, e ha spazzato via buona parte della mia vita. La cosa assurda è che non è tabellata tra le malattie invalidanti, come invece in altri paesi, seppure sia chiamata ancora “malattia del suicida”.
Lo spettacolo di spoken music, che fonde autobiografia e impegno civile, viene costruito su una raccolta di testi scritti tutti durante le crisi trigeminali.
In quel periodo il dolore era così violento che le parole sgranavano: “Batto nel muro la copertina/del libro che non ho scritto,/naufraga di parole./Hanno perso i connotati – smarrite sono/nell`avello del cervello”.
Mi sentivo come un anziano imbottito di pillole: “ io, metrò/ sconclusionato/e sporco/ dimentico/ vagabondo come un vecchio/ impillolato/ nel cuore della mia città” e ho dovuto convivere per circa un anno con pensieri suicidi; perché il dolore è così penetrante e violento da non farti desiderare altro: “alle persone non puoi tagliare i rami/ sperando ne ricrescano di nuovi./ Nemmeno le ali ricrescono/ nel morso-nocciolo della ferita./ Dov’è che sono sbagliata?/ a quale parte devo rinunciare/ per vivere di più ogni giorno?/ O morire tutta./ Morire tutta e chiudere dietro di me/ il cancello”.
O, alle volte, sognavo di rinascere:
Un giorno me ne andrò
dove tutto farà meno male
e non riposerò tra stelle mute, di sale,
ma in un oceano d’acqua dolce,
liquido di madre – rinascerò, cellula
contro cellula, in un aborto infernale.
Capovolta, vedrò la vita, nuovamente pulita
e immacolato il mio sorriso sdentato
racconterà il tragitto
a quella voce rotta di gioia e pianto
che mi chiederà: «Da dove sorgi, o tu, Bellezza?»
Dall’Inferno, vorrei dirle, quando cinque dita                                                                                si serreranno sulla sua areola, avide di splendore.
Insomma, non voglio usare frasi edulcorate. È tosta.
Proprio per questo uso la musica. Con il compositore Benedetto Salamone e le sue frequenze, i suoi droni, quelle parole dure, a volte difficili da raccontare, divengono immediate. La musica è diventata una tela per le parole. La prima volta che abbiamo eseguito dei brani di spoken da “Corpo di dolore” le persone stavano con gli occhi chiusi, immerse. Tra la mia voce, selvaggia, e la musica di Benedetto, che io definisco negromantica. Nessuno è stato ferito da queste performance, e proprio questo voglio. Raccontare, far capire, trasmettere quelle emozioni di smarrimento e di attaccamento alla vita al contempo. Alcune sono così feroci e disperate nel raccontare la fame di vita, una vita normale. Fatta di cose semplici: “Infila le mani nella terra./Benedici di essere vivo.”
Altre volte mi sono sorpresa a cercare messaggi ulteriori nella mia malattia: 

 

Sembra uno specchio,

in realtà è un lago

e ti chiede di cercarti

più a fondo

 

Mi ripeto che non ho scelto io questa cosa, ma posso scegliere come reagire. O almeno provare a farlo. Resto comunque un’ organizzatrice di eventi culturali attiva, una editor che c’è sempre per i suoi autori, una cittadina propositiva sul suo territorio.

 

Sii come la spiga:

partorisci cento semi.

Regalali al vento.

 

Da pugliese, comprendo spesso le difficoltà per una promozione culturale costante alcune delle nostre realtà. Qual è il suo rapporto con la Meridionalità e con la sua città, Caserta?
“Caserta è una storia di strano amore, una storia di malamore: io la scelgo ogni volta e lei ogni volta mi tradisce. […] Lei taglia, io i lembi faccio baciare alla francese, anche se senza ago e filo non è palese ogni atto d’amore di questo malarnese che per vendicarsi sceglie di scegliere” – così recitavo durante un ImproSlam (uno slam che si basa su composizioni estemporanee scritte al momento su un tema assegnato dal pubblico).
Non so se ti è mai capitato di sentire i tuoi coetanei lamentarsi che nella tua città “non c’è mai niente”. A un certo punto ti accorgi che molti iniziano a raccontarselo più come una consolazione che come una lamentela. Diventa una sorta di comfort-zone. Lì scatta la scelta di scegliere. Sono in una città coi suoi pregi e difetti, ma non posso lamentarmi se non ho mai provato a fare qualcosa di concreto. Negli anni (soprattutto collaborando con una testata locale) ho conosciuto una ricchezza fatta di persone interessanti, però nascoste. Ho iniziato a raggrupparle in eventi culturali variegati, dando spazio ai loro talenti e offrendo un posto sicuro in cui potersi esprimere (ho un animo materno). Col tempo si sono creati legami artistici e di stima. Per farlo, ho avuto la mia buona dose di porte sbattute, gestori che non credevano nei miei progetti o sospettosi verso la poesia. E, fortunatamente, persone che hanno corso il rischio. Crederci, crederci fino in fondo, senza perdere la fede o senza far prevalere la rabbia (e la gastrite) in certi momenti è importantissimo. Altrimenti, si desiste. E si lascia vincere il “aCasertaMaiNNiente”. 

Il nostro ultimo appuntamento di poesia (ringrazio ancora Luigi Ferraiuolo per la fiducia) era in opening alla lectio magistralis di Davide Rondoni sull’Infinito di Leopardi, con una location piena e le persone in coda a tentare di seguire l’evento. Questo per inaugurare il festival storico e più importante della mia città.
A furia di portoni e con tanta ostinazione, dopo anni di impegno. Certamente non è semplice, alle volte sei come un fenicottero si regge con grazia su una zampa sola e lo fai senza sapere il perché, altre come quei piccioni cui hanno strappato artiglio: arranchi, ma lo fai sembrare una cosa naturale. Con il nostro Meridione il rapporto è quello di un’innamorata: amo riscoprire i posti (ultimamente abbazie, chiese, borghi, scorci naturali, dove siamo invitati col gruppo artistico che menziono dopo),  creare connessioni (e in questo la rete Caspar si sta rivelando formidabile). Quello che ci salva è, oltre alla Bellezza di cui riappropriarsi, la qualità dei rapporti.

Quali sono i suoi progetti futuri?

 Tornare a una vena che ho un po’ trascurata: quella dello storyteller o, come piace dire a me, del cantastorie.
Ritrovare una dimensione per le proprie esigenze comunicative è fondamentale.
Nell’ultimo anno mi sono dedicata a due rassegne di narrativa, gotica (Lettere Nere) e del fantastico (Mondo Weird), divulgative, “pop”, ma anche molto impegnative. Studiare per dare e per riflettere assieme è importante, ma poi sento materno un richiamo interiore: “diventa chi sei”, come dice il mio filosofo preferito.
Raccontare le mie storie come solo la mia sensibilità più fare, perché tutti siamo unici e irripetibili, anche se sbrecciati. Forse anzi è la sbrecciatura a conferire grana al nostro narrare.
Sicuramente, col gruppo di poesia multilinguistica itinerante di cui sono la voce italiana e spagnola, Voci Confinanti (https://vociconfinanti.wordpress.com/), abbiamo una serie di spettacoli e laboratori scolastici da proporre.

Se potesse incontrare alcuni artisti su di una fumante tazza di caffè quali vorrebbe che fossero? E perché?

Salvador Dalì – avrei tante cose da chiedergli. O forse resterei a scrutarlo in silenzio.      Lou von Salomé: vorrei chiederle come ha fatto a farsi sfuggire Nietzsche.

Annunci

Rispondi