CULTURA

SKINHEAD. QUANDO LA LIBERTÀ DIVENTA CONTROCULTURA

Nella fantasmagoria mass-mediale, si è fortificata un’ingiustificata associazione storico-politica degli Skinhead alle azioni squadriste e ai movimenti politici di estrema destra.

Ed è quindi giusto eliminare, dall’immaginario collettivo, qualsiasi erronea sovrapposizione degli Skinhead ai nazi-skin e ai razzisti dell’ultima ora per restituire il giusto valore a questo particolare fenomeno undeground che ha invece radici e aspetti profondissimi.

La nascita della subcultura degli Skinhead ha una base di connotazione sociale più che politica:  parte, in Gran Bretagna, dalla spinta della working class post-laburista di affermare la propria dignitosa identità attraverso precise connotazioni estetiche,  iconografiche e stilistiche (dai capi d’abbigliamento ai generi musicali).

Agli inizi degli anni Sessanta, gli antesignani degli Skinhead vengono chiamati Ton-up boys e sono ragazzi che si radunano di fronte ai jukebox dei bar delle periferie in canottiera e giubbotto di pelle, come se fossero usciti direttamente da  Rusty il Selvaggio.

È nel 1969 che, dalla fusione dei canoni comportamentali, edonistici e musicali dei Rude Boys (subcultura che si sviluppa nella comunità di origine giamaicana presente in Gran Bretagna, amante del reggae e della marijuana) e dei Modernist ( i dandy della classe operaia che girano in Vespa e Lambretta ascoltando jazz e ska in camicie italiane) nascono gli Skinhead.

I primi gruppi generati da questa fusione si chiamano  Trojan Skinhead e sono essenzialmente crew anarchiche che rivendicano le difficili condizioni della loro classe lavoratrice.

Nelle fotografie li vedrete appoggiati ad un muro a gambe incrociate, sguardo fiero, capelli rasati, Ben Sherman immacolata, un paio di Sta-Prest Levi’s e scarponcini bassi Doc Martens.

Skinehead e Hippies, Piccadilly Circus, 1969. Fotografia di Terry Spencer (Copyright immagine)

Dopo un breve periodo di dissolvenza, dovuto alle prime sommosse della polizia contro qualsiasi gruppo che non stesse rientrando nei ranghi del sistema, gli Skinhead tornano ufficialmente sulla scena underground attorno al 1973, legandosi indissolubilmente al nuovo genere musicale che sta iniziando a diffondersi in tutto il mondo: il punk.

The Jinx, Battle Scarred e Midgårds Söner, i tedeschi Punk Front, i belgi Kill Baby, Kill!, i polacchi Niters e gli americani Dead Kennedys, Forward Area, Dirty White Punk’s e Final War, solamente per citarne alcuni.

Anche il vestiario degli Skinhead, riprendendo le caratteristiche del nuovo genere musicale, si modifica: non manca un gusto per la parodia e lo humour nero tramite le ragazze in completo sadomaso o ragazzi che ostentano un abbigliamento che, sotto l’apparenza sdrucita e approssimativa, cela un consapevole, dissacrante riferimento a tutti gli stili giovanili precedenti volutamente accostati e stravolti, dalle scarpe creepers da Teddy Boy (subcultura diffusasi in epoca edoardiana sempre fra i giovani della classe operaia pronti a lanciare un guanto di sfida alle classi abbienti tramite la loro eccessiva eleganza) accostate a pantaloni disseminati di cerniere lampo o al borghesissimo trench indossato con cattiveria e ostentazione e persino la cravatta, ornamento che diventa quasi enigmatico accanto a catene per animali domestici, badges e spille in pelle.

I nuovi Skinhead hanno l’accento cockney, parlano di calcio -magari del West Ham-, di birra, ragazze e antipatia per le forze armate al grido di Oi!,Oi!,Oi! (espressione dovuta alla consuetudine di Andy Scott, batterista dei Cockney Rejects, di aprire i concerti urlando «Oi!Oi!Oi!», parola che deriva dal dialetto dell’East end londinese e che significa letteralmente «Hey!».)

Agli Skinhead Original la politica non interessa, vogliono semplicemente vivere senza problemi e a modo loro.

Piss off and leave me alone!

Rendono di moda le polo Fred Perry, le giacche Lonsdale, le felpe Adidas e Puma, persino le coppole siciliane e le bretelle. 

I capelli rasati, tenuti all’inizio per un esigenza di igiene a lavoro, vengono affiancati ai tagli a caschetto per lei e quello detto alla Chelsea per lui (taglio corto, a “spazzola”, con la frangia sulla parte anteriore e lunghe ciocche nella parte posteriore con ai lati basette).

Tagli Skinhead da This is England (Copyright immagine)

Ma quando iniziano a manifestarsi le prime pulsioni di orgoglio di classe e nazionalismo in alcuni gruppi, l’intera filosofia di partenza degli Skinhead (ovvero quella di essere apolitici e antirazzisti) si infrange.

Il mondo Skinhead, perciò, incomincia a dividersi categoricamente in tre filoni: socialisti ed anarchici, fascisti e apolitici.

Alcuni di loro, con la massiccia campagna migratoria che la Gran Bretagna vive sul finire degli anni ’70 e l’entrata in scena del British National Front, subiscono la cattiva fascinazione delle idee di estrema destra, tanto da decidere di raggrupparsi sotto il nome di Skin88, detti poi Naziskin dalla stampa e soprattutto Boneheads (imbecilli) dagli Skins Originali, quelli antirazzisti.

Perciò, con la successiva repressione nei confronti di tutti gli Skinhead, senza distinzioni politiche e comportamentali, e la contemporanea esplosione del movimento casual, la scena Skins subisce di colpo un forte ridimensionamento, proprio nel momento in cui nel resto d’Europa il fenomeno inizia ad esplodere.

This is England di Shane Maedows (Copyright immagine)

Ma quest’ultima parte a noi interessa relativamente poco perché quando si parla di Skinhead è la prima parte che dobbiamo ricordare, quella di un gruppo di giovani ragazzi della suburban class che la mattina lavora nelle fabbriche dai mattoncini rossi e il pomeriggio per staccare ritrova una propria identità fra un taglio di capelli e della musica alternativa, senza discriminazioni e  senza rivoluzioni politiche se non quella, del tutto interiore, di resistere alla sua miseria del vivere, facendosi famiglia.

«The cockney kids are innocent!»

Per chi volesse approfondire consiglio, oltre all’interessantissimo libro omonimo di Riccardo Pedrini, This is England, un film ed una serie tv (tre stagioni di quattro puntate l’una) di Shawn Meadows, un sincero, poetico, strabordante omaggio a questi entusiasti ragazzi di strada, gli Skinhead.

 

 

 

 

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