CULTURA

5 COSE CHE GLI ITALIANI NON SANNO SUL SUSHI

Sarebbe inutile dire che  da qualche anno a questa parte il cibo più trendy da consumare con gli amici e, particolarmente adatto per un appuntamento a due, è proprio lui: il sushi.

In principio rendeva cool perché dispendioso e non alla portata di tutte le tasche ma, con il passare del tempo, con il diffondersi dei ristoranti giapponesi (o cino-giapponesi) con formula all you can eat, si è espanso a macchia d’olio sfidando prepotentemente i palati raffinati di noi italiani tanto che il dilemma degli ultimi tempi che incalza sui social network è proprio questo: meglio una pizza o il sushi?

Ma per quanto, ormai, possiamo dichiararci a testa alta grandi estimatori di sushi, la verità è un’altra, lo si conosce davvero poco e ci si limita sempre ad ordinare le stesse pietanze. Sushi e sashimi sono le ordinazioni più gettonate.

Difficile dire a cosa sia dovuto questo successo.

È probabile che il fatto di avere a che fare con una cucina leggera, genuina e salutare ma soprattutto a basso contenuto calorico ha inciso non poco sul successo ottenuto. Senza contare il fascino che esercitano un po’ tutti i locali in stile orientale; la curiosità per questa particolare lavorazione del pesce e la bellezza dei piatti, che si presentano colorati, impeccabili ed accattivanti, invogliando a mangiarli a prima vista.

CURIOSITÀ SUL SUSHI

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Il sushi non proviene dal Giappone ma dalla Cina

Udite udite: il sushi non nasce in Giappone! Simbolo del paese nipponico e della sua tradizione culinaria, nasce intorno al  4° secolo a.C. in Cina dove era  diffuso un metodo di conservazione del pesce molto particolare. Il pesce, infatti, veniva  prima eviscerato, salato e infine posto in mezzo al riso cotto, la cui fermentazione provocava un aumento di acidità dell’ambiente in cui si trovava, al punto da poterlo conservare anche per interi mesi, persino stoccandolo e trasportandolo comodamente. Quando poi bisognava consumare questo alimento, il riso veniva eliminato e si mangiava solo il pesce.

Sushi: cosa significa?

È diffusa la concezione che la parola sushi significhi pesce ma non è così. Il termine asiatico sta ad indicare il riso che è stato condito e trattato con aceto, zucchero e sale.

Inoltre il termine “sushi” viene utilizzato in generale quando la varietà non è specificata, mentre si usa “zushi” quando si parla di un tipo specifico di sushi, come maki-zushi, ad esempio.

Il termine più adatto per indicare il pesce crudo, invece, è il sashimi.

Vietato usare le bacchette!

Come noi italiani, anche nel Sol Levante sono piuttosto scaramantici. Infatti, è considerato di cattivo gusto, o meglio, di cattivo auspicio mangiare il sushi con le bacchette perché ricorderebbe il gesto di bruciare incenso offerto ai defunti. Il galateo nipponico vorrebbe che si mangiasse con le mani, a differenza del riso o il sashimi.

Il wasabi in Italia non è wasabi 

Avete presente quella pasta verdastra servita insieme alla salsa di soia che non è di gradimento alla maggior parte degli europei? Dovrebbe essere il wasabi ma in realtà è solo una rivisitazione dell’originale. Il vero wasabi si ottiene dalla radice della Wasabiajaponica (ravanello giapponese), una pianta che cresce nelle zone semi-paludose, molto rara fuori del Giappone, e soprattutto costosa, molto difficile da produrre e ancor di più quasi impossibile da confezionare per l’importazione. Ciò che si mangia in realtà è quella che in Giappone chiamano “western wasabi”, polvere di rafano, senape, e colorante alimentare verde.

Troppa salsa di soia? È cattivo gusto.

Un’altra regola che il galateo nipponico impone è l’utilizzo moderato e parsimonioso della salsa di soia. Versarne troppa è considerato un gesto di cattivo gusto così come lasciare residui di riso nella ciotola apposita alla salsa. La prossima volta versatene un po’ alla volta e sarete apposto.

 

 

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