LE INTERVISTE

INTERVISTA ALL’AUTORE NICOLA DE DOMINICIS, IN LIBRERIA CON “UNA DOLCEZZA INQUIETA”

Il monopolitano Nicola De Dominicis, classe ’85, ha da poco esordito con “Una dolcezza inquieta“,  edito dalla Les Flâneurs Edizioni, libro che abbraccia sei racconti tra il realistico e l’onirico che ci vorrebbero spingere a riflettere su quanto sia potente la forza delle Parole.

Per indagare meglio, perciò, la trama segreta della scrittura creativa di Nicola De Dominicis, oggi l’abbiamo intervistato per voi.

 

Da dove nasce il titolo del suo fulminante esordio, “Una dolcezza inquieta”, pubblicato dalla Les Flâneurs Edizioni?

Un piccolo furto, ebbene sì, lo confesso, o come si dice in letteratura “un omaggio”. Si tratta di un verso di Montale, preso dalla poesia “I limoni”. Il verso compare in uno dei racconti come frase pronunciata da un ragazzo innamorato. In sede di correzione editoriale la mia bravissima editor, Serena Vallarelli, (che ringrazierò sempre) mi fece notare come quel verso sembrasse esprimere proprio il tono, il sapore, dei vari racconti. E allora perché no? Certo, un titolo grande, ambizioso, persino troppo per me. Ma per fortuna ad oggi nessuno ha reclamato la refurtiva ed io sto per scappare in Messico…

 

C’è un fil rouge che lega fra loro le sei storie nel suo libro?

La fantasia, e la sua importanza per vivere a pieno, per agire nella realtà, per restare puri in qualche modo. La fantasia agita le mie storie, rende vivi oggetti come libri o violini; si fa potere nelle mani di un ragazzo destinato ad un incredibile “mestiere”. Diventa persino la rabbia di un bambino contro la prepotenza di un re che tutto copre come il grigio di una grande nuvola copre il sole. Ma non si tratta di quel mero fantasy a cui il mercato editoriale degli ultimi anni ci ha ampiamente abituato. Io cerco di esprimere una fantasia che emerge dalla realtà, (realismo magico a voler usare certe etichette) e che nella realtà agisce per descriverla, capirla, e non per fuggire da questa. Non disegno maghetti in fuga tra muri ferroviari da attraversare, piuttosto libri Generali e Filosofi in lotta contro un re che dei libri farebbe volentieri a meno; non a caso un antagonista figlio narrativo dell’odierno imbarbarimento che, a mio parere, ci sta sempre più stringendo.

 

Il Racconto (Short Story) sta vivendo negli ultimi anni, come genere letterario, una sorprendete riscoperta. Come mai ha prediletto anche lei questa forma scritta?

Io scrivo spesso spinto dall’occasione, da un particolare momento o periodo che sto vivendo. Per fare un esempio, il racconto “La vecchia biblioteca” è nato anni fa quando facevo parte di un gruppo di ragazzi, chiamato “Facce da libro” (antifrastico riferimento a Facebook ovviamente). Questo gruppo si proponeva di sensibilizzare la comunità cittadina verso il bisogno di riaprire la biblioteca comunale che allora, purtroppo, giaceva di fatto abbandonata. Oggi, per fortuna, quella biblioteca è rinata, florida, ed io ho anche avuto il piacere, e l’onore, di presentare il mio libretto al suo interno. Ecco, questa occasionalità della mia scrittura ben si riflette nel genere del racconto. Poi, più in generale direi che la rinnovata scoperta di questo genere dipende dai ritmi frenetici a cui ormai tutti siamo abituati. Non c’è tempo, bisogna correre, fare, e allora risulta molto più facile ritagliarsi lo spazio di un racconto che quello di una lettura più strutturata di un romanzo. Per altro, chiuderei dicendo che la diffusione delle varie serie televisive, e Netflix ovviamente qui impera, sta abituando il nostro cervello ad una percezione appunto “episodica” della costruzione narrativa, una percezione segmentata, sempre più limitata. In breve i racconti sono il nostro attuale Netflix a televisore spento e occhi mentali aperti.

 

 Come descriverebbe il se stesso di oggi al bambino che è stato?

 Bambino mio, il tuo sogno diventerà complicato, e molto più grande di quello che pensi ora. Ma tu ce la farai, un passo alla volta. Quindi non cambiare una virgola al tuo tema: “Cosa vuoi fare da grande?”

 

Dalla sua scrittura emerge, spesso dolente, una sensibilità particolare. Com’è riuscito a trasformarla in un punto di forza?

Applicando quella sensibilità al modo di guardare la realtà, di capirla. Una grande sensibilità può essere una debolezza, io l’ho provato tante volte, ma può diventare una ricchezza, una forza appunto, se applicata per guardare la realtà in modo personale, magari come molti altri non sanno fare, scoprendo opportunità, nodi, verità in modo esclusivo. E nella esclusività non può che esserci forza.

 

Fra le sue mille attività, lei organizza anche dei corsi di scrittura creativa. Quali consigli minimi darebbe a chi volesse iniziare a scrivere un testo?

Scrivere per sé, comunque e sempre, senza invece cercare la ricetta, la chiave per scrivere qualcosa che piaccia, che ottenga successo. Non funziona, ne deriva sempre qualcosa di finto, freddo, già morto ancor prima di nascere. Scrivere per sé ma rileggere per gli altri, pensando che altri leggeranno, che altri potranno emozionarsi. L’arte in generale è un mestiere strano, privato e pubblico insieme. L’artista non vive in una torre di avorio, ma di vetro, e dal suo interno egli accende la fiamma perfetta del cuore facendola riflettere e diffondere sul “vetro” del foglio, o della tela o di una corda di violino, e lo fa per tutti, per illuminare col suo cuore tutti.

 

Ha intenzione di deliziarci presto con un secondo libro?

Ho consegnato un libro di poesie. L’idea è quella di una raccolta poetica che pure nel suo insieme riesca a raccontare una storia: la storia di un uomo, della sua maturazione, delle sue burrasche e giorni soleggiati. Al lettore poi resterà la libertà, se vorrà, di identificarsi trovando pezzi che ben si possano incastrare col suo personalissimo puzzle esistenziale.

 

Se potesse incontrare qualche scrittore su di una fumante tazza di caffè quali vorrebbe che fossero? E perché?

Palazzeschi e Calvino. Su Palazzeschi ho scritto ben due tesi! Mi si potrà tacciare di megalomania, ma mi sento in diretta continuità di scrittura con loro. Li sento come miei maestri. Da loro credo di aver assunto il gusto per un certo tipo di fantastico e un certo modus operandi nella costruzione della storia. Anche se le letture continuano, e i maestri si moltiplicano quasi all’infinito, quindi direi che quel Caffè sarebbe molto affollato!

 

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