ATTUALITÀ

SCHEMA ESTETICO DEL RAZZISMO ITALIANO

Il razzismo italico ha una connotazione molto particolare. Non si è razzisti finché non si “invade” il proprio giardino -quale giardino poi- non si è razzisti finché il nomade o l’immigrato non ti chiede una monetina. Ad oggi pochi sono gli italiani che si reputano razzisti seppur intolleranti nei confronti di immigrati e “diversi” in genere e tanti, invece sono gli italiani che nemmeno credono alla shoah, per dirla con i numeri è il 15% degli italiani a negarla.

L’Italia delle citofonate contro tunisini che #chissachì reputa spacciatori, l’Italia degli insulti contro Liliana Segre, l’Italia che se la prende con le minoranze in generale, l’Italia dei fascisti che manifestano tranquillamente a Predappio ritenendo Auschwitz un gran parco divertimenti. Questa è l’Italia dei razzisti. 

Potremmo continuare a lungo su cosa gli italiani dicono contro chi ha un colore della pelle diverso dal nostro, o una religione e una cultura diversi, ma la questione continuerebbe a non esaurirsi e ad avere troppe accezioni a un caso comune. Il problema, quindi non è tanto da ricercarsi con chi l’italiano se la prenda in ogni caso, ma perché. A dire il vero, non vengono in mente molte motivazioni se non l’ignoranza dilagante su ogni campo, che fa capire come razzisti, antivaccinisti, complottisti, creazionisti, rettiliani, etc etc possano in qualche modo pilotare l’opinione pubblica di chi, con ogni probabilità non ha acquisito una coscienza critica per vedere le cose con occhi neutrali, filtrandole attraverso quel meraviglioso discrimine chiamato cultura, ma a volte solamente alfabetizzazione funzionale.

Se parlo di alfabetizzazione è perché il razzismo parte molto dal basso, dai nostri figli e dai loro insegnanti che sono alla base di quella piramide sociale ai cui vertici ci sono proprio quelli politici che fomentano odio e rancore immotivato contro chi colpe non ne ha, almeno fino a prova contraria (riferimento, ovvio, ai citofoni e non al colore della pelle o alla religione e cultura professati e/o di appartenenza). Ne sentiamo troppe, sia in modo chiaro che subdolo. Bisognerebbe che ognuno di noi prendesse le distanze quotidianamente da quello che chiunque abbia un microfono in mano possa o non possa dire.

Nelle scuole, ad esempio, quelle multiculturali di periferia, non certo quelle elitarie del centro di Roma che hanno diverse succursali per ghettizzare meglio figli di immigrati (nati in Italia) e poveri dai figli dell’élite, la differenza tra i ragazzi è davvero minima e sapete cosa li unisce dal profondo? La povertà a volte, ma ancora più spesso la voglia di non creare barriere ma grandi ponti, tra Italia e Marocco, così che i propri genitori possano raggiungere i familiari più spesso, ponti tra Italia e Siria, tra Italia e Kazakistan e così via. Nelle scuole di periferia c’è la volontà di conoscere il diverso, perché gli insegnanti trasmettono il confronto e l’apertura e, forse, la televisione e internet non arriva così bene e la vita si consuma nel quartiere dove i punti di riferimento sono la scuola e la palestra della scuola.

Non è per fare la paternale né, tantomeno, per cercare di dare un valore alla povertà, perché non è contemplata la perdita di dignità, è semplicemente per far capire che spesso bisognerebbe pensare un po’ come quei ragazzi musulmani che chiedono in classe perché i cristiani bestemmiano se sono così tanto credenti, che gli ha fatto Dio di male per meritare ciò. Se prendiamo questo assunto e lo portiamo ad un livello più ampio, capiamo bene come la semplicità di una richiesta ci possa far comprendere una cultura così tanto diversa quanto fisicamente vicina, e in questo non c’è colore di pelle che tenga, è un dato di fatto.

Lo schema del razzismo italico è semplice da comprendere e contrariamente, così tanto difficile da abbattere, perché profondamente radicato nella nostra tradizione storica e culturale. Il diverso ci fa paura perché così tanto ci riconosciamo in lui, ci fa venire in mente quando milioni di nostri concittadini con la valigia di cartone, partivano per gli Stati Uniti o per l’Argentina, ci fa immaginare la povertà del dopoguerra quando abbiamo inseguito le grandi effigi dell’impero romano consegnando la nostra dignità a colui che nel baratro ci ha portato per davvero.

L’importanza sta nel riconoscere questi errori atavici e non farne un vanto e non credere in quel fascismo eterno tanto temuto da Umberto Eco, perché se vogliamo, il fascismo e il razzismo si possono sradicare e noi italiani abbiamo l’arma più importante per farlo, la nostra cultura che per troppo tempo abbiamo messo in un angolo. Impolverata e temuta essa ci guarda e ci giudica in qualche modo, così come un quadro di Mondrian  o Cezanne, come qualcosa di indicibile ma che deve, per forza, essere raccontata.

Ecco cosa auguro alle nuove generazioni che vengono proprio da quelle scuole di periferia, di battersi per i diritti dell’altro così come Caravaggio si batteva per dipingere la sua prostituta su un quadro, di credere nella bellezza per avere in mano non solo soldi, ma tanta, sconfinata, tolleranza e conoscenza.

 

 

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