CULTURA

LA COLORATA STORIA DELLE MASCHERE ITALIANE NELLA COMMEDIA DELL’ARTE

Il Carnevale è una delle feste più antiche e conosciute del mondo, una tradizione che risale alle Dionisiache greche o ai Saturnali romani, antiche festività durante le quali cessavano di esistere divisioni di classi e obblighi sociali per lasciare il posto a rappresentazioni di tragedie e commedie e soprattutto al divertimento accompagnato da lazzi e beffe da parte del popolo verso le autorità.

Mettendo da parte l’assorbimento del Carnevale nella tradizione cristiana (quando il carnem levare iniziò a indicare il banchetto che si svolgeva durante il Martedì Grasso, prima dell’inizio del digiuno della Quaresima), una caratteristica principale della celebrazione pagana divenne l’abitudine di indossare delle maschere non solamente per parodiare i potenti ma anche con l’intento, utilizzandole, si allontanare gli influssi maligni e permettere di prestare i propri corpi agli spiriti che in quei giorni attraversavano la Terra, secondo alcune credenze della cosmogonia medievale.

Ed è proprio l’uso delle maschere che sarà ripreso nel XVI secolo nella Commedia dell’Arte, un genere teatrale che, rifacendosi alla tradizione dei giullari e dei saltimbanchi che intrattenevano il pubblico durante il Carnevale, avrà gran successo in tutta Europea soprattutto legandosi, nel Settecento, al teatro comico goldoniano.

Maschere della Commedia dell’Arte in un dipinto di una scuola veneta del XVI secolo (Copyright immagine)

Per Commedia dell’Arte s’intendeva una commedia recitata da attori professionisti che avevano fato di questo genere la loro “arte”, ovvero il loro mestiere.

Questi attori rinascimentali si riunivano in compagnie itineranti riconosciute dai ducati in massimo dieci o dodici e, caratteristica innovativa e rivoluzionaria per il tempo, avevano al loro interno anche almeno due donne attrici.

All’interno delle compagnie teatrali le lingue parlate erano numerose grazie, ovviamente, alla provenienza da diverse regioni di questi attori professionisti, ma i personaggi erano comunque riconosciuti dal pubblico grazie alle caratteristiche gestuali e di vestiario delle loro maschere fisse, oltre che dal riferimento a canovacci che tracciavano le linee guida di ciascun protagonista attraverso modi di dire e frasi di repertorio.

Meneghino, Capitan Fracassa, Tartaglia, Peppe Nappa, Dosseno, Beltrame, Tartaglia e Flaminia e ancora Isabella e Gioppino, Meo Patacca, Mezzettino, Sandrone e Farinella, sono solo alcune delle maschere fisse, un elenco a suo modo sterminato e variabile da regione a regione.

Maschere italiane e regionali (Copyright immagine)

Ecco le maschere italiane più famose della Commedia dell’Arte:

 

Arlecchino

Tradizione vuole che Arlecchino sia nato a Bergamo e che la madre, poverissima, gli abbia cucito il festoso costume con scampoli di vari colori. Secondo un’altra versione, invece, era stato un avarissimo speziale presso il quale Arlecchino era a servizio ad averlo vestito con le toppe dei propri abiti sdruciti.

Durante il periodo della Commedia dell’Arte nella quale le Maschere Italiane ebbero un pubblico europeo, gli attori che impersonavano questa popolare maschera, la trasformarono conservando la maschera nera e il berretto bianco, ma sostituendo all’antico abito rappezzato un un elegante costume nel quale le toppe dei tempi poveri sono vagamente ricordate da losanghe a colori alternate.

Le doti caratteristiche di Arlecchino sono l’agilità, la vivacità e la battuta pronta; il suo principale antagonista è Brighella che, come dice il nome, è attaccabrighe e imbroglione, ossequioso con i potenti e insolente con i deboli.

 

Brighella

Brighella (in bergamasco Brighèla) è la maschera tipica della città di Bergamo.

Nella Commedia dell’Arte Brighella ricopriva il ruolo del “primo Zani“, ovvero del servo furbo, autore di intrighi architettati con sottile malizia, spesso ai danni di Pantalone e per favorire i giovani innamorati contrastati.

Nel corso del Settecento precisò i suoi caratteri in contrasto con quelli del “secondo Zani” (ruolo del servo sciocco, spesso impersonato da Arlecchino) e, soprattutto con Goldoni, divenne servo fedele e saggio, tutore a volte di padroncini scapestrati, oppure albergatore avveduto o buon padre di famiglia.

Il costume di scena, che andò precisandosi nel corso del tempo, comprende la maschera e una livrea bianca, costituita di un’ampia casacca ornata di alamari verdi, con strisce dello stesso colore lungo le braccia e le gambe.

È il migliore amico di Arlecchino, con cui condivide l’origine bergamasca. Sono ambedue servi, ma Brighella si dà da fare anche in tanti altri mestieri più o meno leciti e si ritrova spesso invischiato in intrighi e complotti di vario genere.

Pantalone

Arricchito, burbanzoso e sputasentenze, avaro e diffidente, per far sfoggio della sua autorevolezza si intromettendosi, non invitato, in dispute e alterchi e, puntualmente, finisce col ricevere botte da entrambi i contendenti, il veneziano Pantalone vestito sempre con la sua consueta zimarra nera, viene rappresentato di solito di età avanzata, talvolta scapolo ma desideroso di poter piacere ancora.

 

Colombina

Colombina è fra le poche figure femminili di rilievo della Commedia dell’Arte e ha origini veneziane (anche se viene citata già nel 1530 nei testi degli Accademici Intronati di Siena).

Incarna il carattere della servetta furba, graziosa e vivace, sempre al centro degli intrighi amorosi della sua padrona, Rosaura, che serve con ogni tipo di stratagemma.

I tratti della personalità di Colombina – l’astuzia e la malizia – si rintracciano già nelle commedie di Plauto; è affascinante e molto corteggiata, ma lei resta fedele al suo amato Arlecchino, visto che il più delle volte è portata in scena come sua fidanzata o moglie, tanto che talvolta prende il nome di Arlecchina, assumendone anche il suo costume tipico.

Colombina è spesso oggetto delle attenzioni di Pantalone, il padre di Rosaura austero e severo, che la nostra furba servetta non fatica a raggirare.

Con la sua gonna a balze, il corpetto, il grembiule e la crestina in testa, Colombina è sempre l’Amorosa o la moglie di Arlecchino, assumendo il nome di Betta, Franeeschina. Diamantina, Marinetta, Violetta, Corallina o anche Arlecchina, secondo le rappresentazioni.

 

Rugantino

Rugantino è una maschera tipica della città di Roma.

Il suo nome deriva dalla parola “ruganza”, che significa arroganza, il tipico “bullo de Trastevere, svelto co’ le parole e cor cortello”.

Rugantino è litigioso, attaccabrighe e inconcludente e spesso, proprio per questo, ha la peggio nelle rogne e nei litigi che provoca, anche se nei suoi racconti sono sempre di più le botte che dà di quelle che riceve. (“Me n’ha date tante, ma quante je n’ho dette!”).

In origine era vestito da gendarme, una guardia sempre pronta a prendersela con qualche innocente per affermare la propria forza ma col passare del tempo, ha svestito questi panni per assumere un carattere più bonario e pigro, diventando interprete di quella Roma popolare ricca di giustizia e solidarietà con indosso un gilè, pantaloni consunti fino al ginocchio, una fascia intorno alla vita, un fazzoletto attorno al collo e un cappello di colore rosso sulla testa.

 

Pulcinella

Pulcinella è la maschera di Napoli, una delle più popolari e antiche.

Il suo nome deriva con ogni probabilità dal napoletano “pollicino”, che significa pulcino, e si riferisce al timbro della sua voce.

Pulcinella è pigro, ironico, opportunista, sfrontato e chiaccherone, sempre in movimento e alla ricerca di espedienti per sfuggire alla prevaricazione e all’avarizia dei potenti.

Ha un’insaziabile voracità ed è sempre alla ricerca di cibo, tanto che per un piatto di maccheroni è disposto a tutto: rubare, mentire, imbrogliare e prendere bastonare.

Il colore del suo costume – pantaloni e ampia camica – è bianco, con una maschera nera con naso lungo e adunco e un cappello bianco di stoffa bianca.

Derivazioni locali della figura di Pulcinella possono essere considerati i trasteverini Meo Patacca e Marco Pepe, il bravaccio popolare napoletano Sitonno, e forse anche la caratteristica figura bolognese del Birichino.

 

Balanzone

Balanzone è il personaggio più chiacchierone e ciarliero della Commedia dell’Arte e parla con spiccato accento bolognese. Rappresenta in chiave comica e burlesca la saccenteria e la presunzione.

Il baffuto Dottore è solitamente un uomo di legge o un medico, che si intende di tutto ed esprime opinioni su ogni cosa. Caratterizzato da una certa verbosità, tende ad infarcire di citazioni latine e ragionamenti rigorosi quanto strampalati i suoi discorsi, che riguardano la filosofia, le scienze, la medicina, la legge.

L’aspetto è imponente, le guance rubizze, grasso, come “grassa” è la città che rappresenta: ama la buona cucina e non lo nasconde ed è forse è per questo che si veste tutto di nero, abito, mantello e un grande cappellaccio a tese larghe, solo il bavero e i polsini sono candidi.

 

Gianduja

Gianduja nasce verso la fine del Settecento e ha origini piemontesi (nasce precisamente in un paese dell’Astigiano, Callianetto).

Due potrebbero essere le origini del suo nome: la prima lo vuole derivato da “Gioan d’la douja“, che significa “Giovanni del boccale”, mentre la seconda dal francese “Jean Andouille” ovvero “Giovanni salsiccia”.

Incarna lo spirito bonario e gioviale dei piemontesi, generoso e assennato, ospitale e sorridente: è il galantuomo coraggioso e sempre pronto a fare del bene. Ama il buon vino, la buona tavola e stare in compagnia.

Gianduja è sposato con Giacometta, donna semplice ma dall’intelligenza vivace, che rappresenta la saggezza delle donne piemontesi, che sanno con il buon senso risolvere anche le situazioni più difficili.

 

 

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